NENA News: Firing Zone 918, parlano i palestinesi

OTTOBRE 11, 2013 AT 8:15 AM

 La Corte Suprema chiede la mediazione tra Stato e comunità palestinesi a rischio evacuazione. I palestinesi accettano ma sono chiari: “Non ce ne andremo dalle nostre terre”.

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di Operazione Colomba per Nena News

At-Tuwani, 11 ottobre 2013, Nena News – I giudici della Corte Suprema israeliana hanno scelto la mediazione tra lo Stato e gli oltre mille palestinesi che potrebbero essere sfrattati dalle loro case e dalle loro proprietà (in quanto inserite dentro l’area dichiarata “Firing Zone 918″ – area di esercitazioni militari dell’esercito israeliano) come strada per tentare di mettere fine alla battaglia giudiziaria iniziata circa 15 anni fa.

Il mediatore proposto dal tribunale è il giudice Yitzhak Zamir. La difesa, ovvero i palestinesi, hanno già accettato la decisione della Corte, mentre lo Stato israeliano, il 4 ottobre, ha chiesto più tempo per decidere se accettare la mediazione oppure no. La cosa risulta a dir poco assurda, dato che lo Stato nell’estate del 2012 aveva risollevato la questione presso l’Alta Corte dichiarando una necessità urgente dell’utilizzo dell’area.

I palestinesi hanno accettato la mediazione, pur sapendo che questa si inserisce all’interno di un processo che al massimo potrà portare al rispetto della legalità, ma non raggiungerà la giustizia.

Così, infatti, commenta il suggerimento di mediazione il coordinatore del Comitato Popolare di resistenza delle colline a Sud di Hebron (dal 1999 le comunità palestinesi dell’area hanno intrapreso un’incredibile esperienza di resistenza popolare nonviolenta, sostenuti da attivisti israeliani e internazionali): “Abbiamo il dovere di chiedere giustizia, ma non ci siamo mai fidati totalmente della giustizia israeliana, perché è inserita nella strategia dell’occupazione. Noi crediamo nei nostri diritti, noi crediamo nel nostro destino: restare su questa terra. Ed è una lotta costante. Quando dico lotta costante intendo che la gente dell’area deve affrontare tutte le strategie che l’occupazione mette in atto allo scopo di cacciare i palestinesi dalle loro terre, strategie che vanno dall’impossibilità di accedere ai servizi, alle violenze dei militari e dei coloni. Vivere qui, in queste condizioni, e resistere all’occupazione non è affatto facile. Il prezzo che questa lotta ci richiede è molto alto. Ma noi siamo pronti a sopportarlo”.

Sulla stessa linea il commento di Salem Musa, quando gli chiediamo che cosa desiderano le persone del suo villaggio: “Il nostro messaggio per tutto il mondo è che noi vogliamo rimanere sulla nostra terra. Non abbiamo un altro posto dove andare. Vogliamo vivere qui. E viverci con l’acqua corrente, l’elettricità e le strade carrabili. Non vogliamo che l’esercito ci impedisca di muoverci o pascolare le greggi. Non vogliamo più soffrire a causa dell’occupazione. Vogliamo rimanere sulla nostra terra, ma senza soldati”.

Salem vive ad Al Majaz, uno degli otto villaggi che rischia di essere evacuato. Una vicenda che dura dagli anni ’70, quando le terre intorno al suo e ad altri 13 villaggi palestinesi sono state dichiarate da Israele “Firing Zone 918″, area di esercitazioni militari a munizioni vive. Nel 1999 tutti i villaggi dell’area sono stati forzatamente evacuati (per maggiori informazioni clicca qui). Dopo appelli all’Alta Corte di Giustizia israeliana, l’evacuazione è stata sospesa e gli abitanti sono tornati alle loro case. Ma nell’estate del 2012 il Ministero della Difesa israeliano ha chiesto all’Alta Corte di riaprire il caso, rimettendo di nuovo a rischio la possibilità dei palestinesi di abitare e condurre la propria vita quotidiana nell’area.

I pastori e gli agricoltori palestinesi di questi villaggi si trovano ad affrontare decisi impedimenti a migliorare le loro condizioni di vita. La mancanza di strade carrabili, di servizi sanitari, dell’elettricità e l’impossibilità di costruire qualsiasi infrastruttura in un’area considerata ad utilizzo militare, rendono la vita una sfida giornaliera. A questo si aggiungono minacce e violenze da parte dell’esercito. La notte tra il 3 e 4 luglio, ad esempio, trenta soldati hanno fatto irruzione nel villaggio di Jinba (uno degli otto che rischia l’evacuazione), accompagnati da due coloni che accusavano i palestinesi di aver rubato loro delle pecore. I soldati hanno perquisito diverse case palestinesi, sfondandone le porte e lanciando bombe sonore, una delle quali è entrata in una casa e un’altra ha colpito un uomo che dormiva all’aperto. I soldati hanno picchiato quattro palestinesi, mentre tre sono stati detenuti per tutta la notte. Questo è solo uno di molti episodi di intimidazione.

Nonostante questo, Salem e gli altri circa mille palestinesi che vivono nell’area non hanno dubbi su quale sia il posto dove costruire il proprio futuro. E non hanno dubbi sul fatto che la proposta di mediazione sia insufficiente. Come si può mediare tra la richiesta di pastori e contadini che vivono da generazioni su queste terre, e qui vogliono rimanere, e le pretese di un esercito occupante che reclama la stessa terra per esercitazioni militari (con la motivazione che esercitarsi qui rappresenterebbe “un risparmio in termini economici e di tempo”), andando contro le convenzioni di Ginevra e dell’Aia? I palestinesi vedono nella mediazione, piuttosto, una delle tante strategie dell’occupazione per continuare a non fare giustizia, poiché la questione non è solamente se questi villaggi verranno evacuati o meno, ma l’area militare in sé viola i diritti umani di chi lì abita e le leggi internazionali.

Così, infatti, conclude il coordinatore del Comitato: “Al di là delle analisi politiche, la questione è semplice: quello che sta avvenendo qui è un’ingiustizia e una violazione di tutti i principi dell’essere umano, dell’umanità. Ma noi siamo convinti che verrà il giorno che vedrà la fine di questa ingiustizia. Dobbiamo perseverare nel nostro impegno nella resistenza nonviolenta. Ciò significa che affronteremo tutte queste politiche di occupazione attraverso azioni e manifestazioni nonviolente, grazie alla solidarietà e al supporto di israeliani e di internazionali. Finché non otterremo giustizia. Finché l’occupazione non finirà”.

 

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