Mafia libica, le difficoltà del lavoro d’inchiesta

E’ arrivato il momento di rompere il mio personale silenzio stampa. Un’attesa infinita durata giorni, settimane fino a otto mesi. Per tutelare il delicato lavoro diplomatico per la richiesta del mio visto per la Libia, sono rimasta in silenzio, negli ultimi mesi ho evitato di pubblicare quanta informazione andavo raccogliendo sulla Libia e il sistema mafioso al suo interno. Dallo scorso febbraio ho preso aerei, macchine, treni, fatto telefonate e inviato mail, incontrato decine di persone e bevuti altrettanti caffè convinta che prima o poi i libici avrebbero ceduto. Tuttavia la risposta si ripeteva sempre uguale a sé stessa “Non possiamo darle il visto perché temiamo per la sua sicurezza”. E io replicavo “Quando mai c’è stata una rete che garantisse a Tripoli? Una roulette russa era e quella rimane. E alla mia sicurezza ci penso io”.

Lo scorso aprile chiesi anche agli italiani in ambasciata a Tripoli di aiutarmi, ma mi dissero che non potevano interferire su una procedura interna come quella del visto, per poi riuscire a far entrare una nave da guerra militare nelle acque libiche lo scorso agosto.

Nel frattempo venivo convocata dal capo della Commissione Difesa del Senato Nicola Latorre per un confronto sulla Libia, dai giudici dell’Aja, dalle autorità giudiziarie italiane che indagano sui trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo, ma del visto nulla. Forse l’unico spiraglio di possibilità concreta di ottenere il visto nella mia lunga ricerca l’ho intravista lo scorso Agosto quando per vie traverse ho sentito quello che credo sia il “mio nemico giurato”, Abdul Rahman Milud, meglio noto con il suo nome de guerra Al Bija. Si tratta del capo della Guardia Costiera di Zawiya, l’unità al centro della mia inchiesta sulla mafia a Ovest di Tripoli. Al Bija il quale mi ha fatto sapere per via traverse “Se prendo Nancy Porsia, la faccio a pezzi”, ha dichiarato di avere un conto in sospeso con la sottoscritta perché – a suo dire – la mia inchiesta avrebbe portato la Corte Penale Internazionale dell’Aja ad aprire un fascicolo nei suoi confronti per violazione dei diritti umani sui migranti. Premesso che la Corte dell’Aja non ha annunciato tale procedimento, se anche così fosse tale fascicolo dovrebbe essere secretato. Mi chiedevo dunque come fosse possibile che lui ne fosse al corrente e chi fossero le sue talpe all’interno delle istituzioni, e quindi chi cerca di tutelarlo a tutti i costi.

Ma davanti a molteplici punti interrogativi e alle minacce, ho preferito non fuggire, e ho chiesto al Signor Milud – sempre tramite vie traverse – un’intervista. Il capo della Guardia Costiera di Zawiya, che nel frattempo ha rilasciato lunghe interviste a colleghi della stampa internazionale e nazionale nel disperativo tentativo di lavare via le accuse di cui io scrivo da un anno, ha accettato ma ha posto delle condizioni ben precise. Innanzitutto il luogo dell’intervista doveva essere l’aeroporto Mitiga di Tripoli, e secondo punto della trattativa “Se Nancy Porsia riesce a provare il mio coinvolgimento nel traffico di essere umani, io entro con le mie gambe in prigione. Se non dovesse riuscire, la processiamo in Libia e sarà lei ad andare in prigione qui”.

La richiesta suonava bizzarra in quanto non capivo quali fossero i criteri di riferimento del Signor Milud per valutare la solidità della mia inchiesta giornalistica, e a quale ordinamento giuridico il medesimo si appellasse per giudicarmi in un Paese dove la giustizia latita da decenni, da Abu Slim di memoria gheddafiana alle prigioni oggi gestite da miliziani rivestiti di uniformi comprate al mercato di Via Rasheed a Tripoli.

Davanti alle condizioni avanzate, il signor Milud non mi ha dato il tempo necessario per rispondergli che si è fatto vivo con una nuova proposta. Non sarebbe stato l’aeroporto il luogo dell’incontro… In fondo anche lui sa che quella “location” è troppo sensibile. Per quanto sia la porta di ingresso e di uscita del paese, anche per staff delle Nazioni Unite, proprio a Mitiga ci sono le segrete delle milizie. Il signor Milud mi ha detto allora “Incontriamoci a Palm City e Nancy si dimentichi pure del processo. Le concedo solo un’intervista e va bene così”.

