Manuela Dviri : Israele e gli ultraortodossi

venerdì 6 gennaio 2012

Manuela Dviri Norsa
Scrittrice conosciuta in tutto il mondo per il suo talento e per il suo impegno per la pace e contro le guerre. Grazie alla sua perseveranza ha dato vita al progetto “Saving Children” grazie al quale i bambini palestinesi possono essere curati in ospedali israeliani. Oggi Manuela ha aderito al movimento “Science for Peace” per continuare sulla strada della pace.

1  Gli ultraortodossi in Israele dovrebbero andare a lavorare, come succede a New York. Non è più possibile dare a tutti i loro uomini un sussidio per studiare nelle scuole rabbiniche. Solo così si potrebbe risolvere il crescente problema fra laici e ultrareligiosi che sta agitando la società israeliana, afferma la scrittrice Manuela Dviri Vitali Norsa, intervistata dall’Adnkronos.

Il problema dello scontro fra laici e ultraortodossi “c’è sempre stato”, nota la Dviri, ma ora “è cresciuto” perchè in questi anni “non vi è stata data una risposta” e nel frattempo il numero degli ultrareligiosi è aumentato perchè nelle loro famiglie vi sono “da sette a dieci-undici figli”. Gli haredim, letteralmente “i timorati”, i più religiosi fra gli ortodossi, “non fanno il servizio militare, gli uomini studiano nelle scuole rabbiniche e spesso le famiglie vivono in condizioni di semi povertà grazie alle piccole borse di studio dello stato. In genere lavorano solo le donne, nelle loro scuole o nel mondo dell’Hi tech”.

All’interno di questo mondo, spiega l’autrice israeliana, “ci sono delle frange veramente fanatiche”, una sorta di “religiosità anarchica, di rifiuto dello Stato”. “La prima soluzione -afferma- è togliere loro queste borse di studio in modo che debbano lavorare, che escano da questa bolla irreale. Ritornare nella realtà aiuterebbe anche loro a vivere in una maniera piu economicamente dignitosa”. E, se non fanno il servizio militare, dovrebbero almeno fare quello civile come gli arabi israeliani o le donne religiose. Del resto, ricorda la Dviri, nella tradizione ebraica, “solo i migliori venivano destinati allo studio” non certo tutti. (segue)

(Civ/Col/Adnkronos

 Israele: la scrittrice Dviri, ultraortodossi dovrebbero lavorare come gli altri (2)

(Adnkronos) – Essendo in crescita numerica gli ultraortodossi vengono sempre più difesi in parlamento, nota la scrittrice, “ma verrà il momento in cui tutto questo dovrà cambiare, perchè non è possibile che i laici reggano sulle loro spalle chi non lavora”.

Il mondo degli ortodossi, avverte la Dviri, è comunque vasto e articolato. “Va fatta una distinzione fra ortodossi ‘light’ che vivono vite normali, solo osservando maggiormente le regole della religione e indossano la papalina fatta all’uncinetto, poi vi sono quelli con la papalina nera, un pò meno ‘light’, le cui donne hanno la testa coperta, e infine vi sono gli haredim, e al loro interno quelli ancora più religiosi fino ad arrivare ai fanatici che addirittura non riconoscono Israele”.

intervista ad Adnkronos

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donne e ultraortodossi

visto che ormai qui non si parla-giustamente – d’altro, e visto che nell’autobus segretato c’ero andata anch’io, pubblico ora l’articolo che avevo scritto circa un mese fa (è uscito su vanity fair).

Se chiudo gli occhi e torno a quelle ore, rivedo il viso pallido della giovane donna e il suo sguardo, immobile, fisso su di me. Io che sorrido e mi muovo imbarazzata, lei che continua a fissarmi, impassibile, senza alcuna espressione, e senza batter ciglio.

Mi ero vestita come loro, prima di uscire di casa per il mio primo viaggio nell’autobus “mehadrin”, termine che letteralmente vuol dire “perfetto” e si usa per definire il super kosher, l’estremamente ligio alle regole della religione ebraica.

