Migranti. Mai cittadini di «Serie B». Il caso emblematico di Trieste, china inquietante

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Maurizio Ambrosini sabato 2 marzo 2019Mai cittadini di «Serie B». Il caso emblematico di Trieste, china inquietante

 

Mentre a Milano un grande e pacifico fiume di persone manifestava un’Italia aliena da xenofobia e razzismo, da Trieste è arrivata una piccola notizia dai risvolti inquietanti. Una giovane donna di nazionalità croata, avendo maturato l’anzianità di residenza richiesta, pari a quattro anni per i cittadini della Ue, ha presentato la domanda per diventare cittadina italiana.

Ma la domanda le è stata respinta. Motivazione: non conosce la lingua italiana. La signora però ha studiato in un liceo italiano, sta per laurearsi in Giurisprudenza, e soprattutto lavora come interprete in tribunale e per la polizia (italiani). Dalla Prefettura triestina a quanto pare hanno spiegato che a loro spetta solo il compito di istruire la pratica, poi spetta al Ministero dell’Interno decidere.

L’importanza della conoscenza linguistica non è in discussione. Nell’Unione Europea si assiste da anni a un rafforzamento dei requisiti di conoscenza della lingua, come pure delle norme costituzionali e dei fatti storici salienti del Paese in cui gli stranieri chiedono di risiedere e soprattutto di diventare cittadini. Si insiste sulla cosiddetta «integrazione civica» degli immigrati, e soprattutto degli aspiranti cittadini. Le verifiche in alcuni casi avvengono più volte: all’ingresso, al momento della concessione di un permesso di lunga residenza (come in Italia) e alla domanda di naturalizzazione.

L’idea è che la cittadinanza debba essere “meritata” e che i candidati debbano dimostrare la volontà di inserirsi lealmente nella comunità nazionale. La conoscenza, linguistica e culturale, è il terreno su cui si misurano questi requisiti. Si adottano però sempre più dei test standardizzati, in modo da ridurre la discrezionalità nella valutazione delle istanze. Non manca chi obietta che in questo modo rimangono esclusi i soggetti più fragili, per esempio quelli scarsamente alfabetizzati nel Paese di origine.

Le tendenze però vanno in un’altra direzione. Il crescente irrigidimento delle politiche migratorie sulle due sponde dell’Atlantico e il timore di vedere minacciato il diritto al soggiorno stanno conducendo gli immigrati a richiedere la cittadinanza. A “naturalizzarsi”, come si dice curiosamente, come se la cittadinanza fosse una “natura”.

Nella Ue nel 2016 sono state 994.800 le persone che hanno acquisito la cittadinanza di uno Stato membro, con un aumento del 18% rispetto al 2015. Il fatto che l’Italia fosse in testa alla classifica, con circa 200.000 nuovi cittadini, aveva destato scalpore. Se si osserva però che al secondo posto si collocava la Spagna con circa 150.000, si può intuire che la spiegazione rimanda alla maturazione dei requisiti da parte degli immigrati arrivati tra gli anni 90 e i primi anni 2000: più numerosi in quel periodo nell’Europa meridionale che in quella settentrionale.

Le acquisizioni di cittadinanza italiana nel 2017 sono scese a 146.605, ma questo decremento non è bastato a fermare la scure del sovranismo di governo. Già tempo fa il Ministero dell’Interno aveva deciso che il tempo necessario per l’esame dell’istanza sarebbe raddoppiato, da due a quattro anni.

Ora la notizia arrivata da Trieste rende chiaro quale uso intende fare il Ministero del potere discrezionale che detiene, nel decidere se la naturalizzazione è nell’interesse dello Stato e della comunità nazionale. Anche se lo straniero ottempera ai requisiti, il Ministero può decidere che non merita la cittadinanza. Pure nel caso di una giovane donna europea, istruita e impegnata professionalmente dalla stessa amministrazione ministeriale.

Il punto è che in un Paese democratico gli stranieri residenti stabilmente, integrati nella società, in grado di comprendere e utilizzare la lingua, con la fedina penale pulita, se lo desiderano possono diventare cittadini. Non rimangono estranei per sempre. Il demos, ossia l’insieme dei cittadini, si allarga oltre i confini dell’ethnos, della comunità legata da vincoli ancestrali. Sono Paesi non democratici, come quelli del Golfo Persico, a impedire agli stranieri di diventare cittadini.

Lasciare delle persone di fatto integrate nel limbo dell’estraneità giuridica e politica danneggia la coesione sociale: produce cittadini di “serie B”. E su questo versante il nostro Paese si sta incamminando su una china assai preoccupante.

Maurizio Ambrosini, sociologo, Università di Milano e Cnel

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