Maya e le altre. Che dicono ‘no’ all’esercito

di Barbara Antonelli

In una società in cui le piazze sono state vuote per anni, cresce in Israele il numero delle giovani attiviste. Dal rifiuto del servizio militare, alle manifestazioni contro il muro  nei Territori palestinesi occupati.

Maya ha 20 anni, i capelli biondi, le All Star rosse sempre ai piedi e la zeppola (il sigmacismo, come lo chiamano gli esperti di dizione). Ogni venerdì, megafono in mano, saltella da una parte all’altra di Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme Est dove da diversi mesi va avanti una mobilitazione quasi permanente in solidarietà delle famiglie palestinesi sfrattate dal quartiere.

Maya Wind è la responsabile dell’ufficio stampa dei Rabbis for Human Rights (Rabbini per i diritti umani), una delle diverse organizzazioni israeliane che si occupano delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi a Gerusalemme Est. Maya descrive la situazione come “estremamente tesa”, in cui “coloni ebrei spesso provocano consapevolmente le famiglie”. Le famiglie Al Kurd, Ghawi, Hanooun, le famiglie senza più la loro casa a Sheikh Jarrah, sono la seconda famiglia di Maya. “Ho dormito con loro diverse notti, ho assistito alla violenza e ai soprusi dei coloni”.

Maya è cresciuta a Gerusalemme, durante la seconda Intifada, in una scuola religiosa, in una famiglia sionista. Poi all’età di 15 anni ha incontrato una sua coetanea palestinese, nel corso di un workshop sulla risoluzione dei conflitti organizzato da Face to face, un gruppo di dialogo tra giovani israeliani e palestinesi. Una molla le è scattata nella testa. “E cosi sono andata in West Bank, ero terrorizzata, pensavo che se avessi detto che ero israeliana o ebrea, mi avrebbero sparato, anche se ci ero già stata centinaia di volte, ma nelle colonie illegali; molti dei miei compagni a scuola erano figli di coloni, ci sono stata così tante volte da bambina. E cosi all’improvviso sono uscita dalla bolla. Ho visto l’occupazione nelle sue tante forme, per questo mi sono rifiutata di entrare nell’esercito”. A dicembre del 2008 firma una lettera con altri suoi coetanei in cui si rifiuta di fare il servizio militare (obbligatorio in Israele). Diventa una Shministin, che in ebraico indica “gli studenti del dodicesimo grado”, l’ultimo anno della scuola dell’obbligo israeliana, l’ultimo anno di spensieratezza prima di arruolarsi nell’esercito.

Cento obiettori hanno sottoscritto la lettera tra il 2008 e il 2009: giovani israeliani che rifiutano di far parte di un esercito che occupa i Territori palestinesi. Un rifiuto che ha suscitato non poche polemiche, perchè reso pubblico a metà gennaio 2009, proprio mentre Israele portava avanti la terribile operazione militare nella Striscia di Gaza. “Eppure mi sono sentita ancora più forte nel dire pubblicamente no – dice Maya – no a una violenza che è il risultato di decenni di occupazione dei Territori palestinesi e dell’assedio di Gaza”. Nella sua lettera scritta al Ministero della Difesa Israeliano alla fine del 2008 si legge “Ho capito che la mia difficoltà a criticare le azioni immorali che Israele commette, avevano origine nell’identificazione con le mie coetanee e i miei coetanei che sono nell’esercito. Oggi è proprio questa consapevolezza che mi porta a dire no. Non posso riconoscere l’umanità negli israeliani e non  nei palestinesi”. Anche nel 2010 ottanta Shministin hanno inviato lettere al Ministro degli Esteri israeliano per dire no. Ma la tradizione delle lettere degli obiettori risale agli anni settanta, quando alcuni studenti ne scrissero una all’allora Ministro Israeliano Golda Meier, solo pochi anni dopo la guerra dei Sei Giorni. Chi si rifiuta di entrare nell’esercito rischia dai 21 ai 28 giorni di carcere, chi si rifiuta di indossare la divisa militare viene in genere mandato in isolamento. Dopo il carcere, gli Shministin vengono rimandati a casa e richiamati di nuovo: se rifiutano una seconda volta, come molti di loro fanno, vengono rimandati in cella; fino a quando prima o poi non ottengono di essere esentati dal servizio militare.

