Nakba Day: Una vita da rifugiati

Cosa significa essere profughi palestinesi? Che significato ha assunto il diritto al ritorno per i palestinesi all’esterno della Palestina?

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mercoledì 15 maggio 2013 08:23
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di Anna Clementi 

Roma, 15 maggio 2013, Nena News – Adham è nato e cresciuto nel campo profughi di Yarmouk, a Damasco. “Sono un palestinese di ‘Akka” racconta. “Mio nonno è scappato dalle milizie sioniste e si è rifugiato qui, in quella che un tempo era una grande tendopoli”. Diversa è la storia di Mohammed, 20 anni, palestinese. “La mia famiglia viene da Haifa, sono nato in Iraq, siamo scappati durante la guerra, ci siamo trasferiti in Siria, a Yarmouk”. Ora Mohammed è fuggito dal drammatico conflitto che sta colpendo la Siria. Vive a Beirut, da alcuni parenti, rifugiati, che non conosceva nemmeno.

Tante storie di vita diverse, ma tutte accomunate dallo stesso tragico evento, quello che i palestinesi chiamano la Nakba, la catastrofe nazionale del 1948, anno della nascita dello stato di Israele, quando almeno 750.000 palestinesi sono stati scacciati dalle loro case e dalle loro terre verso i paesi limitrofi. Oggi quegli uomini e quelle donne costretti a fuggire hanno dato alla luce dei figli, i quali, a loro volta, son diventati padri e madri, a volte, nonni. Oggi i rifugiati palestinesi sono più di 7.5 milioni, eppure non hanno mai rinunciato al loro diritto a ritornare in Palestina. Diritto riconosciuto dalla risoluzione n. 194 delle Nazioni Unite, una delle tante norme del diritto internazionale mai applicate dallo stato di Israele.

“Mio nonno mi raccontava quanto dura fosse la vita nel campo” continua Mohammed. “Lo spaesamento iniziale, la speranza di ritornare nelle proprie case, la presa di coscienza che il ritorno non sarebbe stato imminente”. Intere famiglie sono state separate e divise, c’è chi è scappato in Giordania, chi ha trovato rifugio in Libano, chi in Siria. Il sistema della famiglia allargata è stato spezzato, gli spazi fisici e psicologici sono cambiati, si è passati dall’idea di uno spazio privato ad uno pubblico, nel quale, come racconta una giovane ragazza di Yarmouk, “la nostra finestra era anche la finestra del vicino”. Col tempo le tende hanno lasciato posto alle case, sono stati aperti negozi e ristoranti e fino a due anni fa, prima del tragico conflitto che ha colpito la Siria, Yarmouk poteva essere confuso con un normalissimo quartiere damasceno di periferia.

Mohammed e Adham sono cresciuti qui, senza dimenticare il racconto dei loro nonni, con un unico grande sogno, quello di tornare nella loro terra, la Palestina. Essi non hanno mai subito le violenze dell’esercito israeliano, non hanno mai atteso ore per poter attraversare un check-point. Per loro la Palestina non è un luogo quotidiano di conflitto ed oppressione, ma è una terra paradisiaca, che nelle loro menti è diventata un simbolo, un oggetto sacro.

E così anche il diritto al ritorno perde il suo significato materiale per diventare un’idea astratta, l’idea di Palestina che è sempre stata immaginata. La chiave stessa, che molti bambini innalzano durante le commemorazioni della Nakba come simbolo dello stato di rifugiati, non è più il mezzo per entrare nella vecchia casa ma diventa un’immagine sacra, santa, una reliquia da conservare ed adorare.

Il concetto di presente e passato si rovescia: presente è quello che non esiste più, che non è mai davvero esistito se non per i più anziani, il presente è la Palestina, la speranza nel diritto al ritorno.

“Pensavo che la casa fosse più bella della strada per raggiungerla, invece è esattamente il contrario” scrive il grande poeta palestinese Mahmoud Darwish. Mohammed e Adham, come la maggior parte dei rifugiati palestinesi, non hanno una casa da ricordare, una chiave da conservare, ma la Palestina è solo frutto della loro fantasia, è un’idea proiettata verso il futuro, che ha perso qualsiasi legame con la realtà. E in questo contesto il ritorno, inteso come la strada per tornare in Palestina ha assunto un valore sacro.

“Quando muoio, voglio che le mie ceneri vengano portate in Palestina. E’ il luogo da cui vengo e il luogo in cui voglio tornare” conclude Adham. Nena News

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74602&typeb=0&Nakba-Day-Una-vita-da-rifugiati
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