“MORIRE DI PESCA”: COME LA PIRATERIA ISRAELIANA HA DISTRUTTO LA FIORENTE INDUSTRIA DELLA PESCA DI GAZA

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tratto da: Beniamino Benjio Rocchetto

29 agosto 2020  14:43

Di Ramzy Baroud – 28 Agosto 2020

Il 16 agosto, la Marina israeliana ha dichiarato il mare di Gaza zona militare interdetta. Pochi giorni dopo, un gruppo di pescatori di Gaza ha deciso di correre il rischio pescando a sole due o tre miglia nautiche dalla costa di Gaza. Non appena gettarono le reti, furono attaccati dalle motovedette israeliane a colpi di mitragliatrice.

Subito dopo l’incidente, ho parlato con uno di questi pescatori. Il suo nome è Fathi.

“Mia moglie, i miei otto figli ed io, viviamo tutti di pesca. La Marina israeliana oggi ci ha sparato costringendoci a fuggire. Ho dovuto tornare dalla mia famiglia a mani vuote, senza pesce da vendere e niente da dare ai miei figli”, mi ha detto Fathi.

La storia di questo pescatore è tipica. Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’tselem, “circa il 95% dei pescatori di Gaza vive al di sotto della soglia di povertà”.

I pescatori di Gaza sono veri eroi. Affrontando numerose avversità, sfidano il mare ogni giorno per garantire la sopravvivenza delle loro famiglie.

In questo contesto, la Marina israeliana rappresenta dei pirati moderni che aprono il fuoco contro questi uomini palestinesi, e, in alcuni casi, donne, che talora affondano le loro barche costringendoli a riva. A Gaza, questa è la normalità da quasi 13 anni.

Non appena Israele ha dichiarato la completa interdizione della zona di pesca di Gaza, ha impedito a migliaia di pescatori di provvedere alle proprie famiglie, distruggendo così un altro settore della già devastata economia di Gaza.

L’esercito israeliano ha giustificato la sua azione come misura di ritorsione contro i manifestanti palestinesi che, secondo quanto riferito, hanno lanciato palloni incendiari verso Israele negli ultimi giorni. La ritorsione israeliana, quindi, può sembrare legittima secondo i miseri standard del solito giornalismo. Una piccola indagine sull’argomento, tuttavia, rivela un’altro aspetto della storia.

I manifestanti palestinesi hanno, infatti, lanciato palloncini incendiari verso Israele che, secondo quanto riferito, hanno causato incendi in alcune aree agricole adiacenti alla Striscia di Gaza. Tuttavia, l’atto stesso è stato un disperato grido di aiuto.

Gaza è quasi completamente senza carburante. L’unica centrale elettrica della Striscia è stata ufficialmente spenta il 18 agosto. Anche il valico di Karem Abu Salem, che consente solo a limitati rifornimenti di raggiungere Gaza attraverso Israele, è stato chiuso da un ordine militare israeliano. Il mare, l’ultima risorsa di Gaza, si è recentemente trasformato in una guerra unilaterale tra la marina militare israeliana e la sempre minore popolazione di pescatori di Gaza. Tutto ciò ha causato gravi danni a una regione che ha già subito enormi sofferenze.

Il settore della pesca di Gaza, un tempo prospero, è stato quasi cancellato a causa dell’assedio israeliano. Nel 2000, ad esempio, l’industria della pesca di Gaza contava oltre 10.000 pescatori registrati. Gradualmente, il numero si è ridotto a 3.700, anche se molti di loro sono pescatori solo di nome, in quanto non possono più accedere al mare, riparare le loro barche danneggiate o permettersene di nuove.

I pescatori che proseguono nella professione lo fanno perché è, letteralmente, il loro unico mezzo di sopravvivenza: se non pescano, le loro famiglie non mangiano. La storia dei pescatori di Gaza è anche la storia dell’assedio di Gaza. Nessun’altro settore è stato così direttamente legato ai problemi di Gaza come quello della pesca.

Quando fu firmato l’Accordo di Oslo tra il governo israeliano e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nel 1993, ai palestinesi è stato detto che uno dei tanti benefici della pace sarebbe stato l’espansione della zona di pesca di Gaza, fino a 20 miglia nautiche (circa 37 km), precisamente.

Come il resto delle promesse non mantenute di Oslo, l’accordo di pesca non è mai stato onorato. Invece, fino al 2006, l’esercito israeliano ha permesso agli abitanti di Gaza di pescare in una zona che non ha mai superato le 12 miglia nautiche. Nel 2007, quando Israele ha imposto l’attuale assedio a Gaza, la zona di pesca è stata ulteriormente ridotta, prima a sei miglia nautiche e, infine, a tre.

Dopo ogni guerra israeliana o violenta conflagrazione a Gaza, la zona di pesca viene completamente interdetta. Viene riaperta dopo ogni tregua, accompagnata da ulteriori vuote promesse che la zona di pesca sarà ampliata di diverse miglia nautiche al fine di migliorare le condizioni di vita dei pescatori.

Dopo la tregua negoziata dall’Egitto che ha fatto seguito a una breve ma mortale campagna israeliana nel novembre 2019, la zona di pesca è stata nuovamente ampliata fino a raggiungere le 15 miglia nautiche, il più vasto raggio in molti anni.

Tuttavia, questa tregua è stata di breve durata. In poco tempo, la marina israeliana stava affondando le barche, sparando ai pescatori e respingendoli nelle piccole zone originariamente assegnate.

Nonostante Israele abbia ridistribuito le sue forze alla periferia di Gaza nel 2005, secondo il diritto internazionale è ancora considerata una potenza occupante, obbligata a garantire il benessere e i diritti degli abitanti palestinesi che vi risiedono. Naturalmente, Israele non ha mai rispettato il diritto internazionale, né a Gaza, né altrove nella Palestina occupata.

Nel febbraio 2018, Isma’il Abu Ryalah è stato ucciso dalla Marina israeliana mentre pescava nella sua piccola barca a cinque miglia nautiche al largo della costa di Gaza. Com’era prevedibile, nessun israeliano è mai stato ritenuto responsabile per l’omicidio di Abu Ryalah. Subito dopo l’incidente, la disperazione, ma anche il coraggio, ha riportato in mare migliaia di pescatori di Gaza, nonostante l’incombente pericolo rappresentato dai moderni pirati mascherati da esercito.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
Trad: Beniamino Rocchetto

 

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