Marwan Barghouti: non siamo ancora sepolti dalle ruspe israeliane!

sarà la terza Intifada, di tutti i palestinesi uniti

di Umberto De Giovanangeli

Mr. Intifada torna a parlare. E le sue parole dal carcere delineano un vero e proprio programma politico-elettorale. Chiede unità, dà il suo sostegno ad una terza Intifada popolare e nonviolenta, si schiera per una riconciliazione tra Fatah e Hamas, denuncia l’assenza in Israele di un serio interlocutore di pace.

Parla Marwan Barghouti, leader di al Fatah in Cisgiordania, recluso in un carcere di massima sicurezza israeliano dove sconta l’ergastolo. Parla da leader, da presidente in pectore, Marwan Barghouti. E afferma: «Scommettere solo sui negoziati non è mai stata la nostra scelta. Io ho sempre suggerito un insieme costruttivo di negoziati, resistenza e attività politica, diplomatica e popolare». Il mix che dovrebbe caratterizzare la terza Intifada: «Dobbiamo dimostrare al mondo intero – afferma Barghouti – che la questione palestinese non è stata sepolta dalle ruspe israeliane. Al tempo stesso occorre far tesoro degli errori commessi in passato. Dobbiamo riportare la resistenza a livello popolare: non è solo una questione di strumenti di lotta, è anche una scelta politica, di democrazia». In questo quadro, il leader di Fatah invoca una «campagna popolare contro gli insediamenti, contro la «ebraicizzazione» di Gerusalemme Est e contro il «muro dell’apartheid» E al presidente Abu Mazen, Barghouti chiede di farsi promotore di una iniziativa internazionale che porti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione per il «riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente sui territori occupati da Israele nel  1967; uno Stato con Gerusalemme Est capitale. Una cosa deve essere chiara: la nostra lotta è per uno Stato in più, quello di Palestina, e non per uno in meno, Israele». Nel frattempo, Abu Mazen ha rinviato leelezioni presidenziali e legislative in un primo tempo fissare per gennaio prossimo. Una decisione che Barghouti approva, perché, spiega, «le elezioni hanno senso se non sono elezioni territorialmente limitate alla sola Cisgiordania. Nessuno può arrogarsi il diritto di escludere, per qualsiasi ragione, Gaza e Gerusalemme Est». Al Fatah è pronto a lanciare una terza Intifada, popolare, nonviolenta.

Marwan Barghouti è d’accordo? «Sono con loro. E per quel che posso, farò la mia parte per sostenerla. Dobbiamo dimostrare al mondo intero che il popolo palestinese non si è arreso e al tempo stesso dobbiamo far tesoro degli errori commessi in passato. Voglio anche dire che non conosco un’espressione politica più democratica dell’Intifada. In arabo intifàdah significa “scuotimento”, come qualcuno che si scuote dal torpore, si alzi e si liberi dalla polvere e dalla sabbia che lo hanno ricoperto. Tutti i ceti sociali devono essere parte di questa sollevazione determinandone l’andamento e l’esito». Questo comporterebbe però una unità tra Fatah e Hamas. «Non vedo delle fondamentali differenze politiche tra Fatah e Hamas. Chi agisce per far prevalere interessi di parte, logiche di potere, mina la causa palestinese e deve assumersene le responsabilità. Occorre mettere fine alle divisioni e ripristinare l’unità nazionale. Per questo chiedo ad Hamas di accettare l’accordo per la riconciliazione nazionale mediato dall’Egitto. E a tutte le fazioni dico che la nostra bussola sono l’unità nazionale e la protezione dei palestinesi prima degli interessi partigiani e individuali».

I negoziati con Israele vivono una lunga fase di stallo… «Vivere è un termine improprio. Il negoziato è morto e la responsabilità cade su Israele. Chi pensa che la pace sia possibile con l’attuale governo israeliano è un illuso. Oggi non esiste un partner di pace israeliano. Il problema è che non vi è nessun leader in Israele come Charles de Gaulle in Francia, che pose fine alla colonizzazione dell’Algeria, o come Frederik De Klerk, presidente del Sud Africa dell’apartheid, che consegnò il potere a Nelson Mandela. Israele non fa la pace e non è pronto a porre fine all’occupazione».

È deluso da Barack Obama? «Un leader politico va misurato dai fatti e non dalle parole. Il presidente Obama mostrato buone intenzioni ma che finora sono rimaste tali. La realtà va nella direzione opposto da quella indicata da Obama. Israele continua ad agire senza freni, a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme. Gaza è ridotta a una immensa prigione a cielo aperto, con un milione e mezzo di esseri umani isolati dal resto del mondo. La Cisgiordania è spezzata in mille frammenti territoriali, con oltre 500 check-point che Israele non ha mai rimosso. Undicimila palestinesi sono prigionieri nelle carceri israeliane. Tutto questo il presidente Obama lo sa bene, ma non agisce. Così rischia di passare come succube, se non complice, di una oppressione intollerabile». Dal giugno 2006, in mano palestinese è Gilad Shalit. In questi giorni si riparla di una liberazione del caporale israeliano.

Qual è in merito la sua posizione? «Il governo israeliano sa bene che se vuole davvero la liberazione di Shalit deve accettare le richieste avanzate da Hamas». Hamas ha presentato una lista di detenuti palestinesi da liberare in cambio del caporale Shalit.

In questa lista c’è anche il suo nome? «Sì, ci sono anch’io». Molti pensano a Barghouti come successore di Abu Mazen alla presidenza dell’Anp. «Al momento opportuno farò la mia scelta».

E quando sarà il momento opportuno? «Quando la riconciliazione nazionale sarà raggiunta e vi sarà un accordo sull’organizzazione di nuove elezioni. Ho sempre lavorato per l’unità del mio popolo. Voglio continuare a farlo»

L’Unità, 22 novembre 2009

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