Meshaal cede il posto?

admin | January 17th, 2012 – 10:39 am

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Khaled Meshaal non intenderebbe ripresentarsi candidato per le elezioni alla guida del politburo di Hamas. Un fulmine a cielo aperto, se l’indiscrezione –  proveniente dal Libano e  arrivata a un giornale comunque bene informato come Al Quds al Arabi – fosse confermata. Khaled Meshaal – numero uno dell’ufficio politico dal 1995, da quando Moussa Abu Marzouq, allora alla guida del bureau, venne arrestato al suo rientro negli Stati Uniti – avrebbe detto di non potersi più ricandidare perché già al secondo mandato, e che è ora di lasciar spazio alla nuova generazione di dirigenti di Hamas.

Accanto alla notizia di un possibile passo indietro di Meshaal, c’è quella – contemporanea – del trasferimento di Moussa Abu Marzouq in Egitto, con la sua famiglia. Il numero due dell’ufficio politico ha dunque lasciato definitivamente la Siria della repressione di Bashar el Assad, una mossa per nulla sorprendente, e che anzi si attendeva da mesi.

Cosa significa tutto questo? Intanto, per comprendere meglio, qualche ulteriore informazione sul rapporto tra Meshaal e Abu Marzouq. Abu Marzouq è considerato l’uomo che ha riorganizzato la struttura di Hamas, e soprattutto la divisione netta tra ala politica e militare nel 1989, quando il movimento islamista subì uno dei colpi più duri da parte di Israele, con una serie di arresti che decimò lo stesso vertice dello Harakat al Muqawwama al Islamiyya. Alla guida del bureau fino al 1995, quando venne arrestato negli USA (salvo poi essere liberato molti mesi dopo e rispedito in Giordania), Abu Marzouq aveva come suo vice proprio Meshaal, che assunse il ruolo di capo del politburo per evitare il vuoto di potere.

Nel 1997, il Mossad tenta di avvelenare Meshaal ad Amman, non ci riesce, e re Hussein negozia il rilascio di due agenti dei servizi segreti israeliani chiedendo in cambio a Netanyahu la liberazione di Sheikh Ahmed Yassin, in carcere per una condanna all’ergastolo. Il prezzo da pagare, per Hamas, sarebbe stato il trasferimento dell’ufficio politico da Amman a Damasco, dove il tandem Meshaal-Abu Marzouq ha funzionato sino ad oggi. Meshaal il numero uno, il più visibile, l’uomo che ha fatto da competitor nei confronti di Mahmoud Abbas. Abu Marzouq dietro le quinte, lo stratega, l’uomo dei negoziati, sia tra le diverse ali del movimento sia con gli egiziani.

E’ stato lui a fare la spola, per anni e anni, tra Damasco e il Cairo, capo negoziatore sui diversi dossier: la riconciliazione tra Hamas e Fatah, lo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas, le diverse tregue tra Tel Aviv e Gaza.

Sarà dunque lui a succedere a Meshaal e ritornare alla guida del bureau politico? Forse, ma non è detto. A favore di una sua rielezione c’è il consenso (forte) che raccoglie dentro Hamas, soprattutto nella vecchia dirigenza a Gaza. E ci sono poi i suoi buoni rapporti con gli egiziani, anche con i Fratelli Musulmani. Contro la sua rielezione – che significherebbe la conferma del ruolo dei dirigenti di mezza età, quelli che hanno deciso nel 2005 la partecipazione di Hamas alle elezioni e alle istituzioni dell’Autorità Nazionale Palestinese – c’è la pressione dei giovani. Soprattutto dei trentenni. Una parte ancora poco leggibile della dirigenza di Hamas, concentrata in massima parte a Gaza.

Sono di certo meno moderati e meno pragmatici di Abu Marzouq, di Aziz Dweik e della pattuglia di leader della Cisgiordania, di Ghazi Hamad e di Ahmed Youssef a Gaza. Contano, probabilmente, sul sostegno di Ismail Haniyeh, e sul fatto che Gaza è l’unico pezzo di terra in cui Hamas detiene il potere.

La vera domanda è, però, quale peso avrà l’ala militare, e cioè l’ala militare di Gaza. Sino ad alcuni anni fa, l’ala militare era totalmente separata dall’ala politica. Ora, ci sono buone probabilità che nell’elezione del capo dell’ufficio politico l’ala militare dirà la sua. Voterebbe Abu Marzouq? Oppure farebbe una scelta meno pragmatica e più legata alla gestione del territorio? In gioco, con il posto di guida dell’ufficio politico, non ci sono solo le ambizioni personali, in un  movimento di massa come Hamas. Ci sono gli equilibri interni tra le 4 constituency che lo compongono. E ci sono, anche se non determinanti, le spinte ancora confuse da parte dei paesi arabi. Non solo l’Egitto, che è rientrato in gioco da molti mesi nella politica palestinese, da quando è stata firmata, il 4 maggio scorso, la riconciliazione tra Hamas e Fatah al Cairo. Ma tutta la penisola arabica, dal Qatar agli Emirati Arabi Uniti (protagonisti di una mediazione che coinvolge la Giordania e che riguarda la pressione perché Hamas cambia il proprio status in quello di sezione palestinese dei Fratelli Musulmani, svincolandolo formalmente dalla branca giordana). Sino all’Arabia Saudita, che sembra voglia definitivamente staccare Hamas dall’Iran. E il trasferimento di Abu Marzouq da Damasco al Cairo, in questo senso, assumerebbe un significato ancor più pesante.

Ipotesi, dunque, tante, ma senza usare la sfera di cristallo. Wait and see. Aspettiamo. Gli eventi, poi, scioglieranno i nodi.

Commento a latere, sulle contraddizioni di certe analisi israeliane. Stamattina, come al solito, mi sono letta la prima pagina di Haaretz. Titolo importante, l’analisi dell’esperto militare Avi Issacharoff su Gaza, e sulla repressione in corso dei piccoli gruppi sciiti da parte delle forze di sicurezza di Hamas.“The assault was part of a broader crackdown on Shi’ite organizations, including charities, that has been sparked in part by Hamas’ fear of growing Iranian influence in Gaza”, spiegaIssacharoff. Hamas combatte contro “la crescente influenza iraniana a Gaza”? Ma Hamas non era un proxy dell’Iran, che arrivava con la sua longa manus nella Striscia, tanto che il regime di Gaza era solo un agente di Teheran? Così ci è stato raccontato sino a oggi, da una vulgata che ha semplificato tutto, nel panorama politico palestinese, persino il nazionalismo che è insito in tutti i gruppi politici, Hamas compreso. Ho l’impressione che alcuni analisti israeliani si debbano decidere. O Hamas è un agente dell’Iran. Oppure non lo è.

Per la playlist, uno dei più bei brani dei Pearl Jam, Just Breathe.

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