Ma quali “contro rivoluzionari” d’Egitto…

admin | December 17th, 2011 – 6:05 pm

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Difficile credere che sheikh Emad Effat fosse un ‘controrivoluzionario’. Come, invece, vorrebbe far credere il premier egiziano Ganzouri, l’ultimo designato dalla giunta militare che – ormai con pugno di ferro – sta governando l’Egitto del post-Mubarak. Ganzouri oggi ha detto che chi ieri era sulla via Qasr el Eini, una delle arterie principali del centro del Cairo, era un controrivoluzionario, e non rappresentava affatto i rivoluzionari di Tahrir. Lo ha detto Ganzouri, premier negli anni Novanta, nell’era Mubarak, all’indomani degli scontri di Qasr el Aini, di fronte alla sede del governo e a quella del parlamento. Il bilancio delle vittime degli scontri di ieri è di otto morti, e centinaia di feriti. Morti e feriti dopo la repressione che stavolta non ha visto protagonista la polizia egiziana, bensì i militari. Che, per combattere i manifestanti del sit in pacifico di fronte alla sede del governo hanno usato bastoni, pietre lanciate dai tetti, e – si dice – proiettili.

E’ stato un proiettile a uccidere sheikh Emad Effat, ieri. Colpito al cuore, dice la cronaca, perché un colpo è arrivato da sinistra e l’ha preso al petto.

Era a Qasr el Eini, ieri. Ma non era lì per caso, come all’inizio hanno detto le autorità, smentendo che fosse stato ucciso. E invece, ancora una volta, a confermare che sheikh Emad fosse là sono stati gli attivisti di Tahrir, che hanno postato sulla Rete foto e video. Sconcerto, e a consolare i familiari è arrivato anche il mufti Ali Gomaa.

Oggi, il 52 sheikh di Al Azhar è stato seppellito, dopo il funerale che si è tenuto nel cuore della Cairo islamica, e nel più importante centro teologico dell’intera sunna,  di tutto il pianeta sunnita. Sheikh Emad Effat non era uno studioso qualunque, e non solo perché apparteneva ad Al Azhar. Era il segretario generale dell’ufficio delle fatwa, degli editti di carattere religioso. Non solo. Era anche a capo dell’ufficio del mufti d’Egitto, Ali Gomaa, e cioè la più importante autorità religiosa a livello nazionale.

Questo uno dei motivi per cui oggi pomeriggio, ai suoi funerali e alla sua sepoltura, hanno partecipato migliaia di persone. Ma non il solo motivo. Alle esequie c’erano anche attivisti di Tahrir, e non per forza islamisti. Sheikh Emad era ritenuto uno degli sheikh moderati di Al Azhar. Uno che aveva partecipato alla rivoluzione sin dalla prima ora, spogliandosi della veste che in genere portano gli azhariti, proprio per non mettere in imbarazzo l’istituzione perché lui era a Tahrir. Non solo: sheikh Emad, il 23 ottobre scorso, aveva emesso una fatwa vietando di votare alle elezioni per gli esponenti del vecchio partito di Mubarak, lo NDP. Una fatwa che aveva in certo modo reso più debole una decisione presa in sede giudiziaria, per reinserire i membri dello NDP nel gioco elettorale.

Chi ha ucciso sheikh Emad Effat, ed è una mano ancora ignota, non sembra aver colpito nel mucchio. Sheikh Emad era un nome importante. Come importante, per piazza Tahrir, è Alaa Abdel Fattah, che è ancora in galera dopo 45 giorni di detenzione preventiva, mentre tutti gli altri accusati per un presunto coinvolgimento nella strage di Maspero sono stati liberati. Tutti meno Alaa Abdel Fattah.

Il caso di sheikh Emad non è solo lo specchio che quello che ha detto oggi il premier Ganzouri non ha riscontri nella realtà degli scontri di Qasr el Eini. “Mi sembra di stare in una realtà kafkiana”, scriveva oggi su twitter uno degli intellettuali della vecchia opposizione, Hani Shukrallah, dopo aver ascoltato le parole del primo ministro. L’uccisione di sheikh Emad dice anche qualcosa di più di quello che sta succedendo in questi ultimi giorni, e in queste ultime ore al Cairo, dove il bagno di sangue sembra una ipotesi – purtroppo – sempre più plausibile. Tahrir è il bersaglio, e questo era apparso sempre più chiaro nelle ultime settimane. Perché Tahrir – come ha scritto recentemente ‘Ala al Aswani – mostra che il re è nudo, e che la controrivoluzione è in corso e usa gli stessi vecchi mezzi del regime Mubarak. Come distruggere le attrezzature di Al Jazeera, pestare a sangue i manifestanti, trascinare le ragazze per i capelli.

Dal punto di vista politico, nelle ultime settimane il gioco è stato molto delicato: imporre ai partiti che partecipavano alle elezioni un compromesso sulla costituzione che facesse delle forze armate il controllore, come le forze armate turche avevano fatto da gestori del vero potere prima che arrivasse Erdogan. Il gioco non ha funzionato, al Cairo, perché la storia non si ripete: persino i Fratelli Musulmani si sono trovati a disagio, cercando di coniugare il confronto con la giunta militare e la necessità di andare comunque alle elezioni. Ora la giunta militare si sente sempre più accerchiata, e sa che non potrà gestire fino in fondo la politica estera e di sicurezza del paese, perché tutto rimanga come prima. Le elezioni ci sono state, i partiti islamisti stanno ottenendo una vittoria evidente a tutti, ed è molto improbabile che possano accettare di vivere e operare in una democrazia di facciata, in cui siano i militari ad avere l’ultima parola, non solo sul bilancio della difesa.

E dunque? E dunque si rischia una deriva algerina. Un coup bianco per evitare che di rendere operativo ciò che le urne stanno decretando: l’ascesa al potere dell’islam politico, che non piace a molti in Occidente. Anche se quei molti, in Occidente, spesso non sanno neanche cosa sia l’islam politico, e in quali tanti modi lo si declini in Egitto.  Intanto, a morire, sono quelli che si trovano a Tahrir, a downtown, a Qasr el Eini. E la vulgata dice che la popolazione (quale? Dove? Di quale età? Appartenente a quali ceti? Mah) ormai non sostiene più i ragazzi di Tahrir, perché bisogna tornare al lavoro, la crisi economica incalza. Un gioco ben riuscito, quello di chi ha sostenuto la controrivoluzione: l’instabilità crescente, l’insicurezza, perché la gente si stancasse della rivoluzione. E’ l’ultimo regalo del vecchio faraone Mubarak, che in uno dei 3 discorsi pronunciati durante la rivoluzione disse che non se ne poteva andare, non si poteva dimettere, perché senza di lui il paese sarebbe precipitato nel caos…

Colonna sonora: Koeln concert, Keith Jarrett. Nella foto rielaborata, è sheikh Emad Effat. E’ passato un anno esatto da quando Mohammed Bouazizi si diede fuoco nel paese tunisino di Sidi Bouzid, innescando simbolicamente rivoluzioni che già covavano da anni nel cuore degli arabi. Oggi però, guardando ciò che succede al Cairo, sull’anniversario dell’anno più importante per gli arabi degli ultimi decenni è calata una coltre di profonda, profondissima tristezza.

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