MORIRE PER PESCARE – di Ramzy Baroud

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tratto da: http://znetitaly.altervista.org/art/29642

di Ramzy Baroud – 1° settembre 2020

Il 16 agosto la marina israeliana ha dichiarato zona militare chiusa il mare di Gaza. Pochi giorni dopo un gruppo di pescatori di Gaza ha deciso di correre il rischio di pescare entro sole due o tre miglia nautiche dalla costa di Gaza. Non avevano neppure ancora gettato le reti che la pallottole della marina israeliana hanno cominciato sibilare attorno a loro.

Poco dopo l’incidente ho parlato con uno di quei pescatori. Il suo nome è Fathi.

“Mia moglie, i miei otto figli e io viviamo tutti di pesca. La marina israeliana ci ha sparato addosso oggi e ci ha chiesto di abbandonare il mare. Ho dovuto tornare nella mia famiglia a mani vuote, senza nessun pesce da vendere e nulla da dare ai miei figli”, mi ha raccontato Fathi.

La storia di questo pescatore è tipica. Secondo il gruppo israeliano per i diritti B’tselem “circa il 95 per cento dei pescatori di Gaza vive sotto la soglia della povertà”.

I pescatori di Gaza sono veri eroi. Contro numerosi contrasti affrontano il mare ogni giorno per assicurare la sopravvivenza delle loro famiglie.

In questo scenario la marina israeliana costituisce una pirateria moderna che apre il fuoco contro questi uomini – e, in alcuni casi, donne – palestinesi affondando a volte le loro barche e respingendoli a riva. A Gaza questa è la routine da quasi tredici anni.

Non appena Israele ha dichiarato la chiusura completa della zona di pesca di Gaza, ha impedito a migliaia di pescatori di provvedere alle loro famiglie, distruggendo così ancora un altro settore dell’economia decimata di Gaza.

L’esercito israeliano ha giustificato la sua azione come misura di rappresaglia contro dimostranti palestinesi che in giorni recenti avrebbero lanciato palloni incendiari su Israele. La decisione di Israele, perciò, può sembrare razionale secondo lo scarso standard del giornalismo dominante. Una superficiale verifica della materia, tuttavia, rivela un’altra dimensione della vicenda.

Dimostranti palestinesi hanno in effetti liberato palloni incendiari su Israele che, risulta, causano incendi in alcune aree agricole adiacenti Gaza occupata. Tuttavia l’atto in sé è stato una disperata richiesta di attenzione.

Gaza è quasi completamente priva di carburanti. La sola centrale elettrica della Striscia è stata ufficialmente chiusa il 18 agosto. Il valico Karem Abu Salem, che consente a malapena forniture limitate di giungere a Gaza attraverso Israele, è stato anch’esso chiuso per ordine dell’esercito israeliano. Il mare, ultima risorsa di Gaza, è stato trasformato in una guerra unilaterale tra la marina israeliana e la popolazione di pescatori in diminuzione di Gaza. Tutto questo ha inflitto gravi danni a una regione che ha già sopportato enormi sofferenze.

Il settore ittico di Gaza, un tempo florido, è stato quasi cancellato in conseguenza dell’assedio israeliano. Nel 2000, ad esempio, l’industria ittica di Gaza aveva più di 10.000 pescatori registrati. Gradualmente il numero si è ridotto a 3.700, anche se molti di questi sono pescatori solo di nome, poiché non possono più accedere al mare, riparare le loro barche danneggiate o permettersene di nuove.

Quelli che restano dediti alla professione lo fanno perché essa è, letteralmente, il loro ultimo mezzo di sopravvivenza; se non pescano le loro famiglie non mangiano. La vicenda dei pescatori di Gaza è anche quella dell’assedio di Gaza. Nessun’altra professione è stata collegata direttamente alle sofferenze di Gaza quanto quella della pesca.

Quando l’Accordo di Oslo fu firmato tra il governo israeliano e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nel 1993, ai palestinesi fu detto che uno dei molti frutti della pace sarebbe stato l’espansione della zona di pesca di Gaza, precisamente fino a 20 miglia nautiche (circa 37 chilometri).

Come il resto delle promesse infrante di Oslo, anche l’accordo sulla pesca non fu mai onorato. Invece, fino al 2006, l’esercito israeliano ha permesso ai gazani di pescare entro una zona che non ha mai superato le 12 miglia nautiche. Nel 2007, quando Israele ha imposto il suo continuo assedio a Gaza, la zona di pesca è stata ridotta ancora di più, prima a sei miglia nautiche e alla fine a tre.

Dopo ogni guerra o conflagrazione violenta israeliana a Gaza la zona di pesca è chiusa completamente. E’ riaperta dopo ogni tregua, accompagnata da altre promesse vuote che la zona di pesca sarà ampliata di diverse miglia nautiche al fine di migliorare la sussistenza dei pescatori.

Dopo la tregua negoziata dall’Egitto che è seguita a una breve ma mortale campagna israeliana nel novembre del 2019, la zona di pesca è stata ampliata, di nuovo, raggiungendo 15 miglia nautiche, la più vasta estensione da molti anni.

Tuttavia questa tregua ha avuto vita breve. In men che non si dica la marina israeliana ha affondato barche, sparato a pescatori e li ha respinti negli originali spazi ristretti in cui operavano.

Anche se Israele ha ridispiegato le sue forze alla periferia di Gaza nel 2005 in base alla legge internazionale è tuttora considerata una Potenza Occupante, obbligata a garantire il benessere e i diritti dei palestinesi occupati che vivono là. Naturalmente Israele non ha mani onorato la legge internazionale, né a Gaza né in nessun altro luogo della Palestina occupata.

Nel febbraio del 2018 Isma’il Abu Ryalah è stato ucciso dalla marina israeliana mentre pescava nella sua piccola barca sei miglia nautiche al largo di Gaza. Prevedibilmente nessun israeliano è mai stato chiamato a rispondere per l’assassinio di Abu Ryalah. Subito dopo l’incidente la disperazione – ma anche il coraggio – ha riportato in mare migliaia di pescatori di Gaza, nonostante il pericolo incombente posto dai pirati moderni mascherati da esercito.

Ramzy Baroud è un giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. E’ autore di cinque libri. Quello più recente è ‘The Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons’ (Clarity Press, Atlanta). Il dottor Baroud è ricercatore anziano non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/dying-to-fish/

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

http://znetitaly.altervista.org/art/29642

 

 

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