MAVI MARMARA. Condannati, rischiano l’ ergastolo quattro capi dell’esercito israeliano

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27 mag 2014

Una corte di Istanbul ha emesso una sentenza senza precedenti, mentre è ancora in corso il processo di riconciliazione tra i due Paesi. Nelle stesse ore perdeva la vita l’ultima vittima di quel raid, spentosi dopo 4 anni di coma.

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di Chiara Cruciati

Gerusalemme, 27 maggio 2014, Nena News – Ieri una corte di Istanbul ha condannato e ordinato l’arresto di quattro ex capi dell’esercito israeliano, accusati dell’omicidio di nove attivisti turchi, uccisi in un violento raid israeliano a bordo della nave Mavi Marmara.

L’imbarcazione, parte della missione Freedom Flotilla, era stata presa d’assalto in acque internazionali il 31 maggio 2010 mentre si recava a Gaza. Un raid che provocò la rottura dei rapporti diplomatici, da sempre più che amichevoli tra Ankara e Tel Aviv, ricuciti solo lo scorso anno dopo le scuse ufficiali presentate dal premier Netanyahu al collega Erdogan, la promessa di un risarcimento monetario alle famiglie delle nove vittime e soprattutto un contratto milionario per un gasdotto sottomarino lungo le coste israeliane diretto in Turchia.

Ieri l’emissione dei mandati di arresto, consegnati all’Interpol, potrebbe far traballare di nuovo i rapporti tra i due alleati. Per ora i vertici politici e militari israeliani non commentano la sentenza, seppure voci ufficiose siano giunte alle orecchie dei media: “Una sentenza ridicola – ha commentato un funzionario rimasto anonimo – Se questo è il messaggio che i turchi intendono inviare a Israele, è stato perfettamente compreso”. Una velata minaccia al processo di riconciliazione in corso? In ogni caso, gli esperti hanno tenuto a sottolineare che se l’accordo con Israele fosse definitivamente firmato, godrebbe dello status di trattato internazionale e garantirebbe l’immunità ai quattro condannati.

Per ora se la corte proseguisse la strada intrapresa, i quattro ex capi dell’esercito – l’ex capo dello staff Gaby Ashkenazi, l’ex capo della marina Eliezer Marom, l’ex capo dell’intelligence Ams Yadlin e l’ex capo dell’intelligence dell’aviazione Avishai Levy – rischiano fino l’ergastolo. Se venissero catturati, si tratterebbe del primo caso in cui esponenti delle istituzioni israeliane pagano per crimini commessi e violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.

Nonostante lo sdegno internazionale e le critiche giunte da più parti, Israele aveva fatto ben poco per “rimediare”. Nel febbraio 2013, la Commissione Turkel, creata per investigare su eventuali responsabilità dello Stato nel raid, decretò la necessità di avviare riforme immediate e radicali per migliorare le inchieste militari: funzionari di alto livelli e leader politici dovrebbero essere considerati responsabili di azioni illegali compiute dal proprio esercito. Senza dire nulla in merito all’attacco alla Freedom Flotilla, la commissione si limitò ad indicare ai vertici politici israeliani la linea da seguire in futuro nel caso di indagini nei confronti dell’esercito. 

Una beffa a cui seguì la notizia dell’affare da 2.5 miliardi di dollari per la costruzione di un gasdotto di 470 chilometri, in grado di trasportare 16 miliardi di metri cubi di gas l’anno sfruttando il ricco bacino del Leviatano, lungo le coste israeliane. Un modo per Ankara e Tel Aviv di riallacciare rapporti che convenivano ad entrambi.

A margine, come spesso accade, resta la giustizia. Che una corte di Istanbul ieri ha tentato di ristabilire. La notizia giunge, amaro scherzo del destino, proprio nel giorno in cui si spegneva la decima vittima del raid contro la Mavi Marmara: ieri Ugur Suleyman Soylemez, è morto dopo quattro anni di coma. Era stato colpito da un proiettile sparato da un soldato israeliano a bordo dell’imbarcazione di attivisti. Nena News

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