UNA MATTINATA IN UN CHECK-POINT ISRAELIANO

New York Times, 30 marzo 2011

PARIGI – Siamo appena tornati da una settimana in Israele e Palestina. Organizziamo un festival di musica da camera nel sud-ovest della Francia e siamo interessati a portare studenti israeliani e palestinesi al nostro master classesNon abbiamo avuto problemi a raggiungere Ramallah da Gerusalemme con i mezzi pubblici. Ma abbiamo avuto problemi durante il viaggio di ritorno. Abbiamo raggiunto il checkpoint di Kalandia tra Ramallah e Gerusalemme venerdì 11 marzo alle 9,30 del mattino. Abbiamo scelto di scendere dal bus con tutti gli altri anche se, come stranieri, potevamo rimanere su.

Siamo rimasti sbalorditi da quello che abbiamo visto: strutture in cemento, filo spinato, telecamere. Mentre eravamo in fila si vedeva un soldato israeliano, donna, all’interno di un fortino di cemento che ci guardava. Davanti a noi c’era un tunnel di barre della larghezza giusto per una persona. Alla sua estremità un tornello bloccato elettronicamente da qualche parte.

Appena siamo entrati in questo spazio angusto ho guardato il filo spinato più avanti. Noi siamo ebrei e abbiamo cominciato a piangere. Come era possibile che il nostro popolo, che ha affrontato tanta sofferenza, potesse infliggere queste prove, con l’intenzione di umiliare e intimidire un altro popolo?
Poi siamo stati presi dalla paura. Se ci fosse stato uno scoppio di panico o un incendio, saremmo stati tutti calpestati, perché non c’era scampo. Le storie delle donne che partoriscono qui, alcune perdendo il bimbo, sono venute dolorosamente alla mente.

Dopo quello stretto corridoio siamo entrati in una piccola area, di nuovo di fronte a un tornello metallico. Molti di noi eravamo bagnati poiché aveva piovuto in mattinata e faceva freddo. Non c’erano molte persone in attesa, ma ne lasciavano passare solo una o due ogni 10 minuti o giù di lì.

In questo spazio non c’era, da nessuna parte, una panchina per far riposare anziani e bambini. Un bambino ha cominciato a piangere, un altro si lamentava di avere i piedi congelati perché gli stivali erano bagnati. Le donne anziane hanno chiesto agli uomini di lasciarle andare per prime, ma questi hanno rifiutato: volevano mantenere il loro posto in fila per arrivare in tempo per la preghiera alla moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme.

Abbiamo cominciato a parlare in inglese con la gente intorno a noi. Non abbiamo nascosto di essere ebrei. Una coppia con un bambino ci ha mostrato le carte di un appuntamento per una consulto in ospedale a mezzogiorno: un obiettivo improbabile ora, anche se erano arrivati ​​alle 9,30, come noi. Poiché mezzogiorno si avvicinava alcuni uomini sono ritornati indietro: era troppo tardi per la preghiera.

Alle 12,10 era finalmente il nostro turno. Abbiamo potuto vedere chi controllava il tornello. C’erano diversi giovani soldati israeliani all’interno. Sembravano divertirsi, ridevano, si prendevano in giro, come tutti i giovani. Vogliamo credere che non avevano idea della sofferenza morale e fisica che stavano infliggendo con il processo di controllo molto lento. Hanno l’ordine di rallentare tutto il venerdì mattina al fine di scoraggiare gli uomini che vengono a pregare? O forse per ridurre il numero di persone che vogliono trascorrere il fine settimana con le loro famiglie?

Si può facilmente immaginare i sentimenti di risentimento che nascono da questa esperienza. Questo trattamento è ingiustificato dal punto di vista della legittima sicurezza; è degradante e inumano e non comprensibile, dato che proviene da una nazione che vuole essere percepita come democratica, una nazione tra le nazioni.

*Alain Salomon è un ex professore associato di architettura alla Columbia University e presidente di un festival di musica da camera nel sud-ovest France. Katia Salomon è a capo dell’associazione che gestisce le biblioteche del carcere di Fleury-Mérogis in Francia, le più grandi d’Europa.

New York Times Mercoledì, 30 Marzo 2011
Nena News
Traduzione Ter

 

http://www.palestinalibera.org/2011/04/una-mattinata-in-un-posto-di-blocco-israeliano/

 

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