MUSIC FOR PEACE. Gaza. Aprire i valichi ma anche eliminare i privilegi per pochi

15 set 2017

I volontari di Music for Peace, che hanno distribuito aiuti umanitari alla popolazione, raccontano una Gaza assediata e soffocata dai suoi problemi  ma anche vittima di un sistema economico e sociale interno che ha favorito l’elité ricca e abbandonato i più deboli

foto di Music for Peace

della redazione di Music for Peace

Gaza, 15 settembre 2017, Nena News – Va concludendosi l’intervento umanitario in Striscia di Gaza, Palestina. Dopo otto anni di iniziative in questa prigione a cielo aperto, troviamo una popolazione cambiata. I dati concreti sono che Mfp ha consegnato oltre 400 pacchi di medicinali, 3.000 di alimentari, 1.100 pannoloni per disabili e per bambini, 600 zaini e astucci scolastici, 800 articoli da gioco, capi d’abbigliamento, cucine da campo e altro ancora per un valore economico di circa € 300.000. Distribuendo tutto il materiale in maniera diretta, a volte casa per casa, altre volte incontrando le famiglie in luoghi prestabiliti, abbiamo operato in tutta la Striscia e siamo entrati in contatto con oltre 3.000 persone.

Il clima a Gaza è molto cambiato in questi ultimi anni. Di certo molti fondi sono entrati e gli effetti sono facilmente visibili a Gaza City, lungo la via del mare, sul porto, ma anche in alcune zone periferiche. Molte case sono state ricostruite e le strade principali sono state riparate.Tuttavia, c’è una considerazione molto importante da fare: tutti i fondi che sono arrivati in questi anni nella Striscia sono stati investiti in ciò che serviva a reggere l’assurdo, illogico, irrazionale sistema economico dell’area. Non c’è stata una ricaduta sulle masse, né in termini di istruzione, né di servizi sanitari o di welfare. È nata una classe ricca che ha le sue radici soprattutto nell’autorità de facto, nel commercio lecito (con Israele) e in quello illecito (con l’Egitto o altre forme di illegalità). Si è formato un’instabile e precario ceto medio. Permane una vastissima classe povera, che è oggetto di ingiustizie, soprusi e sfruttamento. Essa paga il vero prezzo dell’assedio, che sempre di più si materializza in: assenza di libertà di movimento e di autorealizzazione, mancanza di prospettive lavorative ed economiche. Per quanto riguarda il breve periodo, invece, i ceti medio e basso sono asfissiati da due questioni cruciali: l’insostenibilità del costo della vita e l’insalubrità dell’ambiente circostante.

foto di Music for Peace

foto di Music for Peace

La prima problematica è chiaramente imminente e ha a che fare con la quotidianità. A causa dell’assedio, i prezzi delle merci hanno ormai raggiunto quelli italiani e in alcuni casi sono maggiori. 500 dollari al mese è il costo dell’affitto di un appartamento a Gaza City (certamente la zona più cara della Striscia) senza l’uso del generatore per quando manca la corrente elettrica (garantita per sole tre ore al giorno). Un pieno ad una Fiat Panda costa circa 70 Euro. Un pacchetto di sigarette 5 Euro. Una bottiglia d’acqua da 1,5 l si compra ad 1 Euro circa, mentre una bottiglia di Coca Cola è disponibile al costo di quasi 1,80 Euro. Ovviamente, ci sono prodotti  che costano molto meno, come il riso, gli ortaggi e la frutta. Ad ogni modo, lo stipendio medio di un Gazawo è di 400 euro per 12 ore di lavoro giornaliere (quando si è fortunati ad averne uno). I prezzi sono saliti alle stelle negli ultimi due anni. La chiusura del valico di Rafah e la distruzione di moltissimi tunnel con l’Egitto sono la principale causa del fenomeno recente. Di certo, l’assedio rimane la causa principale di una situazione che era allo stremo anche in precedenza.

La Striscia di Gaza è una città. A leggere sulle cronache giornalistiche o ad ascoltare i telegiornali, sembra si parli di un’area vastissima, ma così non è. La situazione di assedio comporta una serie di conseguenze drammatiche per un luogo così contenuto. La Striscia di Gaza è lunga solo 40 km, come da Roma a Fregene, da Milano a Pavia, da Genova Nervi ad Arenzano. Non è assurdo, nell’era di internet, non poter andare a comprare da Roma a Fregene direttamente? Non è illogico, da Milano a Pavia, dover pagare uno o più dazi doganali? Non è inaccettabile, da Genova ad Arenzano, non poter commerciare liberamente? Senza contare il fatto che ad alcuni beni non è consentito l’accesso, queste assurdità fanno aumentare i prezzi. Lo stesso discorso accade per i prodotti che arrivano dall’Egitto. Il Valico di Rafah è chiuso, il che spinge la maggior parte degli scambi commerciali verso Israele. Con Il Cairo rimane aperta quasi esclusivamente la via del contrabbando attraverso i tunnel. Come in tutte le storie di guerra e di assedi, il contrabbando serve a ricevere materiali, ma a prezzi più elevati di quelli di mercato, perché i ricavi devono essere ripartiti con i contrabbandieri. Tutti questi costi gravano principalmente sui ceti medio e basso, le vere vittime dell’assedio di Gaza.

