Nella Terrasanta lacerata

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Report di un Pellegrinaggio di Giustizia della Campagna Ponti e non Muri in Palestina. Il muro, le offese, la dignità e i diritti violati.

Caritas Diocesana di Padova, sposando l’iniziativa “Pellegrinaggi di giustizia” di Pax Christi Italia (http://www.paxchristi.it/?p=3747), ha organizzato dal 5 al 12 settembre scorsi un Pellegrinaggio nella Terra Santa che è la Palestina.

Non uso a caso questa espressione, perché è stato un pellegrinaggio non solo e non tanto di visita dei luoghi sacri, ma soprattutto di contatto diretto con la gente di Palestina. Abbiamo parlato, mangiato, vissuto insieme con i palestinesi che vivono il dramma dell’oppressione israeliana.

 

Diritti e diritti

Israele accampa il “diritto al ritorno” dopo la diaspora.

Dimenticando che in questi secoli, però, in quei territori si sono insediati innocenti pastori e agricoltori palestinesi.

Non solo il piano di partizione delle Nazioni Unite del 1947 e soprattutto la guerra arabo-israeliana del 1948 hanno provocato l’esodo di 700.000 palestinesi dalle terre in cui vivevano da centinaia d’anni. Poi è esplosa l’espansione coloniale di Israele, che non si è fermata nemmeno di fronte agli accordi di Oslo del 1993 che hanno tentato di configurare una partizione più efficace dei territori rispetto a quella del 1947.

Inoltre, Israele ha concepito la cosiddetta “barriera di separazione”, che il mondo generalmente conosce col nome con cui i palestinesi la chiamano: il muro. Denominazione che fa capire tutto il peso di oppressione che esso getta sulle spalle e sui cuori palestinesi. Israele ha costruito 730 km di cemento e filo spinato dividendo quello che gli israeliani considerano il loro stato, comprese le colonie, dai territori palestinesi.

Questo muro e i suoi check point, ovvero i varchi presso cui i palestinesi sono costretti a passare, sono diventati la tortura per centinaia di migliaia di palestinesi che, soprattutto per motivi di lavoro, ma anche di cure sanitarie e di studio, debbono passare da una parte all’altra.

Noi pellegrini abbiamo fatto l’esperienza del passaggio al check point, tentando di condividere, almeno per una volta, quello che i palestinesi fanno ogni giorno. Ci siamo fatti trovare al check point alle 4.00 di mattina, per poter passare un paio d’ore dopo.

Ci siamo incolonnati insieme a centinaia di lavoratori palestinesi che dovevano recarsi nei luoghi di lavoro.

Un’umiliazione che subiscono ogni mattina e ogni sera al ritorno. Un oltraggio fatto di attesa snervante, controlli anche fisici, a volte anche interrogatori, col rischio che il militare israeliano nervoso possa negare il permesso al passaggio.

Resistenza

Ma nonostante tutti questi soprusi, il popolo palestinese resiste.

Abbiamo incontrato esperienze di resistenza come quelle degli abitanti del villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron che, attraverso forme di protesta nonviolenta, sono riusciti a far valere il diritto a rimanere sulla loro terra, nel loro villaggio. A dare man forte agli abitanti di At-Tuwani ci sono anche i giovani italiani di Operazione Colomba dell’associazione Giovanni XXIII di don Oreste Benzi.

Abbiamo incontrato i beduini del villaggio di Khan Al Ahmer nel deserto di Giuda, lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico, dove si trova la famosa “Scuola di Gomme”, costruita con gli pneumatici di autoveicoli, unica scuola per i tanti villaggi circostanti. Il villaggio è sotto la minaccia di sgombero, perché situato in una zona in cui la vicina colonia ebraica intende estendersi.

Ma il villaggio resiste, ci diceva il capo Abu Raid, anche ingaggiando battaglie legali con il supporto di avvocati ebrei dissidenti. “I nostri padri, prima del 1948, abitavano nell’area di Tal Arad, nel deserto del Negev, da cui siamo stati deportati perché lì doveva sorgere lo stato di Israele. Ora ci vogliono evacuare anche da qui”, ci dice Abu Raid. A fianco degli abitanti del villaggio ci sono le coraggiose suore comboniane.

Abbiamo incontrato l’esperienza di Tent of Nations (la Tenda delle Nazioni), una fattoria palestinese in una collina di proprietà della famiglia cristiana Nassar, vicino a Betlemme, praticamente assediata tutto intorno da cinque colonie ebraiche che mirano a espandersi a scapito di quella collinetta. Ma la famiglia resiste. Ci diceva Daoud, il capofamiglia: “Abitiamo qui da generazioni, perché dovremmo andarcene?

Siamo sulla nostra terra! Tutt’attorno i nostri vicini confinanti sono stati evacuati. Anche loro erano sulle loro terre! Ma noi resistiamo! Abbattono i nostri alberi? E noi li ripiantiamo! Ostruiscono una strada? Ne troviamo un’altra”.

La loro resistenza passa anche attraverso le vie legali: avvocati israeliani dissidenti fanno valere i diritti della famiglia Nassar in forza di atti di proprietà giuridicamente validi.

Molti altri sono stati gli incontri e le esperienze del pellegrinaggio.

Ma mi fermo qui. E il futuro?

Ormai nessuno, né tra palestinesi né tra israeliani, crede più al progetto dei due Stati per due popoli che era l’obiettivo delle Nazioni Unite del 1947. Le 650 colonie ebraiche si sono talmente incuneate nei territori palestinesi che non esiste nemmeno più la possibilità geografica di costruire uno Stato di Palestina. Ormai gli intellettuali e quelle parti più illuminate di società civile invocano un unico Stato, in cui i palestinesi godano degli stessi diritti degli israeliani: uno Stato, due popoli, tre religioni.

Stefano Spreafichi
Pellegrino di giustizia

tratto da: http://www.mosaicodipace.it/mosaico/i/3783.html

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