NASCONO PONTI TRA IL CEMENTO DEL MURO

31 agosto 2011 –

Maria è nata e lavora a Gerusalemme. Ha una carta d’identità di colore blu. Dettaglio in apparenza insignificante. Ma quel colore stabilisce la sua possibilità di circolare liberamente dalla città santa a Betlemme, dove vive con la famiglia. Sono solo 7 i chilometri che separano le due città. Per il marito di Maria però sono una distanza impossibile: nato a Betlemme, in Palestina, la sua carta d’identità è verde. Non può pensare di andare a Gerusalemme in compagnia della moglie per qualsiasi motivo.

La lucida freddezza del muro di divisione è impressa in questa storia, tristemente simile a quella di tante altre famiglie palestinesi. E si tocca con mano spingendosi a Betania, a pochi metri dal Getsemani, quartiere di Gerusalemme dove vivono le suore comboniane. Qui nel 2004 il muro è letteralmente entrato nella scuola gestita dalle suore, tagliando fuori i bambini palestinesi che frequentavano l’asilo. Un edificio comodo e vicino a casa, raggiungibile in pochi minuti dai genitori che accompagnavano i figli a scuola, improvvisamente è diventato una fortezza inespugnabile. Una porticina aperta nel muro su richiesta delle suore ha permesso per un periodo che i bambini continuassero ad andare all’asilo, fino alla chiusura completa di ogni via di accesso ai palestinesi verso la Gerusalemme aldilà del muro da parte dell’esercito israeliano.

Nell’area di Aboud, villaggio di 1200 abitanti a nord-ovest di Ramallah, il muro si trasforma in chilometri di filo spinato ma non perde la sua essenza disumana. Ma, come accade in altri territori di questa terra, non separa solo israeliani da palestinesi. Qui ad Aboud separa i palestinesi dalle loro scuole e dai loro campi. Una separazione ancor più dolorosa, se si pensa che gli abitanti vivono in maggioranza di agricoltura e di quanto producono dalle coltivazioni d’ulivo. Una separazione che ha rubato terra agli abitanti di Aboud, sradicando ulivi e accaparrandosi le fonti d’acqua per avere terreno e risorse utili agli insediamenti dei coloni israeliani. «Chi costruisce un muro è perchè ha un muro dentro al suo cuore da secoli» osserva padre Youssef, parroco di Aboud. Che, nell’edificio che fa capo al patriarcato latino, gestisce anche la scuola privata che accoglie 230 ragazzi. A loro, cristiani e musulmani, vorrebbe proporre campi estivi dove sperimentare la gioia della condivisione nella pace.

E mentre, poco lontano, Ramallah si mostra nell’illusione del benessere derivante dai finanziamenti internazionali che arrivano in una sorta di piano Marshall per una pace economica, la giustizia è ancora lontana così come pure la libertà. Così a Taybeh, villaggio arabo cristiano a mezz’ora di strada da Ramallah, lo spirito d’iniziativa del parroco si è trasformato in impulso per l’economia locale. In 9 anni di sacerdozio a Taybeh, padre Raed ha messo in piedi laboratori dove lavorare l’olio, la cera e le ceramiche. Il tutto per offrire nuove opportunità di lavoro agli abitanti del villaggio ed impedire così l’emigrazione.

In questo percorso che cerca di andare oltre il muro, anche l’educazione fa la sua parte. «L’educazione a livello mondiale deve portare alla condivisione e non alla fomentazione dell’odio» ci dice padre Manuel, parroco a Gaza. Il conflitto in quell’area vive tutta l’intensità della “ghettizzazione” del popolo palestinese. Una sottile lingua di terra dove la paura sta uccidendo la gioia, soprattutto nelle giovani generazioni. «Questo significa uccidere la pace – sottolinea padre Manuel – per questo è giunto il momento che il mondo intero imponga una pace concreta, fatta di giustizia, sviluppo, verità, riconciliazione e perdono».

Un sogno che passa dalla resistenza non violenta. Fino alla fine. Questa la volontà dei giovani come Ahmed, palestinese di Betlemme: «I miei fratelli sono emigrati all’estero, ma se un giorno in Terra Santa ci sarà pace, voglio toccarla con mano da qui, perchè questa è la mia terra, nonostante tutto».

Pellegrini di giustizia

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