NATALE NEL TRIBUNALE MILITARE DI OFER

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di Mariam Barghouti
26 dicembre 2017

Il giorno di Natale, appena fuori dal tribunale militare di Ofer, vicino Ramallah in Cisgiordania, le famiglie palestinesi si riuniscono per prepararsi all’udienza dei loro familiari. Bassem Tamimi, padre e marito di Ahed e Nariman, era insieme a Boshra e Naij Tamimi, i genitori di Nour, per unirsi al resto della folla che si preparava per i processi dei loro cari.

Mentre le mani dei Tamimi mostravano le loro carte di identità verdi a una guardia israeliana, altri aspettano il loro turno per avere la possibilità di vedere anche loro il destino dei loro rispettivi familiari. Aspettano circondati da cancelli metallici, muri di cemento, e filo spinato sotto un tetto di metallo.

Wafa Saud, 48 anni, siede su una sedia di metallo arrugginito nel suo cappotto rosso con una pelliccia che le copre i capelli neri tinti di rosso. Mio figlio, Ward, ha solo 19 anni, dice. “L’ultima volta che sono venuta alla sua udienza avevo le borse sotto gli occhi e mio figlio ha detto che non dovevo”, lei proclama con orgoglio, sorridendo, “così oggi mi sono vestita bene per lui, questo rosso è per lui”. Suo marito strizza l’occhio scherzosamente “è anche Natale, sai”.

Mentre Betlemme apre le cerimonie per la celebrazione della nascita di Gesù, c’è un’altra realtà che ha luogo a meno di 20 miglia di distanza.

Dal campo per rifugiati Dheishe a sud di Betlemme, Wafa e suo marito hanno impiegato la maggior parte della festa nel freddo cortile di Ofer aspettando il loro turno per passare attraverso il cancello di metallo. Wafa salta desiderosa di sentire il suo turno per entrare ad ogni forte tonfo stridente quando il cancello viene aperto.

I Daud non sono la sola famiglia che aspetta. Durante il giorno i familiari sono arrivati al tribunale con volti ottimisti, solo per andarsene in seguito con lo stesso aspetto addolorato e le parole “il processo è stato rinviato”. Per la legge militare israeliana, i prigionieri politici palestinesi possono essere tenuti fino a 90 giorni senza accuse con il pretesto di un interrogatorio.

Una donna è stata abbastanza fortunata a ricevere qualche buona notizia. Appena la porta di metallo si apre permettendole di lasciare le vicinanze del tribunale, afferra il telefono e chiama sua figlia. “Lo rilasceranno entro una settimana!”, dice quasi senza fiato. Ha passato parecchi minuti successivi camminando avanti e indietro per il cortile, incredula, facendo più telefonate per riferire le buone notizie agli altri familiari e amici.

Fino a novembre 2017, ci sono 6154 prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, 311 dei quali sono minori. “Dietro i numeri, ci sono i familiari e gli amici che sono anche loro puniti in questo sistema”, dice Wafa Daud.

A questo punto la famiglia Daud sta aspettando da tre ore nel cortile. Sulle sedie davanti a loro è seduta la famiglia di Mohammed Hroub. Solo 21enne, è il più grande di nove figli e il più recente arrestato nella famiglia. Suo padre, Wael, indossa una kuffieyh rossa fiammante sulla testa e sua madre si nasconde dietro un ampio scialle, nella speranza di proteggersi dal freddo. “Quando i soldati sono venuti di notte, inizialmente pensavo che fossero venuti per me”, spiega Wael. Guardando la guardia dietro al vetro riflettente dice “ma poi hanno preso mio figlio”.

Vivendo nell’area H2 di Tel Rumeida a Hebron, la famiglia Hroub ha familiarità con i sistematici arresti israeliani. “Mio padre è stato arrestato, e pure io sono stato arrestato e ho passato del tempo in prigione”, Wael racconta a Mondoweiss. “Ora mio figlio più grande è in prigione”, soffiando sulla mano a rotolarsi una sigaretta chiede “puoi dirmi quando questo finirà? Quando se ne andrà l’occupazione? Quando è abbastanza?”.

Nel frattempo Ahed Tamimi siede in un’aula del tribunale di Ofer circondata da giornalisti, avvocati e familiari, con suo padre Bassem fatto sedere dietro. Anche lui è stato incarcerato dalle forze israeliane ed è stato una volta all’altra estremità del banco, mentre Nariman stava fuori. Oggi osserva come sua figlia e sua moglie che devono affrontare un destino simile al suo di anni fa.

Le famiglie palestinesi hanno da lungo tempo sopportato i sistematici arresti israeliani, con più del 40 per cento della popolazione maschile palestinese che è stato detenuto ad un certo punto dal 1967. La famiglia Daud non era stata risparmiata da questa realtà. Wafa ricorda come suo marito stesso era anche stato arrestato durante la prima Intifada. “Il suo primo arresto è stato quando aveva 16 anni”, dice a Mondoweiss “e poi dopo è stato posto due volte sotto detenzione amministrativa”.

La detenzione amministrativa significa che i prigionieri sono tenuti sotto il pretesto di “prove segrete” e non sono accusati o viene data loro la possibilità di un processo. Lo scorso aprile, più di 1500 prigionieri palestinesi hanno lanciato uno sciopero della fame di massa per protesta contro le politiche israeliane, compresa la detenzione amministrativa. Tuttora, la pratica continua con più di 450 detenuti amministrativi nelle prigioni israeliane.

Nel tentativo di tenere la sua mente fuori dal freddo, Wafa dice “sai che chiedo a mio figlio se sta bene, e lui mi dice ‘non preoccuparti mamma, sono qui con l’intero quartiere. Tutti i nostri amici sono con me'”.

I confronti tra le forze israeliane e i palestinesi sono aumentati dal riconoscimento da parte di Donald Trump di Gerusalemme come la capitale di Israele, e il campo per rifugiati di Dheishe, come la maggior parte delle zone nella Cisgiordania, ha affrontato una campagna militare intensificata contro i suoi giovani.

“Le forze israeliane cominciano a martellare noi e i nostri figli finché non rimane niente”, dice Wafa mentre cercava di ricacciare indietro le lacrime e sostituirle con un sorriso.

“Non c’è una vita normale qui, i nostri figli non possono essere normali con l’occupazione tutto intorno a loro”.

Dopo che finalmente arriva il loro turno, le famiglie Hroub e Daud vanno alle udienze dei loro figli. Ognuna esce e riecheggia le stesse parole, “l’udienza è stata rinviata”. Raccolgono le loro cose e fanno ritorno a Hebron e a Betlemme, rispettivamente.

Bassem, Boshra e Naij escono anche loro con un simile esito. La detenzione delle donne Tamimi è stata estesa e il processo è stato rinviato a giovedì.

Le diverse famiglie vengono tutte da vari retroterra e località, ma hanno una cosa in comune, il loro destino e quello dei loro figli è legato al tribunale militare israeliano. La stagione della festa è segnata dallo stridore dei cancelli di metallo e dalla parola “rinviato”.

Cercando di sorridere, Wafa si tiene a suo marito mentre prendono la via dell’uscita. “Non ho potuto neanche parlargli”, dice. “Forse la prossima volta”.

Christmas in Ofer military court

Yesterday, an Israeli military court extended Ahed Tamimi’s detention and postponed her trial. Mariam Barghouti reports from Ofer military court, where on Christmas day Palestinian families, …

MONDOWEISS.NET

Tratto da:  Il Popolo Che Non Esiste

 

 

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