Nel caso dell’autobus, vuol dire anche volontariamente separato, segregato, donne e bambini dietro, uomini davanti, secondo una nuova e molto discussa “moda” degli “haredi”, cioè degli ultra osservanti, degli zeloti, dei fautori di un’osservanza fanatica delle leggi della torah e della divisione dei sessi nei luoghi pubblici per mantenere intatta la purezza e la modestia delle donne.

Trasformata in una “haredi”, senza neppure una traccia di trucco, in gonna nera lunga fino al polpaccio, calze nere, scarpe chiuse, maglietta con le maniche lunghe e capelli coperti da un berretto, avevo persino provato, malgrado il caldo (35 gradi all’ombra), una strana e per nulla spiacevole, quasi esilarante sensazione di totale libertà, come fossi diventata trasparente. Come se avessi smesso di essere una donna e perso ogni desiderio di piacere a chichessia o di essere osservata. Come se avessi smesso per poche ore di essere me stessa.

“Vedo che ti sei travestita, ma lo capiranno comunque che non appartieni a quel mondo” ha commentato la mia amica Judith, la scrittrice Judith Rotem (il suo libro “Lo strappo” è pubblicato in Italia da Feltrinelli), quando le sono comparsa davanti così conciata; “lo capiranno dal modo in cui cammini, da come tieni la testa, muovi le mani, guardi in faccia la gente, ridi. Io, invece, senza fare alcuna fatica, passerò inosservata” ha affermato con sicurezza. “È un mondo in cui sono nata e cresciuta, un mondo che ho lasciato e dal quale, con grande gioia, ho portato via i miei sette figli”.

Bney Berak, polverosa e caotica cittadina che ricorda uno shtetl polacco ed è appena alla periferia della scintillante, gaudente e super laica Tel Aviv, è stata la nostra prima fermata.

Salite dalla porta anteriore nell’autobus vuoto, abbiamo pagato e ci siamo diligentemente sedute nei sedili dietro. Erano le 11 e 30. L’autista, laico, ben camuffato anche lui con una gran papalina in testa, ci ha dato il resto senza alzare la testa e senza guardarci in faccia.

Judith ha tirato un sospiro di sollievo: andando a trovare suo figlio, l’unico rimasto “haredi” della sua famiglia, le è capitato di essere stata pesantemente insultata dai passeggeri maschi per essere salita dalla porta anteriore; dalla paura è scesa, è risalita dalla parte posteriore e si è fatta tutto il viagggio, terrorizzata, in un angolo, e senza biglietto. Questa volta è andata meglio. Rilassata e comodamente seduta nella mia poltrona dell’autobus di linea che intraprendeva il lento cammino in salita nella direzione delle colline intorno alla cittadina (estremamente “haredi”) di Ramat Beit Shemesh, mi son guardata intorno .

Solo allora, e con mia grande sorpresa , ho notato che la stragrande maggioranza dei viaggiatori erano donne, tutte comodamente sedute, come noi, nei sedili posteriori. “Dove sono finiti i maschi?” ho chiesto delusa a Judith, mentre un soldatino, appena salito, si guardava intorno sorpreso e imbarazzato e alla fine decideva di sedersi dalla parte “giusta”, tra i quattro cinque uomini davanti.

“A quest’ora sono nella Yeshivà (la scuola rabbinica)” ha risposto, “tutti chiusi a studiare tra quattro mura più di 12 ore al giorno. Naturalmente c’è chi ama lo studio dei testi sacri, c’è chi lo fa con passione e non desidera o sogna altro, ma c’è anche chi preferirebbe un’altra vita. Un mio giovane lettore, per esempio, uno che mi ha scoperta grazie alla lettura clandestina dei miei libri ‘profani’ in una biblioteca pubblica, non desidera che andarsene”.

“E perché non lo fa?”

“È come attraversare un oceano, passare dall’altro lato del mondo. Peccato. Chissà quanti Einstein, Freud e Rubinstein, chissà quanti straordinari Woody Allen che non conosceremo mai si nascondono tra le mura di quelle Yeshivà. Quanti talenti sprecati. Nessuno di loro ha mai letto o mai leggerà un libro ‘normale’, o un giornale laico, o guarderà un programma alla tivù…”

“O parlerà al cellulare” ho continuato, rendendomi conto, dall’irreale silenzio tutto intorno, che nessuna donna aveva il cellulare.