foto di Music for Peace

foto di Music for Peace

La seconda questione riguarda la salute dei gazawi e l’insalubrità di mare, terra e aria. La popolazione si sta nutrendo di spazzatura e se questa situazione non verrà fermata potrà avere ripercussioni gravissime. Il suolo e il sottosuolo sono pieni di rifiuti. A Gaza vivono 4.570,83 abitanti per km2. Questo vuol dire che c’è pochissimo spazio libero. Dove vanno a finire quindi i rifiuti di quasi due milioni di persone? La risposta è sotto gli occhi di tutti: sotto terra, senza alcun tipo di discarica organizzata, in mare o bruciati all’aria aperta. Allo stesso tempo, a causa della ridotta disponibilità di corrente elettrica, si è fermato l’impianto di depurazione delle acque scure. I Gazawi stanno dunque scaricando tutto in mare, lo stesso mare da cui pescano (nel limite del consentito, perché non possono allontanarsi troppo dalle coste, com’è noto), lo stesso mare in cui si bagnano, lo stesso mare da cui bevono o con cui si lavano (poiché l’acqua che utilizzano è desalinizzata dal mare, non avendo più accesso a corsi d’acqua dolce).

Per quanto riguarda gli allevamenti, invece, gli ovini e i bovini mangiano chiaramente mangimi e fieno. Quest’ultimo crescerà su un terreno pieno di spazzatura e sarà dunque inquinato. In ogni caso, chiunque sia mai stato a Gaza avrà visto gli ovini mangiare direttamente dalla spazzatura che invade ovunque le strade. Non sarebbe eccessivo affermare che i Gazawi stanno letteralmente mangiando i propri rifiuti e bevendo i propri escrementi. La situazione non è più sostenibile.

foto Music for Peace

foto Music for Peace

I giovani non hanno la possibilità di esprimere se stessi, di avere dello svago, di costruirsi un lavoro e un futuro che abbia un senso e che dia loro un senso di autorealizzazione. La generazione precedente ha smesso di sognare. La voglia di lottare e di resistere sta venendo meno sotto i colpi dell’indifferenza di quanti vedono, non parlano e non agiscono. Si sta corrodendo il senso della comunità, l’unità di un popolo che grazie a questo, fino ad oggi, è sopravvissuto. L’importanza del “nostro” sta lasciando il posto all’ “io” e al “mio”. Si pensa sempre di più al qui e ora, a cercare di andare avanti un altro giorno, anche a discapito del vicino di casa. Non si vede più un futuro e tutto ha perso di significato. La maggior parte dei Gazawi vorrebbe la pace, uno Stato, una vita normale, ma non è più abituata al lavoro, al costruire e a sognare. Vige una depressione nazionale. L’unica alternativa sembra essere il desiderio di andare via e questo ci riporta ad un tema centrale del dibattito politico italiano: la questione delle migrazioni. Probabilmente, nessun popolo ama la propria terra come i Palestinesi. Eppure, nessun popolo vorrebbe migrare come quello palestinese. L’unico modo per normalizzare i flussi migratori è dare una speranza. Bisogna adoperarsi, a Gaza come altrove, affinché ci sia un reale diritto di scelta. Quando la vita, “a casa propria” è insostenibile, si ha davvero la possibilità di scegliere se migrare oppure no? Occorre impegnarsi per riportare la speranza di una vita normale laddove ora non c’è. Per Gaza, occorre aprire  il valico di Rafah (con l’Egitto)  e organizzare una road map verso la normalizzazione delle comunicazioni verso l’esterno. Occorre porre fine all’assedio e supportare un processo di normalizzazione interna. Occorre farlo al più presto o ciò che ci ritroveremo saranno due milioni di persone senza speranza: un’emergenza umanitaria senza pari o una bomba di rabbia in procinto di esplodere. Gaza e i Gazawi hanno bisogno che vengano aperti i valichi per poter cominciare ad organizzare una vita che possa avere una logica, un futuro e che non sia fatta di scarti, sopravvivenza e miseria. Nena News

 

 

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