Myanmar-Birmania, i golpisti assassini e chi ci fa affari insieme

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tratto da: https://www.remocontro.it/2021/07/29/myanmar-birmania-i-golpisti-assassini-e-chi-ci-fa-affari-insieme/

Remocontro Remocontro 29 Luglio 2021

 

Sono 19 i colossi bancari che investono fino a un miliardo l’uno nel Myanmar della giunta militare, sfiorate anche due banche italiane una uscita col golpe e l’altra con azioni di terza mano di aziende ‘sospette’ si fare affari con i golpisti birmani, che da febbraio hanno già ucciso oltre 930 oppositori e ne tengono in galera quasi 7mila.

I conti in tasca ai golpisti assassini

«‘BankTrack’ (Bt) e ‘Justice for Myanmar’ (JfM), due organizzazioni della società civile che fanno le pulci a soggetti economici che hanno avuto e in alcuni casi hanno ancora relazioni con i golpisti birmani». In alcuni casi, le aziende hanno fatto marcia indietro dopo le denunce degli oppositori alla giunta. «C’è poi chi ha fatto spallucce», denunciano Alessandro De Pascale ed Emanuele Giordana sul Manifesto.

Le Big-19, Bank senza scrupoli

19 banche che investono ciascuna oltre un miliardo di dollari in società che lavorano con la giunta militare: Crédit Agricole, Sumitomo Mitsui Trust, Mitsubishi UFJ Financial, Bank of America, JP Morgan Chase & Co., UBS, Deutsche Bank, Morgan Stanley, BPCE Group, Credit Suisse, Mizuho Financial, Société Générale, Wells Fargo & Co., Goldman Sachs, Royal Bank of Canada, BNP Paribas, Barclays, DZ Bank, Toronto-Dominion Bank. Un’altra lista comprende le partecipazioni minori, fino a 100 milioni, di altri istituti, dove compaiono anche Unicredit e Intesa.

La peggiore finanza complice

I Big-19 non sono nuovi a scandali e accuse. JP Morgan nel 2018 deve versare agli Usa quasi 5,3 milioni di dollari per ‘87 violazioni’, delle sanzioni imposte a Iran e Siria (e Cuba, inserita da Trump tra i Paesi sostenitori del terrorismo). L’elvetica Ubs nel 2008 in India finisce sotto inchiesta per armi e riciclaggio, e perde la licenza. I giapponesi del Mizuho Financial Group scoperti a fare prestiti fino a 1,9 milioni di dollari alla Yakuza, la mafia giapponese. Contestate ai britannici della Barclays,il sostegno finanziario al governo Mugabe nello Zimbabwe (ignorando le sanzioni dell’Ue) e riciclaggio dei proventi del petrolio rubato alla Guinea Equatoriale.

Italia, forse peccatucci

In realtà, il possesso di azioni o il finanziamento di società presenti «sulla carta» in Myanmar non vuol dire automaticamente che le aziende finanziate siano ancora attive dopo il golpe, precisano De Pascale e Giordana. «È il caso di Eni, cui Unicredit contribuisce con circa 280 milioni, attività in Myanmar a suo tempo concordate col governo di Suu Kyi sono state interrotte dopo il golpe di febbraio». Poco più di tre milioni di Unicredit alla Royal Dutch Shell ma il colosso olandese sostiene di non avere «alcuna attività produttiva in Myanmar». Per Intesa-San Paolo, secondo il rapporto, la banca ha finanziato o acquisito azioni in una quindicina di aziende che le organizzazioni denunciano collegate con il golpisti.

I Giganti a salvare la faccia

Altri giganti nel mirino degli attivisti e finanziati dalle Big-19. Esempio Total e Chevron. La società francese sostenne che doveva continuare a produrre gas in Myanmar e pagare le tasse alla giunta per «proteggere» il personale dal lavoro forzato e garantire le forniture di elettricità al Paese, ma fine maggio ha cambiato idea. Total, seguita dagli statunitensi di Chevron, ha sospeso almeno i dividendi in contanti al gruppo statale birmano Moge (petrolio/gas).

L’Onu e i soldi dei golpisti

L’Onu pubblicò un rapporto sul potere economico di Tatmadaw, l’esercito birmano, mettendo sotto scrutinio proprio i due conglomerati che di fatto controllavano e controllano l’economia del Paese: «Myanmar Economic Holdings Limited e Myanmar Economic Corporation». Le loro azioni sono detenute e gestite da ufficiali, reggimenti e unità militari birmani attuali o precedenti, e organizzazioni guidate da ex appartenenti all’apparato militare.

«La conclusione del rapporto Onu era che Mehl, Mec e affiliate garantivano risorse finanziarie anche per sostenere le attività illecite dei militari – accusati di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità – eludendo così la supervisione delle autorità civili».

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