Master in fake news – di Ugo Tramballi

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Giovedì, 21 Settembre, 2017

di Ugo Tramballi

Qualcuno per caso ricorda la grande mobilitazione di Arabia Saudita ed Emirati contro il Qatar? Una crociata, potremmo dire se non fossimo nel cuore dell’Islam. All’inizio dell’estate sembrava che stesse per scoppiare un’altra guerra nel Golfo. Minacce, boicottaggio economico di ogni tipo, famiglie divise, assedio per fame.

Meno di tre mesi più tardi non troverete più niente sui giornali e nei siti, se avete voglia di cercare. Tecnicamente il boicottaggio c’è. Ma l’emiro del Qatar va in giro per il mondo a incontrare autorità: l’altro giorno Angela Merkel. E i suoi sudditi vanno e vengono dal paese volando con l’immensa flotta di Qatar Airways che ha ripristinato quasi subito le sue solite rotte. Il principe Mohammed, l’erede al trono saudita che aveva lanciato la mobilitazione contro il Qatar colpevole di sostenere l’estremismo islamico (senti chi parla), tace. Gli Emirati e il Bahrein che si erano subito messi sull’attenti e in marcia dietro i sauditi, sono tornati ai loro affari: la priorità non è punire Doha ma salvaguardare l’immagine dinamica di Abu Dhabi e Dubai.

Il ministro degli Esteri Angelino Alfano è andato nella capitale del Qatar a benedire un contratto da cinque miliardi di euro firmato da Fincantieri per la fornitura di sette corvette all’emirato. Superando la concorrenza di Exxon e ShellTotal investirà più di due miliardi per espandere la produzione del gas qatarino. E niente a parte il caldo, in questi mesi ha dato l’impressione che il paese fosse sotto una qualche forma di assedio.

Forse l’immagine più mortificante per chi aveva pianificato di isolare e mettere in ginocchio il Qatar, ma anche la più vera della superficialità dei dissidi fra regni ed emirati del Golfo, è quella di Neymar. Era l’inizio di agosto, a Parigi. Con un colpo di scena e di milioni, il brasiliano aveva lasciato il Barça per il PSG. Come è noto il proprietario della squadra francese è il fondo sovrano del Qatar. Ma in evidenza sulle magliette di Neymar e dei suoi compagni, c’è scritto “Fly Emirates”, la linea aerea del nemico. Gli Emirati, dunque, boicottano e sponsorizzano il Qatar.

Durante l’estate sono accadute altre cose in questo conflitto all’ultimo sangue. Il “casus belli” del boicottaggio erano state alcune dichiarazioni dell’emiro Tamim del Qatar contro l’Arabia Saudita e a favore dell’Iran. Un’agenzia di stampa le aveva poi riprese. Si è scoperto che quelle dichiarazioni erano false: le avevano costruite e diffuse i servizi segreti degli Emirati. Youssef al-Otaiba, l’ambasciatore a Washington degli Emirati, le aveva vendute come vere a Jared Kushner, genero e consigliere di Donald Trump. Al-Otaiba è diventato il principale consigliere sul Medio Oriente del consigliere sul Medio Oriente del presidente degli Stati Uniti.

All’inesperto Kushner l’emiratino spiega la sua verità sul Medio Oriente, dandola per vera. A luglio a Youssef al-Otaiba, si è aggiunto il nuovo e giovanissimo ambasciatore saudita: il principe Khaled bin Salman, 28 anni, figlio del re e fratello minore del principe ereditario Mohammed.

È in questo brodo di coltura unidirezionale che nasce a fine maggio la straordinaria visita di Donald Trump a Riyadh, a fine maggio: quando il presidente ha benedetto il boicottaggio saudita al Qatar. Salvo poi riprendere a fare affari con quest’ultimo, qualche giorno più tardi.

Ma la madre delle notizie false è quella denunciata da Bruce Riedel, direttore del Brookings Intelligence Project, 30 anni alla Cia e assistente alla Casa Bianca sia con Clinton che con Bush. Nella visita di Riyadh, Trump aveva annunciato un gigantesco accordo con firma in calce per la vendita di armi all’Arabia Saudita: 110 miliardi di dollari subito più altri 250 in dieci anni.

Secondo Riedel, quell’accordo non esiste. “Ho parlato con i miei contatti nel settore della Difesa e in Campidoglio”, scrive Riedel sul sito di Brookings. “E tutti dicono la stessa cosa: non esiste un accordo da 110 miliardi. Ci sono invece un gruppo di lettere d’interesse d’intenti ma non contratti. Molte sono offerte sulle quali l’industria della Difesa pensa che un giorno i sauditi potrebbero essere interessati. Per ora niente è stato notificato in Senato per un esame. La Defense Security Cooperation Agency, il braccio del Pentagono per la vendita di armi, le definisce “vendite previste”. Nessuno degli accordi fino ad ora notificati è nuovo, appartengono tutti all’amministrazione Obama”.

Quando si dice maestri della fake news. Second il Washington Post, nei primi sei mesi di presidenza Trump ha fatto più di 800 dichiarazioni false o ingannevoli. Fra le prove esibite da Riedel sull’inesistenza del contratto c’è Israele. Ogni volta che gli Stati Uniti vendono armi ai sauditi, immediatamente lo stato ebraico protesta e chiede di essere compensato con armi ancora più efficaci, necessarie per mantenere la superiorità strategica sul mondo arabo. Questa volta da Israele non è venuto che silenzio.

 

Master in fake news

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