Né eserciti, né prigioni, né muri ci fermeranno.

Lettera dal carcere

Questa lettera di Abdallah Abu Rahmah, del villaggio di Bil’in, è stata portata dal suo avvocato fuori dalla prigione dove è rinchiuso.

1 gennaio 2010

A tutti i nostri amici.

Ho ‘festeggiato’ l’inizio del nuovo decennio imprigionato in un campo di detenzione militare. Ciò nonostante, dall’interno di una cella di detenzione dell’occupazione israeliana ho incontrato il nuovo anno con determinazione e speranza. So che la campagna militare israeliana volta ad arrestare la leadership della lotta popolare palestinese mostra che la nostra resistenza nonviolenta è efficace. L’occupazione è minacciata dal nostro movimento sempre crescente, ed è per questo che cercano di fermarci. Quello che però i leader israeliani non capiscono, è che la lotta popolare non può essere fermata con il nostro arresto.

Anche se veniamo confinati in una prigione a cielo aperto – come Gaza è stata trasformata – in una prigione militare in Cisgiordania, o nei nostri stessi villaggi circondati dal Muro dell’Apartheid, gli arresti e le persecuzioni non ci indeboliscono. Anzi, semplicemente rafforzano il nostro impegno a trasformare il 2010 in un anno di liberazione attraverso la lotta nonviolenta e disarmata contro l’Occupazione.

Il prezzo che io e molti altri paghiamo in termini di libertà non ci scoraggia. Spero che le mie due piccole figlie e il mio bambino non siano costretti a pagare questo prezzo insieme a me. Ma per i miei figli, per il loro futuro, è nostro dovere portare avanti la lotta per la libertà.

Quest’anno, il Comitato di coordinamento della lotta popolare raggiungerà risultati ancora migliori di quelli ottenuti nel 2009, un anno in cui voi avete dato voce alle nostre manifestazioni popolari in Palestina attraverso la Campagna di Boicottaggio internazionale e le azioni legali in base al Diritto Internazionale.

Nel mio villaggio, Bil’in, il miliardario israeliano Lev Leviev e l’Africa-Israel – la società che controlla – sono implicati nella costruzione di insediamenti illegali sulle nostre terre, che sono state rubate così come quelle di molti altri villaggi e città palestinesi. L’associazione “Adalah –NY” sta portando avanti una campagna internazionale per mostrare a Leviev che i crimini di guerra hanno il loro costo. Il nostro villaggio ha fatto causa a due compagnie canadesi per il ruolo svolto nella costruzione e nella compravendita di nuovi insediamenti sulla terra del villaggio strappata via dal Muro di apartheid israeliano. L’azione legale in questo caso, che rappresenta un precedente, è arrivata la scorsa estate alla Corte canadese, ed è tuttora in corso.

Bil’in è diventato il cimitero dell’impero immobiliare israeliano. Una dopo l’altra, queste compagnie si stanno avviando alla bancarotta perché i costi della costruzione sulle terre palestinesi rubate sono diventati maggiori dei profitti.

Diversamente da Israele, noi non possediamo armi nucleari né eserciti, ma non ne abbiamo bisogno e non vogliamo queste cose. La giustizia della nostra causa ci fa ottenere il vostro sostegno. Non gli eserciti, non le prigioni e neanche i muri ci possono fermare.

Abdallah Abu Rahmah
Dal campo di detenzione militare di Ofer

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