Mubarak e quel poster strappato

admin | June 20th, 2012 – 7:27 pm

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Sarà stato il 20 marzo del 2003, o giù di lì. Scuole chiuse per prudenza, al Cairo, e un bel po’ di popolo egiziano in piazza per protestare contro l’invasione angloamericana dell’Iraq. Le forze di sicurezza del regime di Hosni Mubarak avevano, in un certo senso, allentato la morsa per meglio controllare la situazione. Perché l’atmosfera che si respirava era veramente pesante. Le manifestazioni permesse dalla polizia, insomma, erano una sorta di valvola di sfogo per evitare che la rabbia per le truppe di George W. Bush (e di Tony Blair) in terra araba potesse ritorcersi contro il regime del Cairo, già allora repressivo. Quel giorno, però, successe qualcosa di diverso dalla rabbia contro gli americani. A piazza Abdel Moneim Riad, alle spalle del Museo Egizio, c’era uno degli innumerevoli poster di Hosni Mubarak che riempivano la città. Poster che ritraevano ilrais in tutte le pose: con gli occhiali da sole, in tenuta militare, con lo sguardo benevolo. Tutto il catalogo del culto della personalità in versione egiziana.

Qualcuno, tra chi protestava, strappò il poster. Un gesto che, al Cairo, non solo non era usuale, ma era a pieno titolo il segnale di una svolta, nel rapporto tra il popolo-considerato-suddito e il presidente-a-vita. Un poster strappato, l’effigie di Mubarak deturpata. Il segno che il rais non era più considerato onnipotente.

Da allora, contro Mubarak si parlava non solo nel chiuso delle case. Si era preso l’ardire di parlarne male anche nei corridoi dei luoghi di lavoro. La misura, da quel momento in poi, fu colma.

Per me, per la mia esperienza in Egitto, la prima, embrionale fase della rivoluzione è iniziata con quel poster strappato che rompeva il tetto di cristallo della paura. Paura del regime, e dunque del presidente-simbolo. Simmetricamente, da parte del regime, c’era invece una paura che aumentava, di pari passo alle misure di sicurezza attorno ai suoi vertici. Paura del popolo, tenuto a distanza, marginalizzato, addirittura espunto dal panorama quando il presidente, e i suoi ministri, e i suoi consiglieri, e i suoi uomini, passavano lungo le grandi arterie del Cairo. Arterie presidiate da migliaia di uomini delle forze di sicurezza per impedire agli egiziani persino di vederlo, il presidente, di scorgerlo nel convoglio di auto blu che lo portavano dalla residenza cairota ai diversi appuntamenti pubblici, fatti apposta per curare il culto della personalità.

Questo era il Mubarak degli ultimi anni. Il Mubarak anziano, il Mubarak che tentava di perpetuare tutti i suoi poteri. Individuale, famigliare, del regime. La versione sbiadita di quel Mubarak che, soprattutto nei primi anni della sua presidenza, aveva cercato di mantenere gli impegni di Anwar el Sadat senza, però, esporsi più di tanto. Fedele agli accordi firmati dal suo predecessore nei confronti di Israele e della pax americana in Medio Oriente, ma senza i grandi gesti eclatanti di Sadat (come la visita a Gerusalemme, per esempio). Leale all’imponente alleato statunitense, ma senza concedere il suo territorio per le basi militari a stelle e strisce, quando si trattò di partecipare alla coalizione contro Saddam Hussein all’inizio degli anni Novanta e di sostenere Bush padre fuori dai confini egiziani, tra Arabia Saudita e Kuwait. In linea con gli accordi di Camp David, ma sostenendo con evidenza i palestinesi, e l’allora iconico Yasser Arafat: nel caso palestinese, Mubarak diede vita a  quella versione del tutto virtuale ed edulcorata del panarabismo che gli consentì di superare l’emarginazione da parte della Lega Araba e rientrarvi con tutti gli onori. Onori che compresero il rientro della Lega al Cairo, la vecchia sede.

Mubarak ha continuato sino alla fine a giocare con gli alleati occidentali e con i ‘fratelli’ arabi il suo gioco ambiguo: leale con tutti, o almeno così voleva apparire. Senza, però, spendersi fino in fondo. Perché anche soltanto questo ruolo di mediatore gli consentiva di conservare la sua immagine di grande pacificatore, di grande vecchio, di grande alleato, di grande patron, di grande diga contro l’islam politico, di grande difensore di Israele,…

Mubarak il mediatore e l’alleato. Mubarak il simbolo di un regime che certo non può essere racchiuso nella sua figura, sacrificata in questi ultimi giorni, come se – dandola in pasto al popolo e ai media – si pensasse di superare le turbolenze e consentire ai neomamelucchi egiziani (i militari, in primis, ma non solo loro) di mantenere il potere, il controllo, la stretta sul popolo. Il tam tam sulle sue condizioni di salute -gestito come se si fosse non nel 2012, ma dieci, venti anni fa – è talmente ridicolo da essere del tutto superfluo.

Se, però, è ridicola la storia della morte, morte cerebrale, morte presunta di Mubarak, non è per nulla ridicola la regia di un golpe – quello militare – arrivato alle ultime battute. Inutile elencare ancora una volta le tappe di questo golpe evidente, conclamato, e senza neanche tema di mascherarlo più di tanto. John L. Esposito, per esempio, ripercorre sullo Huffington Post quello che definisce il soft coup soprattutto attraverso gli errori compiuti dalla Fratellanza Musulmana nel rapporto con il Consiglio Militare Supremo. È invece utile, secondo me, guardare a quello che – ancora una volta – non fanno le cancellerie occidentali. In primis, l’amministrazione statunitense.

Lontanissime sono le parole di Barack Obama, dopo la prima sorpresa causata dalla rivoluzione del 25 gennaio, quando sostenne in diretta televisiva l’epopea di Piazza Tahrir. A regnare incontrastata, oggi, è la vecchia maniera di far diplomazia. A Washington, e in tutte le capitali europee. Non si stigmatizza quello che di terribilmente antidemocratico stanno facendo i vecchi generali egiziani, così come – prima del 25 gennaio – le cancellerie si limitavano a fare il solletico al regime di Mubarak, nonostante le denunce di torture, repressioni, violazioni dei diritti umani, civili, ed elettorali. Ci si limita anche oggi a dichiararsi preoccupati, a parole. Preoccupati e basta, senza alcuna pressione, sanzione, minaccia. Perché l’Egitto è l’Egitto, e i militari salvano il fronte sud di Israele. Se americani ed europei non lo dicono chiaramente, ci pensano infatti gli analisti di parte israeliana a dichiarare che il re è nudo. Senza neanche edulcorare la pillola.La nostra strategia  mediterranea sembra non essere cambiata, anche se – a sud – molto, se non tutto è cambiato. Miopi, ancora una volta. Tattici, ancora una volta.

“Egypt’s military coup is now nearly complete. That may be distressing for Egyptian democracy, but it could help the Israel-Egypt relationship”, è il commento di Uriel Heilman del JTA. E leggerlo nei giorni in cui i raid israeliani hanno già causato almeno dieci morti a Gaza, getta una strana luce sul futuro prossimo della Striscia e del ruolo dei militari egiziani. Chiarissimo, insomma, il commento di Heilman, ma se le controrivoluzioni si fanno a tavolino, con una regia decisamente raffinata, com’è stata quella dei militari egiziani, le rivoluzioni sono altra cosa.

Playlist: We might as well be strangers, Keane.

Il poster strappato della foto è invece del 2011

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