Metti un Gandhi a Bab el-Shams

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Di Alessandra Fava | 25 gennaio 2013

Come gli indiani di Gandhi si stendevano sui binari impedendo il passaggio dei treni nella colonia inglese, loro occupano le strade riservate ai coloni in Cisgiordania per rimarcare che quelle strade sono costruite nelle terre che l’Onu ha dato alla Palestina. Giocando sull’effetto sorpresa, passano un check point senza la solita sfilza di documenti necessari per uscire dai Territori occupati, arrivando con un corteo di auto strombazzanti con tanto di sposi a bordo. La rivoluzione in Palestina sono loro: i Comitati pacifisti, non violenti, popolari. I media italiani non ne parlano quasi mai. Il resto del mondo molto di più.

Abdallah Abu Rame, il coordinatore dei Comitati popolari per la resistenza non violenta palestinese e Luisa Morgantini di Assopace, past vicepresidente del Parlamento europeo, fra le fondatrici delle Donne in nero, sono a Genova per raccontare della protesta del villaggio di tende montato all’alba del 10 gennaio a Bab el-Shams (la porta del sole), a un passo da Gerusalemme est. Una protesta pacifica per rimarcare che quella è terra palestinese e non devono nascere nuove colonie come vorrebbe invece fare il governo israeliano. Dopo 48 ore i soldati israeliani li hanno sgomberati di notte, tra feriti e arrestati. Dopo otto giorni piazza pulita. Ma l’atto simbolico è potente e ha fatto il giro del mondo.

L’altro ieri il ministro degli esteri palestinese, Riad Maliki, ha dichiarato che la Palestina presenterà denuncia alla Corte penale internazionale dell’Aja se Israele continuerà il progetto di costruzione della zona E1, tra Gerusalemme e la colonia di Ma’le Adumin (nei Territori occupati nel ’67), che taglierebbe in due la Cisgiordania. Che cosa ne pensa?

Abdullah – ”È un buon passaggio. Noi come comitato seguiremo tutti i casi di violenze e sopprusi ai check point, le confische dei terreni e la distruzione delle nostre case e i blocchi stradali che ci impediscono di muoverci. Quanto a nuove colonie, cercheremo in ogni modo di bloccare questi progetti. Abbiamo sentito parlate del piano sulla zona E1 e vogliamo ricordare al mondo che si tratta di costruzioni su terra palestinese non israeliana. Noi rifiutiamo ogni tipo di occupazione e ogni metodo di occupazione. Vogliamo che i nostri diritti siano rispettati”.

Morgantini – ”Penso che l’idea della denuncia alla Corte penale internazionale sia molto importante e che i palestinesi farebbero molto bene ad usarla anche se le difficoltà saranno immense, per i costi e i ricatti politici ai palestinesi. Già si è visto quando la Palestina ha fatto richiesta e poi ottenuto di diventare stato osservatore permanente alle Nazioni Unite nel novembre scorso, quasi tutti gli stati europei (discorso a parte per gli americani che hanno votato contro), chiedevano che la Palestina non portasse Israele davanti a Corte penale internazionale. Invece dovrebbero farlo. Anzi, tutti gli stati che hanno firmato l’accordo di Ginevra dovrebbero agire perchè Israele cessi ogni violazione della terra, gli insediamenti impediscono uno stato palestinese e creano un conflitto permamente a bassa intensità e la popolazione delle colonie dal trattato di Oslo a oggi ha continuato a crescere: oggi sono mezzo milione di persone. È terra rubata ai palestinesi. I governi europei dovrebbero decidere una volta per tutte che i diritti non sono a senso unico”.

Sono otto anni che protestate tutti i venerdì a Bil’in contro il muro e l’occupazione. La vostra è una protesta non violenta. Che tipo di presa ha sulla società palestinese?

Abdallah – ”La non violenza non è una cosa nuova. Anche durante la prima intifada abbiamo utilizzato il metodo della protesta pacifica, senza armi, ma i media hanno sempre focalizzato le telecamere sulla violenza, le armi, gli attacchi suicidi. Dal 2000 ad oggi abbiamo lavorato molto sui media e nel contempo formato i comitati popolari, specie alla partenza della costruzione del muro a Bil’in e siamo riusciti a deviare il percorso del muro guadagnando 1200 dunams di terra. Ora c’è una coordinazione tra i vari comitati popolari di 20 villaggi, ma vogliamo coinvolgere ancora più gente. Bab el-Shams è stata una prova. Abbiamo diffuso sui social network che avremmo fatto un campo invernale a Gerico così gli israeliani hanno concentrato i controlli là e all’alba del 10 gennaio abbiamo invece costruito le tende con il supporto di tutti i partiti e del governo palestinese. Faremo altre azioni per provocare uno shock e la gente apra gli occhi e capisca che la non violenza ci può portare lontano. Poi abbiamo bisogno del supporto dei governi”.