Io ancora una volta ho deciso di prendere tempo per riflettere. Nel frattempo ho continuato la mia estenuante corsa per ottenere un visto, realizzando presto che fosse Al Bija ad imporre personalmente il divieto sul mio visto ma – forse – chi lo copre politicamente e preferisce tenermi lontana.

Ma facciamo un passo indietro: la mia inchiesta sulla mafia a Ovest di Tripoli. Realizzata nel corso di due anni di ricerche e pubblicata a puntate a partire dal Marzo del 2016, la mia inchiesta si è concentrata dapprima su Sabrata e la rete dei trafficanti di esseri umani nella città che ospita le antiche vestigia romane.
All’indomani dell’uccisione dei due lavoratori italiana della società Bonatti Fausto Piano e Salvatore Failla, che rano stati rapiti otto mesi prima nei pressi del compound a guida Eni Oil &Gas con altri due colleghi Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, scrivevo delle milizie che operano nella zona dove è avvenuto il rapimento e la faida interna per il controllo del territorio. Con un’intervista ad un uomo della sicurezza di Sabrata che realizzai in esclusiva per SkyTG24 denunciai la losca figura di Ahmed Dabbashi, meglio noto con il suo nom de guerre Al Ammu (vedi link Intervista a fonte sicurezza per SkyTg24). Proprio Ahmed Dabbashi già all’epoca considerato una dei principali trafficanti di esseri umani lungo la costa libica e cugino di Abdallah Dabbashi, capo della cellula dello Stato Islamico a Sabrata,  il quale – secondo pezzi della sicurezza di Sabrata – sarebbe stato il mandante del rapimento dei quattro dipendenti della Bonatti, ottiene l’incarico per la sicurezza esterna del compound Mellita Eni Oil & Gas a firma della società petrolifera libica NOC. I servizi italiani che anche all’epoca vantavano una presenza massiccia sul territorio, chiusero un occhio, dando il via già nel 2015 al processo di istituzionalizzazione del miliziano Ahmed Dabbashi.

Dopo aver fatto luce su quanto accadeva nei pressi di Mellita, dall’estate del 2016 continuai le mie ricerche nella zona su cui si stava estendendo il controllo del traffico dei migranti, la città di Zawiya, 50 chilometri a Ovest di Tripoli. La firma del Memorandum of Understanding del Giugno 2016 rendeva maggiormente necessaria chiarezza sulle istituzioni libiche impegnate nei controllo dei confini. Qui nel corso delle miei ricerche mi imbattei ben presto nella figura di Abdul Rahman Milud, detto Al Bija, il capo dell’unità della Guardia Costiera locale. A Tripoli come nel Sud della Tunisia il suo nome veniva sempre accompagnato da espressioni di terrore. Alcuni ufficiali della Guardia Costiera a Tripoli parevano imbarazzati ogni qual volta io pronunciavo il suo nome nel corso delle mie insistenti interviste. I nomi di Al Gasseb, al secolo Walid Khushlaf, cugino di Al Bija e responsabile della raffineria del porto di Zawiya e di suo fratello Ibrahim che invece controlla il principale porto di Zawiya, mi pareva destassero maggior terrore del capo dei guardiacoste.

Dopo settimane passate ad intervistare comandanti della Guardia Costiera libica, pescatori, direttori di prigioni per migranti, operatori delle organizzazioni umanitarie locali e vari altri testimoni, pubblicai la seconda parte della mia inchiesta sulla rete mafiosa a Ovest di Tripoli mettendo insieme la colonna di Sabrata con quella di Zawiya. I primi di Dicembre del 2016 è uscita così la mia inchiesta completa su Panorama (vedi link a inchiesta su Panorama) e Il Fatto Quotidiano e al livello internazionale sul magazine online TrtWorld (vedi link all’inchiesta in inglese su TrtWorld).

