Negev e altro

di Paola Caridi

In questa strana estate del 2011 ci eravamo abituati a non parlare del conflitto israelo-palestinese. Quando scrivo “noi” non intendo solo gli esperti, ma quella parte di opinione pubblica che getta un occhio fuori dal cortile di casa. L’attentato del Negev di ieri, la rappresaglia israeliana su Gaza, riportano di nuovo la discussione sull’uso del solo strumento militare e/o armato nel conflitto. Mi chiedo, però, se ha senso. Se ha senso descrivere ciò che sta succedendo da ieri come l’ennesimo episodio di uno scontro sempre uguale a se stesso. Il problema è che, nel frattempo, molto, se non tutto, è cambiato. E che è veramente di poco costrutto continuare a raccontare lo scontro nei termini (semplicistici) in cui lo si continua a raccontare. Un attentato, sicuramente è partito da Gaza, e l’unica possibile reazione – da parte di Israele – sono gli omicidi mirati, e cioè le esecuzioni extragiudiziali in corso. Dente per dente. Con le vittime collaterali che ci sono sempre, e che sempre meno spazio hanno nel racconto mediatico.

Mi chiedo ancora una volta: ha senso? La domanda retorica presuppone, per me, un secco no. Non ha senso. Non lo aveva prima e non lo ha tantomeno adesso. Un attentato (che Hamas dice di non avere compiuto, e in effetti non avrebbe avuto nessun interesse a farlo, con la riapertura della trattativa sui prigionieri in corso). Una rappresaglia (che non risolve i problemi di consenso interno che il governo Netanyahu sta sperimentando nelle ultime settimane, con la protesta delle tende). E attorno? Attorno c’è talmente tanto da rimanere senza fiato.

C’è la Siria, con l’isolamento sempre più evidente di Bashar el Assad, con la presa di posizione secca dell’amministrazione Obama, che gli chiede di dimettersi, di fare un passo indietro. C’è il Libano, con l’accusa diretta da parte del Tribunale internazionale a quattro membri di Hezbollah di essere implicati nell’assassinio di Rafiq Hariri: il rischio impellente di una spaccatura del paese è l’incubo di tutti, e solo noi non ce ne rendiamo conto, anche se in Libano abbiamo i nostri soldati. C’è l’Egitto, con il braccio di ferro tra i ragazzi di Tahrir e il Consiglio Militare Supremo, simboleggiato dal processo (rapidissimo) ad Asma Mahfouz, che col suo video chiamò a raccolta l’opposizione giovane a piazza Tahrir, una settimana prima del 25 gennaio. C’è tutto questo, e basta sintonizzarsi su Al Jazeera International per vedere tutto questo raccolto nei titoli di testa. Ben diversi dalle prime notizie elargite dalla stampa italiana.

E anche se volessimo rimanere nei dintorni del Negev, gli ingredienti di questa estate sono così diversi da mostrare con nettezza che il vocabolario del conflitto è già cambiato. Lo dicono i trecentomila di Tel Aviv, nella manifestazione del 6 agosto contro la frattura sociale, il depauperamento della classe media e del welfare. Lo dice quella macchina diplomatica ormai in corsa che ha già detto che lo Stato di Palestina è in progress. Che sia stato o meno, nei mesi scorsi, un semplice ballon d’essai dell’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah.
Benvenuti nel nuovo Medio Oriente, che ha bisogno – oggi più che mai – di analisi complesse.

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