Medioriente: rileggere la storia

(25 Giugno 2012)

L’uomo vive dentro orizzonti limitati, spesso, sia spaziali che temporali. Sappiamo come Berlusconi abbia abusato di questa caratteristica umana facendo dichiarazioni seguite da smentite quasi immediate senza che l’opinione pubblica nella sua maggioranza avesse reazioni particolari. E, nonostante la sua limitatezza, l’uomo tende spesso a proiettare la propria esperienza e mentalità nel passato attribuendole senza sconti all’uomo del passato.

Questo non è applicabile, spesso, nemmeno a pochi decenni di distanza su noi stessi, figuriamoci quando si tratta di eventi lontani mezzo secolo o più. Per cui prima di parlare dell’attuale Medioriente e argomentare sui tragici eventi di cui sentiamo parlare e assistiamo per interposte persone, è certamente raccomandabile rileggere la storia del XX secolo di cui la scuola ci ha dato per lo più un rendiconto non adeguato. E quando dico rileggere la storia non intendo andarsi a scovare i libri di quei pochi storici audaci (Pappe, Pauwels, Khalidi, Leffler e Painter, ecc.) che vanno a reinterpretare gli eventi del passato alla luce di documenti da poco desecretati.

Basta infatti leggere ad esempio le succinte pagine che possiamo trovare su Wikipedia, una fonte di certo non rivoluzionaria. Si può già scoprire allora che quasi tutti gli stati mediorientali hanno visto la luce proprio nel XX secolo, a cavallo fra prima e seconda Guerra Mondiale. Nella loro breve vita essi hanno subito sovente interventi esterni che hanno ribaltato le sorti di governi liberamente eletti o comunque nati nella tradizione locale, ma non favorevoli alle potenze coloniali e al loro intento di controllo dell’oro nero.

Allora suggerisco di prendere un poco di tempo e leggersi come l’Iran dal controllo britannico pre 1945 sia poi passato a quello americano, anche con un golpe nel 1953 per rimuovere Mossedeq, per poi rendersi indipendente con la più nota Rivoluzione islamica del 1979. E che dire dell’Iraq dove negli anni ’20 Churchill sperimentò tecniche di bombardamento di villaggi indifesi per ritorsione contro gruppi ribelli, per finire nel caos attuale dopo l’era Saddam. Infine la Siria è passata prima sotto il ferreo controllo della Francia, che la ha separata dal fratello Libano, e solo dopo varie vicissitudini nel 1970 la famiglia Assad ha preso il potere.

Più fortunata, o forse lungimirante, l’Arabia Saudita che già prima del 1945 si è alleata con gli USA. Da quel momento è diventata il primo produttore di greggio ed ha vissuto una stabilità politica invidiabile. Il primo è più fedele alleato degli USA, prima dello Stato di Israele, prima dell’Egitto di Sadat e Mubarak. Ben prima dei rapporti fra la famiglia Bin Laden e quella Bush. Paese dove le donne sono le più sottomesse, con un ampio strato di povertà e che a suo tempo ha favorito la crescita dei Fratelli Musulmani in contrapposizione alle tendenze laiche dei paesi circostanti. Cioè quell’Islam di cui oggi i media fanno spauracchio per convincere le opinioni pubbliche della necessità degli interventi NATO.

Letto tutto questo e molto altro, allora non vi appariranno poi così insensati e imprevedibili gli eventi che ci troviamo a vivere in questi mesi. E soprattutto non sembrerà strana la voglia di intervenire da parte della NATO. Il greggio è ancora troppo importante, mentre il sole e l’acqua non lo sono altrettanto. E soprattutto non lo sono le popolazioni che là vivono per un qualche scherzo divino. 

Quello però non si può dire, non sarebbe tollerabile per la gente buona dell’occidente. Nei tempi moderni e dell’informazione continua, facendo uso della smemoratezza umana e della sua refrattarietà a leggere la storia, l’opinione pubblica può però essere convinta che la NATO è la paladina della democrazia e della giustizia.

E allora viva le Missioni di Pace. 

(fd)

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