Militari al potere in Egitto: l’inizio della fine?

admin | October 11th, 2011 – 10:17 am

“Si è rotto qualcosa, ieri notte”. Hossam Bahgat è uno dei volti giovani più noti della rivoluzione egiziana, è chiaro e netto. Quando dice, dagli schermi di Al Jazeera, che qualcosa si è rotto, nella notte di sangue di domenica scorsa al Cairo, dice moltissimo. E lo dice un giovane che si occupa da anni di diritti civili. La violenza inattesa e dura con cui i militari egiziani hanno represso la manifestazione pacifica di domenica notte ha segnato un prima e un dopo, nella lunghissima transizione che l’Egitto sta vivendo, dopo la cacciata di Hosni Mubarak.

Si è rotto qualcosa, certo. Ma non come si pensa ancora, su molta della stampa italiana. Non è la caccia al cristiano, non è il copto che fugge dall’Egitto. Si è rotto molto più di qualcosa tra gli egiziani (tutti) e i militari che mantengono saldamente nelle loro mani il potere politico e istituzionale, dall’11 febbraio scorso, da quando convinsero Hosni Mubarak a dare le dimissioni, dopo 18 giorni di rivoluzione di piazza. Soprattutto, è cambiato molto, moltissimo, nel rapporto tra i copti e i militari.

Lo si è capito quando nella grande cattedrale cairota di Abbassiya, durante una tesa veglia funebre per le vittime della “domenica di sangue”, è risuonato come un boato uno slogan. Al shab yurid isqat al musheer, e cioè: il popolo chiede che se ne vada il capo del Consiglio Militare Supremo, la giunta degli alti vertici delle forze armate che regge il paese. Le migliaia di copti che gremivano la chiesa hanno, insomma, accusato a chiare lettere l’esercito, per i morti e per i feriti. E hanno chiesto l’allontanamento del musheer, Mohammed Hussein al Tantawi, un uomo legato al regime di Mubarak, tanto da rivestire il ruolo di ministro della difesa per lungo tempo.

Quel grido, ripetuto nonostante il tentativo di Pope Shenouda III di moderare i toni della folla, cambia l’equazione nel rapporto tra i copti e il potere, in Egitto. Il regime di Mubarak aveva giocato, per anni, con la comunità copta: un gioco difficile, delicato e perverso a un tempo. Il regime brandiva lo spauracchio dell’islam politico, dei Fratelli Musulmani, per conservare il consenso copto. Nello stesso tempo, blandiva alcuni dei maggiorenti della comunità (non tutti, come dimostra il caso della famiglia Sawiris), offrendo prebende e potere. Niente, però, Mubarak ha fatto per fermare la crescita dei movimenti salafiti: anzi, li ha spesso usati come massa di manovra, così come ha sostenuto il conformismo religioso musulmano, contro il quale – semmai – è stata Piazza Tahrir a rivoltarsi.

Non è vera, insomma, la lettura che dice che i copti stavano meglio sotto Mubarak. Tutti gli egiziani stavano male sotto Mubarak, copti inclusi. Salvo quel pugno di clientes – musulmani e copti – che con il regime si sono arricchiti. E’ vero, invece, che con i copti il regime ha giocato, e che molti copti sono stati tesserati e sostenitori del partito dei Mubarak, lo NDP. La rivoluzione ha cambiato, stravolto l’equazione. Ora i copti sono in tutti i partiti nati dall’uscita di scena di Mubarak. Persino nel partito dei Fratelli Musulmani, che – seppur per calcolo politico – ha messo ben in evidenza i cristiani che sono entrati nei suoi ranghi. Avere i copti in tutti i partiti significa che non li si può più trattare come una setta, o come una minoranza con la quale giocare. E’ questo il cambiamento più importante, negli ultimi mesi.

Cosa succederà, però, da ieri, da oggi, in poi? E’ evidente che il Consiglio Militare Supremo sta sentendo e soffrendo la pressione che arriva dalla nuova classe politica che sta emergendo. E’ evidente che la richiesta sempre più pressante del passaggio dei poteri dai militari ai civili diventa prioritaria. La lettura che oggi fa Sandmonkey, al secolo Mahmoud Salem, uno dei più ‘vecchi’ blogger egiziani, è perfetta, tanto quando a prima vista è straniante e paradossale:

“Quello che è successo ieri – dice – è l’inizio della fine del potere dei militari sull’Egitto. I giorni del governo dello SCAF sono contati. E non perché non lo vogliano più, ma perché non hanno più altra scelta”.

L’analisi di Sandmonkey è lunga, dettagliata, razionale, lucidissima, a conferma del fatto che i protagonisti di Tahrir non sono affatto degli ingenui ragazzotti che hanno giocato a far la rivoluzione. Ne consiglio caldamente la lettura. La riassumo per sommi capi: i militari sono caduti nella trappola del modo di pensare del vecchio regime. Ora che la rivoluzione non ha più il mordente di prima, possiamo governare come si governava prima. Facendo vedere i muscoli. L’Egitto, però, non è più l’Egitto di prima. La reazione degli egiziani, copti compresi, è stata diversa: la campana di cristallo della paura è stata rotta. E le conseguenze, non solo interne ma internazionali, giocano a sfavore dello SCAF. Intanto, l’esercito non è tutta alta gerarchia: sono anche i quadri, e tra i quadri ci sono ufficiali e soldati cristiani che non saranno stati felici di quello che è successo. Dei blindati che hanno ucciso e fatto a pezzi manifestanti pacifici copti. E poi la dimensione internazionale: è ormai evidente alle diplomazie che a reprimere e uccidere sono state le forze armate, e anche all’interno della dinamica “bisogna proteggere i cristiani d’Oriente”, il comportamento dei militari a Maspero è stato un boomerang per lo SCAF.

Si avvicina, dunque, la resa dei conti, in una rivoluzione che ha buttato giù Mubarak ma non ancora tutti i pezzi del vecchio regime. Televisione di stato compresa, uno dei potenti strumenti del vecchio regime rimasto quasi intatto, senza alcuna epurazione. Nei prossimi giorni, si vedrà quanto le forze espresse dalla rivoluzione del 25 gennaio riusciranno a rompere altri pilastri del vecchio regime mubarakiano. E la tv di Stato sarà forse il primo obiettivo.

Nella foto di Eduardo Castaldo, scattata a Tahrir, è ritratto Mina Daniel. Uno dei ragazzi di Tahrir, insomma, ucciso domenica notte. L’autopsia dice che è stato ucciso da un proiettile. La sua foto all’obitorio sta facendo il giro del web, così come la sua immagine sorridente durante la manifestazione che da Shobra era arrivata a Maspero, due giorni fa. E’ l’icona di quello che è successo, e di quello che si è rotto.

A Mina Daniel e alle altre vittime, dedico il brano della playlist di oggi: Il suonatore Jones, di Fabrizio De Andrè, liberamente tratto – si sa, malo dico ai più giovani – da Spoon River di  Edgar Lee Masters. “Libertà l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato”.

 

http://invisiblearabs.com/?p=3689

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