Migranti. Condannati a Messina tre torturatori arruolati in Libia dagli uomini di Bija

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tratto da: Avvenire.it

Nello Scavo giovedì 28 maggio 2020

Per la prima volta un tribunale conferma che le prigioni finanziate da Italia e Ue sono luoghi di tortura. Trafficanti uccidono 30 profughi

Osama e Bija, i "padroni" dei migranti nella prigione ufficiale di Zawyah

Osama e Bija, i “padroni” dei migranti nella prigione ufficiale di Zawyah

Mentre a Messina un giudice condannava tre torturatori di un campo di prigionia ufficiale, al soldo del guardacoste Bija e di suo cugino Osama, “il più spietato di tutti”, dalla Libia è giunta la notizia di una nuova strage: 30 profughi sterminati dai carcerieri, altri 11 in fin di vita.

Il massacro è avvenuto a Mezda, vicino alla città di Gharyan, a sud-ovest di Tripoli, in un capannone dove i trafficanti tenevano rinchiusi un gruppo di migranti. “Questo crimine insensato ci ricorda ancora una volta quali siano gli orrori che i migranti subiscono per mano dei trafficanti in Libia”, ha affermato il capo della missione dell’Oim in Libia, Federico Soda. “I gruppi criminali approfittano dell’instabilità e della situazione di insicurezza del paese per dare la caccia e approfittarsi di persone disperate e per sfruttare le loro vulnerabilità”, ha aggiunto.

Fonti del governo hanno sostenuto che si è trattata di una vendetta. I migranti, riferisce l’Associated Press, sono stati accusati dai familiari di un trafficante morto di avere ucciso il loro congiunto. Ne è scattata una rappresaglia da parte del clan che a colpi di arma da fuoco che ha sterminato le persone presenti. Al momento risultano deceduti 26 bengalesi e 4 subsahariani. Personale dell’organizzazione mondiale dei migranti (Oim) ha riferito che tra gli undici portati in ospedale in fin di vita, molti recano segni di torture e abusi precedenti alla carneficina. Soprusi che potrebbero essere all’origine della rivolta in cui è rimasto ucciso uno dei carcerieri.

Uguale trattamento, come documentato anche dall’inchiesta di Paolo Lambruschi, subiscono gli stranieri portati nei centri ufficiali, che sulla carta dovrebbero garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali. Ma quasi mai questo avviene. Il luogo simbolo è la prigione della milizia al Nasr, a Zawyah, quella che i superstiti chiamano “Osama prison”, dal nome del “direttore”, ufficialmente investito da questo incarico dalle autorità di Tripoli. Alla magistratura italiana è noto come il vero capo degli aguzzini. Osama è cugino del comandante Abdurahman al Milad, ai più noto come Bija.

Tre dei carcerieri lo scorso anno avevano preso il largo, lasciando la Libia per raggiungere l’Europa. Una volta condotti nell’hotspot di Messina, sono stati riconosciuti da alcuni migranti. A nulla è valso il tentativo dei tre di convincerli al silenzio. Nel corso delle deposizioni le vittime hanno fornito agli inquirenti dettagli riscontrati anche dalle perizie dei medici. E hanno parlato di Osama: «Picchiava, torturava chiunque, utilizzando anche una frusta. A causa delle torture praticate Ossama si è reso responsabile di due omicidi di due migranti del Camerun, i quali sono morti a causa delle ferite non curate. Anche io, inauditamente e senza alcun pretesto, sono stato più volte picchiato e torturato da Ossama con dei tubi di gomma. Tanti altri migranti subivano torture e sevizie di ogni tipo».

Il gup di Messina ha così condannato a 20 anni di carcere ciascuno Mohamed Condè, detto Suarez, 22 anni della Guinea, e con lui gli egiziani Ahmed Hameda, 26 anni, e Mahmoud Ashuia, 24. Errano stati “fermati” il 16 settembre scorso. Sono accusati di vari reati tra cui, associazione a delinquere, tratta, violenza sessuale, omicidio e tortura.

Mohamed Condè si occupava di imprigionare i migranti, di torturarli e di ottenere i riscatti, richiesti ai familiari a cui venivano mostrate le orribili sessioni di tortura. Hameda svolgeva il ruolo di carceriere, torturatore e all’occorrenza cuoco per i prigionieri; Ashuia se lo ricordano perché quand’era di turno nella camera delle torture picchiava brutalmente anche utilizzando un fucile.

La polizia di Agrigento aveva interrogato separatamente i migranti transitati da Zawyah e salvati nel luglio 2019 dalla barca a vela Alex, della piattaforma italiana “Mediterranea”. Al termine delle deposizioni quasi tutti aggiungevano un dettaglio. A decidere chi imbarcare sui gommoni era «un uomo libico, forse di nome “Bingi” (fonetico), al quale mancavano due falangi della mano destra». Secondo un altro migrante l’uomo era soprannominato “Bengi”, e «si occupava di trasferire i migranti sulla spiaggia; era lui, che alla fine, decideva chi doveva imbarcarsi; egli era uno violento ed era armato; tutti avevamo timore di lui». A chi chiedeva se qualche volta avessero sentito il suo vero nome, un migrante rispose con sicurezza: «Lo chiamavano Abdou Rahman».

Gli inquirenti non hanno dubbi: si tratta proprio di Abdurahman al Milad, quel Bija venuto nel 2017 in Italia e che si è rivelato decisivo nel rallentare le partenze dalla Libia.

Ora c’è una sentenza di primo grado che conferma come l’intera filiera istituzionale della cattura, del respingimento e dell’internamento dei migranti in una struttura ufficiale, e ad opera di una “guardia costiera” equipaggiata e foraggiata da Italia e Ue, altro non sia che un infernale ingranaggio lubrificato a suon di euro.

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