“Moustafa è morto tra le mie braccia”

Tuesday, 13 December 2011 10:32 Ben Lor

Ibrahim Bornat, artista e attivista di Bil’in, era in piedi accanto a Mustafa Tamimi quando Tamimi è stato colpito alla testa con un lacrimogeno a distanza ravvicinata da un soldato israeliano (in queste foto si vede Bornat in piedi vicino a Tamimi). Ecco la testimonianza della sua esperienza, nel giorno in cui Mustafa è stato gravemente ferito.

“Mustafa ed io eravamo soli, eravamo solo noi due, mentre il resto dei manifestanti era molto molto indietro, e stavamo inseguendo la jeep israeliana dicendo ai soldati di andarsene. Ci siamo separati dal resto del gruppo, perché i soldati ci avevano gettato quasi 50 lacrimogeni, quindi tutti gli altri manifestanti erano arretrati. Il gas lacrimogeno è passato sopra le nostre teste e ci siamo avvicinati ai soldati, gridando loro di smettere.

La jeep si sono girate per andarsene mentre sparavano gas dietro di noi. Una jeep, però, è rimasta ferma e sembrava che stesse aspettando che noi ci avvicinassimo. Quando abbiamo raggiunto la jeep, il soldato ha aperto la porta e ha sparato due colpi di gas lacrimogeno. Penso di aver intravisto il viso di questo soldato, ma di sicuro Mustafa l’ha visto e chiunque egli sia, Mustafa lo sa bene.

Mustafa mi ha spinto verso il basso, e un candelotto che era diretto verso di me mi è passato sopra la testa. Il secondo colpo ha colpito Mustafa, ma io non mi sono subito accorto che era stato colpito perchè ho pensato che l’esercito non potesse sparare contro di noi da così vicino. Ho pensato che fosse svenuto a causa del gas perché ne era completamente circondato.

Mi sono diretto verso di lui, che si trovava accasciato con il volto all’ingiù, l’ho girato e gli ho tolto la sciarpa dalla faccia.

Ciò che ho visto è molto peggio di quello che le parole possano descrivere. Tutta la metà del suo volto non c’era più, e il suo occhio sporgeva fuori e io ho cercato di spingerlo dentro. Ho potuto vedere i pezzi della parte interna della testa, e c’era sangue ovunque. Tutto il suo corpo tremava. E’ iniziato dai piedi, ha raggiunto le braccia, poi il petto, e la testa, e poi è uscito un sussulto e sono sicuro che in quel momento è morto. E’ rimasto a bocca aperta, ha fatto uscire un po’ d’aria e  ho capito che in quel momento la sua anima lo aveva lasciato. Ho visto molte persone – non poche – morire davanti a me e lo so. Forse in seguito hanno fatto rivivere il suo cuore, ma sapevo che la sua anima lo aveva lasciato.

Sono tornato indietro di corsa per radunare le persone ma non c’era nessuna ambulanza nei dintorni così la gente che si trovava lì l’ha caricato in un servis (un taxi collettivo) che ha cercato di lasciare il villaggio. Tuttavia i soldati l’hanno fermato e hanno cercato di arrestare Moustafa ma quando hanno visto che  stava per morire hanno iniziato a comportarsi come se fossero agenti umanitari e hanno cercato di far rivivere il suo cuore. Ma cosa significa “essere umanitari”? Sparare contro qualcuno per ucciderlo e poi cercare di aiutarlo? Erano gli stessi soldati che si trovavano nella jeep da dove sono partiti i colpi. Gli hanno sparato e poi gli hanno detto che lo volevano aiutare. Ciò che hanno fatto è stato quello di impedirgli di lasciare il villaggio.

Il corpo è rimasto a terra per mezz’ora. Volevano la carta d’identità di Mustafa, e voleva quella di sua madre, di un altro membro della famiglia, e della moglie di Bassem Tamimi, perché anche queste persone volevano uscire con lui … I famigliari hanno cercato di fare qualcosa mentre era steso a terra, l’unica cosa di cui aveva bisogno Moustafa era di essere portato in ospedale.  Non c’è niente che potessimo fare per lui sulla strada.

Sono rimasto con la famiglia per tutta la notte successiva, soprattutto con suo padre, che è molto malato e in dialisi renale. La famiglia Mustafa credeva che ci fosse ancora qualche speranza, così non ho voluto dire loro che sapevo che era già morto. Suo padre è molto malato, si addormentava e si risvegliava di colpo, e così all’inizio non gli abbiamo raccontato tutto, ma solo che i soldati avevano sparato contro Moustafa, ma che si sarebbe ripreso, in sha’ Allah. Ci sono alcune cose che sono molto difficili da accettare ma anche queste situazioni così difficili hanno al loro interno cose belle. Il martirio è qualcosa di difficile, ma nello stesso tempo è anche onorevole, ed è ciò che ha dato sollievo alla sua famiglia.

Per me Mustafa era un fratello nella resistenza. Abbiamo legato molto proprio nella resistenza contro l’occupazione. Tutti coloro che resistono con me, siano essi palestinesi, israeliani, ebrei, musulmani, o internazionali, sono fratelli nella lotta e li sento vicini come sento vicini a me mia madre, mio fratello o mio padre. Moustafa era libero, ed una persona che è libero combatte l’occupazione. Questa è la cosa che posso dire più di lui: era la libertà.

Ci difendiamo con la forza, con il coraggio, con il nostro diritto a questa terra, attraverso la resilienza e la fermezza. L’occupazione, per difendersi, deve uccidere la gente. Noi invece ci difendiamo con il nostro diritto. Questa è la mia filosofia. “

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/settlers-violence/3324-qmoustafa-e-morto-tra-le-mie-bracciaq

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