NELLE COLONIE SFRUTTAMENTO LAVORO FEMMINILE PALESTINESE

Nena News ha raccolto la storia di Hamda, donna e madre palestinese, residente in un piccolo villaggio della Valle del Giordano, costretta a lavorare in una delle tante colonie agricole israeliane dell’area. Una storia di povertà a sfruttamento.

MARTA FORTUNATO

Al-Jiftlik (Valle del Giordano), 8 maggio 2012, Nena News (foto dal sito Electronic Intifada) – Hamda vive in una piccola casa nel villaggio di al-Jiftlik, nella parte centrale della Valle del Giordano. Ha 45 anni ed un figlio di 11 anni a carico, avuto da un uomo che l’ha abbandonata ancora prima che partorisse. Da allora la sua vita si è trasformata in una lotta per la sopravvivenza, per poter portare a casa il denaro necessario a soddisfare i bisogni di vita primari. Per questo da 10 anni è costretta a lavorare nell’insediamento di al-Mass’ua, una delle tante colonie israeliane della Valle del Giordano, costruite su terra confiscata alla popolazione palestinese di al-Jiftlik. Colonie che impiegano e sfruttano la manodopera locale palestinese accentuando la sottomissione ed la dipendenza economica a cui sono sottoposte le comunità palestinesi della Valle del Giordano.

“Ho iniziato a lavorare nella colonia di al-Mass’ua quando avevo 35 anni. Avrei voluto lavorare nel mio villaggio, ma le possibilità di trovare un impiego, soprattutto come donna, sono quasi pari a zero. Solo i coloni dell’area cercavano manodopera e così da dieci anni questa è la mia vita: lavoro, casa e poi di nuovo lavoro“ ha raccontato Hamda a Nena News. Ha il viso stanco, la schiena dolorante, le mani gonfie e rugose. Lavora sette ore al giorno, dalle 6.30 alle 13.30, sei giorni a settimana. Raccoglie verdura e frutta, all’interno delle serre della colonia. “Ora è il periodo dell’uva, dobbiamo controllare ogni singolo grappolo e togliere i chicchi marci o acerbi”. Per 7 ore di lavoro Hamda guadagna l’equivalente di 14 euro, un terzo dello stipendio minimo israeliano. Senza considerare che i palestinesi che lavorano nelle colonie non godono di nessun tipo di diritto. “Non abbiamo né vacanze, né malattia, né maternità. Ci sono molte donne che lavorano fino agli ultimi mesi di gravidanza per poter mantenere la famiglia. Che altra scelta hanno?” ha continuato Hamda.

Non esistono dati precisi sul numero di palestinesi che lavorano all’interno delle colonie agricole della Valle del Giordano. Secondo uno degli ultimi rapporti pubblicati dal centro palestinese Ma’an Development, il numero di lavoratori palestinesi varia tra i 10.000 e i 20.000 a seconda della stagione e della situazione politica, e circa l’8% delle forza lavoro è costituita da donne. La maggior parte delle donne vive nei villaggi della Valle del Giordano, ma una piccola percentuale abita nelle città settentrionali della Cisgiordania come Nablus e Jenin. “Ogni giorno si alzano alle 4 per essere al lavoro in orario” ha raccontato Bassem, un residente nel villaggio palestinese di Fasayl, che lavora nell’adiacente colonia agricola di Tomer – E il loro stipendio giornaliero è più basso, di solito intorno ai 50 shekel (10 euro), perchè viene trattenuto il costo del trasporto”.

Tutte le donne che lavorano nelle colonie agricole della Valle del Giordano vengono impiegate nella raccolta di frutta e verdura. All’interno della colonia di Tomer è molto facile vederle raccogliere peperoni ed ortaggi di stagione sotto un caldo insopportabile. “Lavoriamo in condizione disnumane” ha continuato Hamda – dobbiamo stare in piedi per ore ed ore, a fine giornata ho gambe e caviglie gonfie, faccio fatica a camminare. Ed ora, con l’arrivo dell’estate, la temperatura dentro le serre raggiunge i cinquanta gradi. Ma in qualche modo bisogna sopravvivere. Se non lavoro, come faccio a mandare a scuola mio figlio?”. Nena News

http://nena-news.globalist.it/?p=19201

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