“E a che cosa mai servirebbe loro il cellulare” ha commentato Judith sarcastica, “per parlare con le amiche??”.

Non è difficile viaggiare in autobus segregato se segui le regole, seduta da brava nei sedili posteriori.

Tutto diventa più complicato se ti siedi davanti, “alla Rosa Parks” (la coraggiosa antisegregazionista di colore americana), ben tre file più avanti.

Judith e io l’abbiamo fatto al viaggio di ritorno, dopo essere scese al capolinea e risalite nello stesso autobus con lo stesso autista ormai convinto che fossimo importanti funzionarie (travestite) del ministero dei Trasporti.

E questa volta c’erano in autobus anche molti uomini, usciti dalla Yeshivà per la pausa pranzo. Una donna, sola, si è seduta accanto a noi. Non ci siamo scambiate una parola. Una fermata dopo l’altra gli uomini continuavano a salire, sempre più numerosi, e a sedersi davanti, guardandoci stupiti, forse scandalizzati, per quei posti “rubati” a loro. Le donne e i bambini, cariche di pacchi, sacchetti, carrozzine, continuavano ad accomodarsi dietro.Le sentivamo parlare a voce bassa tra di loro. Di bambini, di pannolini, di pappe, di lavoro.

 Judith le ascoltava, seria, e commentava, con gli occhi sempre più tristi: “Fin da piccole sono indottrinate a rimanere nel loro posto nel mondo: prima ad aiutare la mamma con i fratellini, poi a sposarsi giovanissime, a mettere al mondo 10, 12 bambini, a lavorare per mantenere la famiglia mentre gli uomini studiano. Il giorno più felice della loro vita è il matrimonio (combinato, naturalmente), ma quello è anche il giorno in cui comincia la loro durissima vita vera”.

“Per questo” ha aggiunto “io piango sempre ai matrimoni”.

E mentre mi svelava pazientemente i meandri di quelle vite per me misteriose e sconosciute come fossero di un altro pianeta, nell’autobus, silenzioso e quasi cupo malgrado i moltissimi bambini, la tensione saliva.

E una voce si è alzata da dietro, una voce giovane, una bella voce di donna. “Donne” ci ha gridato, “alzatevi e spostatevi, ci sono uomini in piedi, non c’è più posto davanti!”.

 Judith, la nostra sconosciuta vicina ed io abbiamo risposto che non ci sognavamo neanche, che era nostro pieno diritto sederci dove volevamo, che da parte nostra gli uomini potevano anche stare in piedi o sedersi accanto a noi, e che in un mezzo pubblico non ci sono divisioni o segregazioni di alcun genere.

Poi è tornato quello strano, irreale silenzio. Dalla parte degli uomini neanche una parola.

E io mi sono imbestialita. Mi è venuto da urlare che perfino la protesta, da vigliacchi, la fanno fare alle loro donne fino a farle diventare nemiche di se stesse, dei loro diritti, del loro stesso corpo, ma sono stata zitta.

Tanto a che sarebbe servito? Dal caldo, le calze autoreggenti stavano cominciando a scendermi giù per le gambe, la testa mi prudeva sotto il berretto e una ragazza dal viso scarno mi guardava immobile, impassibile, senza batter ciglio.

Ho provato a sorridere, ma lei non ha risposto.

“Sta cercando di capire chi sei, da dove vieni, perché sei qui, che cosa vuoi” mi ha spiegato Judith.

E siamo scese.

P.S. Secondo la Corte suprema israeliana gli autobus segregati nei quali, per ragioni di «modestia», gli uomini siedono nel settore anteriore e le donne in quello posteriore sono illegali.

Secondo la Corte le compagnie pubbliche israeliane non possono imporre la separazione per sesso nei loro mezzi di trasporto, uomini e donne possano però decidere di sedersi separati su base volontaria. La strana moda quindi continua e malgrado ci siano anche tra gli “haredi” alcuni e alcune che vi si oppongono, come la nostra compagna di viaggio, il numero degli autobus segregati (che ufficialmente non esistono) continua ad aumentare. E naturalmente gli “haredi”, che sia chiaro, non hanno alcun monopolio sulla religione ebraica, che grazie a Dio, è tutta un’altra cosa.

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