Iniziai sin da subito a ricevere telefonate da colleghi di varie testate internazionali, in tanti mi intervistarono e presto anche le autorità giudiziarie si sono fatte vive. La Corte Penale dell’Aja ha annunciato lo scorso Maggio l’apertura di un fascicolo per violazione dei diritti umani contro alcuni ufficiali libici e lo scorso giugno il panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia ha riportato la mia inchiesta tra le fonti sulla mafia libica a Ovest di Tripoli. Tuttavia nei mesi successivi alla pubblicazione della mia inchiesta, il silenzio da parte della stampa mainstream in Italia aveva lasciato le mie fonti e me esposte per troppo tempo al pericolo di una denuncia, o anche solo a quello dell’oblio. Quindi – come si dice in gergo giornalistico – ho presto deciso di ammazzare la mia storia rinunciando a ripetere urbi et orbi i nomi delle persone da me denunciate.

All’indomani del “Minniti compact”, quello che io definirei “il patto col diavolo”, i colleghi italiani hanno deciso di accendere i riflettori su quanto stia accadendo in quella parte di mondo. Oggi mi rallegro della indignazione che i reportage televisvi e cartacei dei vari colleghi sulla vicenda stanno sollevando nell’opinione pubblica. Ne lamento solo un certo ritardo. Io nel frattempo sono stata “allontanata” dal campo e quindi ostacolata nel mio lavoro di inchiesta giornalistica. Anche qui, forse i colleghi che hanno preso il testimone avrebbero potuto citare la mia inchiesta e la fonte delle informazioni da cui si sono abbeverati per i loro reportage.

Circa la nuova linea di cooperazione tra Europa, Italia e Libia, i colleghi della Associazione Diritti e Frontiere hanno raccolto la mia analisi sul sistema della mafia nel paese Nordafricano (vedi link a intervista su Adif). Tuttavia un paio di settimane fa ho finalmente ottenuto una risposta dall’Ufficio Stampa Estera a Tripoli: esiste una “black list” dell’intelligence libica e il mio nome sarebbe lì, nero su bianco, dallo scorso Dicembre. I giornalisti i cui nomi sono sulla suddetta lista nera, non entrano. Capisco dunque per quale motivo persone con grande potere nello spettro politico libico, un tempo sempre disponibili per una telefonata o per un caffè, improvvisamente si sono dileguati. Account Whatsapp e Viber disattivati, telefoni che squillavano a vuoto e messaggi senza risposta… Quasi in contemporanea con la notizia della “lista nera”, una di quelle voci familiari che per mesi si sono negate al telefono mi ha chiamato per dirmi “Mi spiace. So che tutto quanto hai raccontato è vero e che quello che ti sta accadendo è un’ingiustizia. Ti chiedo solo di non essere arrabbiata. Vorrei ricordarti che qui in Libia hai ancora tanti amici”.

Sebbene dovrò rinunciare – spero ancora solo per poco – alle immagini “spettacolari” che offre la Libia, proverò ad andare avanti con il lavoro d’inchiesta laddove le informazioni viaggiano anche senza visto.

 


Nancy Porsia è un giornalista freelance specializzata in Medio Oriente e Nord Africa. Collabora con diverse testate nazionali ed internazionali, e alcuni dei suoi ultimi lavori dalla Libia e dall’Iraq sono stati pubblicati da RAI, SkyTG24, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Panorama, L’Espresso, ARTE, ARD, The Guardian, Deutsche Welle e TrtWorld. Unica giornalista italiana rimasta di base in Libia all’indomani della rivoluzione del 2011, ha coperto la guerra civile e gli sviluppi del processo di riconciliazione nel paese nordafricano.

Esperta di migrazione irregolare, si è specializzata sulla rete dei trafficanti lungo la rotta del Mediterraneo centrale. A Dicembre del 2016 ha pubblicato la sua inchiesta sulla Mafia a Ovest di Tripoli con Panorama, e successivamente con TRTWorld, rivelando le connessioni-chiave tra milizie e traffico degli esseri umani. La sua inchiesta è stata ripresa dal Panel di Esperti delle Nazioni Unite nel loro Rapporto 2017, e dalla stampa nazionale ed internazionale.
Come ricercatrice, Nancy Porsia produce analisi su migrazione e sicurezza per diversi think tank e istituti privati. Alcuni dei suoi ultimi rapporti sono stati pubblicati da University of Cambridge, Goldsmith University of London e Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.
Nancy Porsia è attualmente di base a Tunisi.

 

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