Nel nome di Mufid

Niente di più anonimo di un muro di cemento alto e lunghissimo…
Per questo BoccheScucite si unisce ai pellegrini di giustizia che stanno celebrando per le strade di Betlemme la memoria di questi dieci anni di Muro, dando un volto e un nome alle vittime dell’occupazione militare. Per far questo ci basta rilanciare nelle due prossime rubriche, alcuni frammenti dei REPORT che in queste ore il gruppo di “Un Ponte per Betlemme 2014” sta diffondendo:

‘Il mio nome è Mufid. Per altri sei mesi non potrò alzarmi da questo letto. É l’operazione alla schiena che ho subito che me lo impedisce. Tutto è iniziato questo 11 gennaio, mentre stavo trasportando del materiale verso la mia casa per dei lavori di ristrutturazione. Avevo due borse con me quando i soldati Israeliani mi hanno fermato e mi hanno detto che non potevo trasportare quelle borse. Allora ho mostrato loro il permesso che avevo legalmente ottenuto per ristrutturare la mia casa. Non hanno voluto ascoltare. Mi hanno minaciato e mi hanno ordinato di lasciare li borse e attrezzi, e di andarmene. Altrimenti mi avrebbero arrestato. Mi rifiutai, proseguendo per la mia strada. É stato a quel punto che mi hanno preso e mi hanno portato in caserma. Li trenta di loro mi hanno picchiato, per ore. Il dolore si faceva sempre più insopportabile, fino a farmi perdere i sensi. Da li in poi ricordo poco, vomitavo. É stato quando ho perso coscienza che i soldati hanno capito, e hanno chiamato un medico. Due ore più tardi è arrivata l’ambulanza palestinese, che mi ha portato all’ospedale di Hebron.
Mi hanno diagnosticato un danno alla spina dorsale, non operabile ad Hebron, come in nessun altro ospedale palestinese. Ho quindi richiesto un permesso per essere operato in Israele, permesso che mi è stato negato. Dopo sei giorni riesco a farmi portare in Giordania, in un ospedale di chirurgia ortopedica. Hebron è divisa dalla Giordania da alcune decine di kilometri, ma sono state necessarie otto ore per passare la frontiera, composta da check point e tre barriere fisiche; la palestinese, seguita dalla israeliana e infine dalla giordana.

Esco dall’ospedale con un supporto di metallo inserito nella spina dorsale. Per sei mesi devo prendere venticinque diverse medicine ogni giorno. Non posso alzarmi dal letto, e ho dovuto abbandonare la mia attività commerciale. Non solo non posso più mantenere la mia famiglia, ma devo anche provvedere a tutte le spese mediche.

Quando potrò tornarne a camminare per le strade, dovrò portare sempre con me il referto medico, per provare ai soldati che non sono armi quelle che fanno suonare i loro metal detector, ma il metallo nel mio corpo. Non mi resta niente, se non aspettare, e non smettere di sperare che le cose cambino.

Mufid è uno dei tanti palestinesi che vivono a Hebron, una città divisa in due parti, H1 e H2. Questa divisione è sfociata nella chiusura di strade e centinaia di negozi arabi nella zona H2, dove molte migliaia di palestinesi vivono in balia di rigidissime misure restrittive, applicate dall’esercito isaraeliano a protezione dei 600 coloni ebrei insediatesi nella zona vicino alla tomba dei patriarchi. Questi coloni provenienti da diverse parti del mondo pretendono di avere “diritti biblici” prevalenti sui diritti di famiglie arabe che da secoli vivono stabilmente su quelle terre.

Le persone che abbiamo incontrato ci hanno raccontato non solo delle angherie fisiche da parte dei coloni, ma anche dell’accusa infondata di essere estremisti. E’ dimostrato invece che sono alcuni dei coloni a far parte di organizzazioni terroristiche.

Il 25 febbraio la popolazione palestinese della città ha ricordato l’eccidio in cui 29 palestinesi, durante una preghiera in moschea, sono stati uccisi dal colono Goldstein Baruch, ora venerato come martire da parte degli ebrei. Durante la manifestazione, guidata dal GCI, la gente ha chiesto che la zona H2, controllata dall’esercito israeliano, torni a vivere e si riapra Shuhada Street, centro nevralgico e commeriale della città.

Al termine della manifestazione quattro giovani della GCI sono stati arrestati, ed altri feriti. A Tel Rumeida, nella collina dove abbiamo incontrato Issa e gli altri giovani della GCI, sono partiti degli scavi archeologici come ennesima strategia del governo israeliano per sdoganare gli abusi. Come dichiarato anche dall’associazione israeliana Breaking the Silence esperimenti simili sono già stati attuati più volte con la creazione dei Parchi Naturali in tutta la Palestina.

La gente non ha alcuna intenzione di andarsene ed è decisa a resistere, senza abbandonare le loro case, ne la loro causa.

Pellegrini di giustizia, Un Ponte per Betlemme 2014

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