Morgantini – ”I comitati popolari sono un fatto straordinario e profondamente rivoluzionario. Si sono costituiti davanti alla costruzione di un muro che sottraeva il 40 per cento del territorio. Non erano intellettuali ma figli di contadini, loro stessi contadini. La loro terra veniva sotratta da un muro, un muro coloniale, non di difesa. Hanno cominciato a lottare  e hanno pensato e deciso di usare forme di lotta non violenta. La resistenza non violenta c’è sempre stata: quando Israele chiuse le scuole nella prima intifada, gli insegnanti insegnavano comunque, era un atto di resistenza pacifica. Ma per la prima volta l’hanno teorizzata. Bab el Shams è un salto nuovo, ha coinvolto tutti, il governo palestinese che ha dato strutture logistiche, generatori, tende, poi i partiti politici e le forze società civile per dimostrare che su E1 hanno diritto di costruire un villaggio”.

Con le ultime elezioni israeliane la coalizione di destra e quella di sinistra cono equipollenti. Si è parlato in campagna elettorale della questione palestinese?

Abdallah – ”I partiti della destra hanno cercato in ogni modo di scioccare la gente su el Shams e il primo ministro Netanyahu ha ordinato di attaccare Bab el-Shams in anticipo andando contro una sentenza del tribunale che concedeva il campo per sei giorni. Tutto questo quando ogni giorno si formano nuovi insediamenti illegali, i cosidetti outpost (al momento se ne contano 200 nei territori occupati dopo il ’67), e nel giro di pochi giorni il governo che in teoria non li riconosce porta elettricità e soldati. Dico questo per mostrare la contraddizione, non perchè penso che gli outpost siano legali. Per me sono illegali tutti”.

Morgantini: ”La campagna elettorale non ha praticamente parlato della questione palestinese. Netanyahu prende tempo, sa che al momento in Palestina non c’è una resistenza armata e quindi è tranquillo dal punto di vista della sicurezzza, ogni tanto per motivi di propaganda tira fuori Gaza o l’Iran. La questione oggi sono le colonie e infatti Netanyahu è andato in un outpost durante la campagna elettorale. Israele però sa che il resto del mondo condanna l’occupazione. Il problema è che nessuno dice basta. L’Europa ha delle grandi responsabilità: dovrebbe sospendere il Trattato di associazione col quale Israele importa liberamente senza pagare tasse. Tra l’altro il trattato all’articolo 2 precisa che è prevista la sospensione se un paese viola i diritti umani”.

Che cosa pensate di fare ora?

Abdullah – ”Faremo dieci, mille Bab el-Shams. Abbiamo diritto alla nostra terra. La notte che ci hanno sgomberato eravano 150 e hanno mandato più di 500 soldati, ci hanno pestato, ci hanno ferito. Dopo due giorni eravamo nuovamente lì in 300 e hanno mandato degli elicotteri e hanno arrestato più di 20 persone e arrestato 10. Useremo l’astuzia, faremo azioni a sorpresa come quando ci siamo vestiti da matrimonio e siamo saliti in macchina strombazzando. Al check point il soldato ha chiesto: ”dov’è la Mercedes che si usa di solito ai matrimoni” e ci hanno fatto passare.Questo è il potere della resistenza pacifica. Poi continueremo con i blocchi stradali sulle strade usate solo dai coloni, strade che scorrono in Cisgiordania e rubano altra terra ai contadin. Ne abbiamo chiuso diverse nell’ultimo anno. Ci vogliono almeno 4 ore perchè il traffico torni normale”.

Morgantini – ”La loro azione è una rinascita e abbatte lo stereotipo del terrorista”.
Alla sera è seguito un dibattito ”Il coraggio della non violenza per la libertà e la giustizia” organizzato dalla Lista Doria.Insieme ad Abdullah Abu Rame e Luisa Morgantini ha parlatol’assessore comunale alla legalità e ai diritti Elena Fioriniche ha auspicato che il Comune di Genova intraprenda azioni a supporto dei comitati popolari non violenti, dopo l’esperienza di gemellaggio con la città di Hebron che prevede la costruzione della rete idrica.

http://www.manifestiamo.eu/2013/01/25/metti-un-gandhi-a-bab-el-shams/

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