Mona Seif: «La verità per Giulio va cercata nei crimini del regime di al-Sisi»

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Intervista. L’attivista egiziana fondatrice della campagna «No ai processi militari ai civili»

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Mona Seif

Abbiamo raggiunto al telefono al Cairo Mona Seif, attivista egiziana di una grande famiglia di socialisti. I suoi fratelli, Alaa Abdel Fattah e Sana Seif, sono tra i più significativi attivisti delle rivolte del 2011. Alaa è ancora in prigione mentre Sana è stata rilasciata dopo un anno di detenzione per aver partecipato ad una manifestazione nei pressi del palazzo presidenziale di Heliopolis nel 2013. Sua zia, Ahdaf Soueif, è una delle più note e stimate scrittrici egiziane. Mona è tra i fondatori della campagna No ai processi militari ai civili.

Quando ha saputo della scomparsa di Giulio Regeni?
L’ho saputo dopo due giorni. Un amico è venuto a chiedere se avessimo avuto notizie di uno straniero scomparso. La decisione di famiglia e amici è stata quella di tenere segreto l’accaduto e di comunicare solo con l’ambasciata italiana affinché facesse luce sugli eventi con le autorità egiziane.

È una prassi consueta?
In casi di sparizione forzata spetta alle persone più vicine allo scomparso di stabilire se ci deve essere una denuncia pubblica oppure o no. È una decisione privata che possono prendere solo i più intimi. Molti preferiscono tenere le cose nascoste, aspettare che si calmino le acque e intanto attivare l’ambasciata e la Sicurezza di Stato per sapere se sono stati ritrovati cadaveri o ci sono feriti gravi ricoverati.

Cosa ha pensato quando è stato comunicato il ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso lo scorso 25 gennaio?
Ero sconvolta, ho cercato di documentarmi per capire chi fosse. Ho subito avvertito una responsabilità collettiva per quello che è successo. Avremmo dovuto impedirlo. Ho poi pensato allo strazio dei genitori di venire in un paese straniero e tornare in Italia con il corpo del figlio.

Pensa sia stato ucciso perché straniero?
Non lo so. Gli eventi e le morti si mischiano ormai e risalire ai responsabili è sempre più complesso. Ci sono tanti casi di persone scomparse, questo succede non tanto per il loro impegno politico ma perché la polizia è fuori dal controllo dello Stato. Ormai la polizia deve ricevere ordini speciali perché non ci siano torture. È possibile che lo abbiano fermato inizialmente solo in quanto straniero.

Ieri ha lanciato un appello agli stranieri per non recarsi in Egitto, perché?
Ci sono arresti sommari continuamente. Se qualcuno sente parlare due persone non in arabo avverte la polizia dicendo che sono delle spie. E questi arresti possono finire con detenzioni e torture, come è avvenuto con Giulio. Il giorno prima era stato fermato un americano e accusato di diffondere notizie false.

Quale era il clima per le strade del Cairo nella notte del 25 gennaio quando Giulio è sparito?
Non c’erano grandi manifestazioni ma tante attività. C’era un dispiegamento di polizia altissimo. Come è possibile che uno straniero possa essere stato arrestato per caso ed essere finito in quel modo nel giorno in cui in teoria la città doveva essere più sicura che mai?

Crede che l’obiettivo fosse di colpire uno studioso che si occupa di diritti dei lavoratori?
Sì, ma potrebbe essere anche una spiegazione troppo semplicistica. Ci sono attivisti, noti durante la rivoluzione del 2011, che vengono arrestati o scompaiono solo ora. Sto seguendo il caso di Mustafa Massouni di cui da tempo non si hanno notizie. Ci sono stati dei periodi in cui tutti i giovani tra i 15 e i 30 anni che camminavano intorno a piazza Tahrir dovevano essere arrestati.

Dopo gli islamisti è arrivato il tempo di colpire socialisti e comunisti?
Penso che l’obiettivo sia colpire chiunque capace di mobilitare le proteste. Lo scopo è zittire chiunque faccia un lavoro dal basso. Questo include sia gli islamisti sia la sinistra. Per esempio Mahiennur el-Masry è un’attivista che è fuori dal loro controllo per il suo lavoro con i migranti, gli studenti, i lavoratori. Mio fratello Alaa è sempre stato nel mirino per la sua critica radicale del sistema. Ma vengono colpiti anche giovani che inaugurano ong per la difesa dei diritti dei bambini. Ogni piattaforma che permetta di organizzare deve essere fermata.

Come è possibile che questo inasprimento così grave del controllo sociale avvenga in una fase in cui il presidente al-Sisi ha poteri illimitati?
Gli equilibri di potere sono dalla loro parte. Ma al-Sisi sa di avere realizzato il record di massacri. La gente non lo rispetta. Hanno potere, controllano i giudici ma non possono mettere a tacere le persone nonostante il sangue. Vorrebbero controllare tutto ma non ci riescono. La situazione peggiora, le disuguaglianze si aggravano, l’apparato di polizia è fuori controllo. In questa fase nel mirino ci sono i medici. Hanno subito attacchi diretti della polizia e così il sindacato dei medici ha indetto nuovi scioperi. Questo dimostra una volta di più che i militari hanno il potere ma non il controllo.

 

 

Mona Seif: «La verità per Giulio va cercata nei crimini del regime di al-Sisi»

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