Si sono avute lettere nel 1982 dopo la (prima) guerra in Libano, nel 1991 dopo la prima Intifada e ancora nel 2001, 2002, 2005. Nel 2008 un nuovo gruppo ha ripreso la tradizione dei primi firmatari, tante le ragazze. Omer Goldman, Maya Wind, Tamar Katz, Mia Tabarin, Or Ben David. Giovanissime donne israeliane che hanno deciso di raccontare e vivere un’altra versione dei fatti. Vanno regolarmente in West Bank, parlano con i loro coetanei palestinesi, apprendono il significato di cosa vuol dire vivere quotidianamente sotto occupazione. Si tessono relazioni, amicizie. In alcune si percepisce un velo di incertezza, la paura di sentirsi diversa, in una società in cui la prima domanda che ti viene fatta è “e tu che cosa hai fatto nell’esercito o in quale dipartimento eri?”. Quando chiedo a Maya come sono le relazioni con i suoi coetanei, mi spiega che vuole mantenere relazioni con i suoi amici sionisti, con i suoi amici che vivono nelle colonie e con cui è cresciuta. “Credo che qualcuno possa cambiare, come sono cambiata io”. Ma quando le chiedo del suo rapporto con i genitori, accenna timorosamente alle difficoltà, poi mi chiede di spegnere il registratore. Capisco che per lei è troppo doloroso parlarne.

Anche Omer Goldman ha avuto difficoltà a far accettare la sua scelta. Suo padre è una figura in vista nella società israeliana e ha lavorato nel Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana. “Fino all’età di 17 anni pensavo di voler diventare un soldato, poi un giorno sono stata in West Bank. L’esercito aveva messo un checkpoint in mezzo al villaggio, senza alcuna ragione, così tanto per rendere la vita più difficile ai palestinesi, i soldati hanno cominciato a spararci addosso e mi sono detta: è questo l’esercito che dovrebbe proteggere il popolo israeliano?”

Comunque è un passo che non arriva dall’oggi al domani, “per me è stato un processo durato 4 anni. Sono andata in West Bank e da lì ho preso la decisione: non avrei preso parte al sistema dell’occupazione”, spiega Netta Mishley, “Cosa ho fatto? Delle manifestazioni contro il muro nei villaggi palestinesi, a 25 minuti di automobile da Tel Aviv, dove vivo. Quando pensi nella tua testa, andrò in West Bank sembra impossibile, ma poi vai perchè vuoi vedere come è dall’altra parte”. Quasi tutte dopo essere state esentate dal servizio militare, hanno iniziato a fare attivismo politico.

L’instancabile Maya organizza anche tour politici con ICHAD (comitato israeliano contro la demolizione delle case) e coordina un gruppo giovanile di dialogo nell’associazione femminista New Profile.

C’è una speranza per il movimento pacifista israeliano? le chiedo. “Contiene diversi approcci, diverse forme, solidarietà, politica, diritti umani e certamente molti dei gruppi non lavorano a sufficienza tra loro, non si coordinano. Se non c’è una vera attenzione dei media è perchè davvero siamo una minoranza, questa è la cosa davvero triste. Vorrei tanto saper convincere le persone intorno a me a stare dalla mia parte…”. In realtà è così: Maya e le altre rappresentano una minoranza della società civile israeliana, ma il salto dall’altra parte l’hanno fatto. Se non fossero andate nei Territori occupati non sarebbero quel che sono; sarebbero, per citare le parole di Gideon Levy, brillante editorialista di Haaretz, in una recente intervista “come la maggioranza degli israeliani”. (26 aprile 2010)

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