NEI CAMPI DI GAZA: “MEGLIO FUGGIRE”

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DI DAVIDE LERNER
Campo profughi Bureij (striscia di Gaza) —

Le gigantesche casse legate con una corda sul pick-up di Hamas rimbombano a tutto volume: «È il giorno della nakba (la tragedia palestinese della sconfitta del 1948, ndr.)», dice una voce solenne, mentre la macchina fa il giro del campo profughi di Bureij, nella striscia di Gaza.

«Ci ritroviamo tutti alla frontiera domani, è disponibile servizio autobus per la manifestazione », scandisce esaltata.

All’imbrunire, dopo il canto del muezzin, famiglie allargate e amici si sono riunite per l’iftar, il grande pasto che rompe il digiuno del Ramadan. I commensali ascoltano il richiamo e si domandano: «Tu di che villaggio sei?».

Persino Oussam Jabber, ventiquattrenne studente di ingegneria alla Islamic University di Gaza City, mai stato in vita sua fuori dalla striscia, risponde senza esitare: «Mughar, vicino all’odierna Yavne». I suoi amici nominano prontamente i villaggi dei nonni: a Gaza quasi tre quarti della popolazione è di figli e nipoti di profughi.

Fra le botteghe del campo i muri sono ricoperti di disegni che inneggiano alla resistenza: nel cielo ormai buio si intravedono le luci intermittenti di un elicottero militare israeliano. «La nostra anima non procede in avanti, solo in cerchi. E ci condanna a cadere e ricadere sempre nelle stesse buche».

Torna in mente la frase dello scrittore israeliano Eshkol Nevo attraversando l’infinita serie di check-point e la gabbia lunga quasi un chilometro che conduce da Israele nella piccola Sparta creata da Hamas nella striscia di Gaza.

Esattamente un anno fa decine di migliaia di israeliani invadevano piazza Rabin a Tel Aviv per osannare Netta Barzilai, la vincitrice del festival di musica pop di Eurovision.

A nessuno sembrava importare della carneficina consumatasi poche ore prima a Gaza: sessanta morti nella giornata peggiore delle proteste di frontiera, in corrispondenza con l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme.

Oggi, un anno più tardi, l’industria edonistica di Tel Aviv si scatena per la nuova edizione dell’Eurovision, e una Gaza ancora più soffocata e impaurita prepara il settantunesimo anniversario della nakba.

«Ci saranno manifestazioni in cinque diversi punti della frontiera», dice Moein Abu Oakal, un ufficiale di Hamas che fa parte del comitato organizzativo. «L’occupazione si illude che i vecchi muoiano e i giovani dimentichino», dice, parlando del presunto “diritto al ritorno” degli eredi dei 700mila fuggitivi palestinesi del 1948. «Dal tetto di casa mia a Beit Lahia vedo i coloni di Zikim occupare il villaggio di Herbia, da dove venivano i miei genitori: ho le carte inglesi e ottomane che comprovano la proprietà di quella terra. I diritti non si lavano via col tempo ».

Alla marcia non ci sarà però Jamal, 19 anni, un ragazzo con gli occhi vivaci seduto in attesa sulla sua valigia al valico di Rafah, fra la striscia e l’Egitto. «Ho deciso di andarmene e non tornare più, la vita a Gaza è diventata insopportabile», dice, «la situazione è pessima, non c’è lavoro, voglio studiare ingegneria al Cairo e rimanere lì», spiega, aggiustandosi i capelli col gel.

Non potendosi permettere di corrompere gli ufficiali, il suo permesso di uscita è scivolato sulla lista d’attesa per dieci mesi, ma c’è chi lascia Gaza anche in pochi giorni.

Da quando l’Egitto ha aperto il confine lo scorso anno sono decine di migliaia i palestinesi che hanno deciso di andare via. «Non si tratta ancora di un esodo, ma è senza dubbio un nuovo fenomeno », dice un rappresentante della Ue a Gerusalemme.

Passeggiando fra i poster di martiri e combattenti che ricoprono tutta la striscia di Gaza anche Riwad e Bashar Ashour, 38 e 45 anni, fanno sapere di avere messo la loro casa in vendita. È spaziosa, con vista mare nel quartiere di Rimal, il più di lusso di Gaza City. Prezzo: 80.000 dollari. «Faccio l’insegnante di fisica al liceo, ma da quando il ministero dell’Istruzione è nelle mani di Hamas non posso essere promossa e vengo trattata in maniera orribile», racconta Riwad. «La vita qui è miserabile, c’è sempre la guerra, voglio andare in Turchia», dice.

L’emigrazione ha colpito anche la comunità cristiana, che contava 3000 fedeli nel 2009 ed è scesa ormai a poco più di mille: «Per i cristiani è più facile avere permessi d’uscita e quindi emigrare», spiega George Antone nella graziosa chiesa cattolica di Zeitoun, un quartiere di Gaza City.

La striscia di Gaza si percorre in un’ora e mezza a piedi da Est a Ovest e in un’ora scarsa di macchina da Nord a Sud. Dappertutto gli abitanti ricordano con spavento l’escalation di dieci giorni fa, ma mantengono la vitalità considerata tipica dei palestinesi “Ghazawi”. «Alle 5.30 di sabato 5 maggio ricevo una chiamata.

Un israeliano mi dice: evacuate il palazzo perché fra pochi minuti bombardiamo», racconta Mohamad Doghmash di fianco a un edificio di molti piani distrutto a Gaza City. «Avevo negozi e appartamenti ma non ho potuto portare via nulla: dopo il missile di avvertimento, è arrivato il bombardamento vero e proprio », dice.

Non è andata meglio a Hussam El-Haddad, 40 anni, che ha avuto la cattiva idea di aprire un negozio di vestiti e giocattoli per bambini in un palazzo in cui c’erano anche degli uffici della Jihad islamica. Gruppo armato più attrezzato dopo le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, il braccio armato di Hamas, la Jihad è spesso presa di mira dai raid israeliani. A poca distanza dall’ex negozio di Hussam c’è Palestine Square, il cuore pulsante di Gaza City.

I due monumenti dello slargo sono un carro armato israeliano risalente alla guerra del 2008-2009, con un grande pugno chiuso di metallo simbolo di resistenza, e poi una fenice scolpita, simbolo di rinascita.

La Grande Moschea Omari, incastonata coi suoi tappeti blu nel vecchio mercato, offre alcuni dei rari scorci graziosi della striscia. Tutto intorno la città vecchia è affollata di persone che fanno compere in vista degli iftar.

Salim Al-Rayes tiene un negozio di vecchi libri, giornali da collezione e oggetti antichi: «Si vede un turista una volta al mese, con le frontiere sigillate c’è poco da fare». dice. Sulle trattative fra Israele e i militanti si mostra scettico: «Il peggio deve ancora venire».

Per ora l’unico risultato concreto, a parte la tregua, è stato l’arrivo degli aiuti finanziari del Qatar. I poveri di Gaza City si spintonano nelle code alle poste per ritirare 100 dollari ciascuno: un aiuto prezioso in uno dei posti più poveri del pianeta.

https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2019/05/14/news/gaza-226289185/

 

 

NEI CAMPI DI GAZA: “MEGLIO FUGGIRE”

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