Migranti. A bordo della Sea Watch 3 la tensione è altissima, giovane si butta a mare

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Nello Scavo, inviato a bordo della Sea Watch 3 venerdì 4 gennaio 2019

Valerio Nicolosi

A bordo della Sea Watch in mare da 14 giorni senza un porto di attracco. Un giovane si butta in mare per raggiungere Malta a nuoto, rischia di morire per il freddo e viene ripescato.

A bordo della Sea Watch 3 la tensione è altissima. I migranti sono esausti. In mattinata un ragazzo subsahariano, alla vista della costa maltese, si è gettato dalla nave tentando di raggiungere la costa a nuoto. Ha desistito a causa delle acque gelide e del mare mosso ed è stato immediatamente recuperato. Ma l’episodio dà l’idea dell’esasperazione a cui i 32 migranti sono giunti dopo due settimane di inutile attesa.

Eppure le prime luci dell’alba avevano preannunciato finalmente una mattinata senza voltastomaco. Quando siamo arrivati, dopo due ore di navigazione su un rimorchiatore maltese, l’umore dei naufraghi era quello di chi non ha perso del tutto la speranza. Dalla nave che nessuno vuole si vede terra, ed è difficile spiegare a chi credeva che l’Europa è la patria dei diritti umani, che forse neanche oggi si sbarcherà al sicuro.

Al risveglio i migranti hanno saputo che altre città europee si stanno candidando per riceverli. E la conferma arriva quando a bordo della Sea Watch sale anche una delegazione di parlamentari tedeschi che insieme a “Mediterranea” e Sea Watch nell’ambito dell’alleanza “United4Med” partecipano a una missione che ha tra i suoi scopi quello di portare supporto logistico e materiale alla nave, consentendo il cambio equipaggio e i rifornimenti.

Anche allo scopo di “raccontare – spiegano a bordo – le conseguenze della violazione dello stato di diritto nel Mediterraneo; di spingere gli Stati europei, a cominciare da Malta e dall’Italia, a dare un porto sicuro, come il diritto del mare prevede, alle 49 persone soccorse dalla Sea-Watch 3 e dalla Professor Albrecht Penck di Sea-Eye”.

Valerio Nicolosi

Valerio Nicolosi

Ieri dietro al promontorio di Birzebbuga, dove l’isola guarda a Sud, di tanto in tanto tra le increspature appaiono piccole luci intermittenti. I due vascelli umanitari, presi in ostaggio dalle folate che gonfiano il mare e dai calcoli della politica che misura il valore di 49 vite con il metro dei sondaggi, procedono in un andirivieni al riparo dalle raffiche peggiori. Non è il vento l’unico pericolo che gli equipaggi di “Sea Watch 3” e della “Professor Albrecht Penck”, la nave dell’Ong Sea Eye, devono scongiurare. Da due settimane i migranti naufraghi tratti in salvo il 22 e il 29 dicembre sono in attesa di un porto sicuro. Alle loro spalle c’è la Libia, e non c’è niente come il loro sguardo che possa spiegare cosa si prova quando, anche solo per un’ora, la prua punta a sud, verso l’inferno che gli fa sembrare uno scherzo il voltastomaco provocato dal mal di mare. «Il tredicesimo giorno con i nostri ospiti a bordo di SeaWatch3 inizia a poche miglia dalle coste di Malta, dove ci è stato concesso di cercare riparo dalla tempesta, mentre i ministri dell’Ue continuano a contrattare per 32 esseri umani», scrive la Ong tedesca. Neanche Sea Eye se la passa meglio, per quanto la gestione di 17 persone sia meno impegnativa. «Ci è permesso solo di avvicinarci alla costa, niente di più. Non abbiamo un “porto sicuro”, nessuna terra in vista per i nostri ospiti e il nostro equipaggio. È tempo di una risposta europea», insistono dal ponte di comando.

(Chris Grodotski ' Sea Watch)

(Chris Grodotski / Sea Watch)

«Malta non era l’autorità competente» ha affermato il ministro dell’Interno, Michael Farrugia, pubblicando anche le immagini relative alle posizioni delle due navi nel momento in cui hanno tratto in salvo i migranti al largo della Libia. L’autoproclamata area di ricerca e soccorso di competenza libica, però, è nei fatti disconosciuta come “sicura” proprio dalle Nazioni Unite, che ancora nell’ultimo report su Tripoli parlano di orrori e abusi commessi a danno dei migranti da bande criminali, milizie ed esponenti delle autorità e che scoraggiano la riconsegna ai libici dei profughi salvati in mare. Materiale finito nel fascicolo d’indagine della Corte penale internazionale dell’Aja e che dà man forte a chi, come l’Associazione italiana studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) annuncia di voler «supportare e promuovere ogni azione giudiziaria nelle sedi competenti per ingiungere il rispetto del diritto e sanzionare le violazioni». Lo chiede anche Amnesty International: «Ciò di cui ho paura, e spero di sbagliarmi, è che questo gioco cinico sulla vita di esseri umani – dice il portavoce Riccardo Noury – venga portato fino all’estremo possibile». Anche l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu (Oim) ha espresso preoccupazione: «È inaccettabile lasciare per così tanto tempo in mare».

(Chris Grodotski ' Sea Watch)

(Chris Grodotski / Sea Watch)

Una soluzione-provocazione è arrivata da Luigi De Magistris. «Mi auguro – ha detto il sindaco partenopeo – che questa barca si avvicini al porto di Napoli», dove sono già disponibili «20 imbarcazioni che, in sicurezza raggiungeranno Sea Watch 3 per portare a terra le persone». Scontata la replica del vicepremier Salvini: «I sindaci di sinistra pensino ai loro cittadini in difficoltà, non ai clandestini». Sea Watch non è nuova ai boicottaggi dai governi Ue. A fine giugno 2018, in occasione di uno degli scali tecnici nel porto della Valletta, le operazioni vennero bloccate dalle autorità. Fu fatta circolare la voce secondo cui l’Olanda aveva disconosciuto la bandiera della nave umanitaria, da quel momento ritenuta alla stregua di un vascello pirata. A distanza di mesi, documenti ufficiali rivelati da Avvenire confermavano il contrario. Un ispettore inviato dal governo olandese trovò tutto in ordine: regolare l’iscrizione nel registro navale dell’Aja, in regola equipaggiamento e le dotazioni richieste per un’imbarcazione destinata alla ricerca e soccorso in mare. «L’indagine – si legge nel fascicolo con cui il governo olandese rassicurava quello di Malta – dimostra che tutti i requisiti» stabiliti per l’iscrizione e l’omologazione «di bandiera dei Paesi Bassi sono soddisfatti». Già in passato le Ong avevano provato a raggiungere un’intesa riservata con il governo dell’isola, che poi si era rimangiato la parola data e che adesso sta negoziando, come sempre a caro prezzo, l’apertura del suo porto.

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Migranti. A bordo della Sea Watch 3 la tensione è altissima, giovane si butta a mare

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