NETANYAHU E IL RITIRO DALLA CISGIORDANIA

Lasciare alcune sezioni della Cisgiordania in mano all’Autorità Palestinese: questa la “trovata” del premier israeliano per impedire il riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese alle Nazioni Unite. Ma ovviamente rimarrebbero, gli oltre 500.000 coloni.

Gerusalemme 12 Aprile 2011 – Nena News – Lo rivela questa mattina il quotidiano israeliano Ha’aretz: sarebbe la nuova “trovata” del premier Netanyahu, adottata per fare pressione diplomatica contro il riconoscimento di uno Stato palestinese entro settembre; un’ipotesi che considera il ritiro da alcune sezioni della Cisgiordania occupata. Una mossa per evitare quello che lo stesso Ha’aretz definisce per i vertici di Tel Aviv, “uno tsunami diplomatico” e cioè appunto il consolidamento da parte palestinese degli sforzi volti alla proclamazione unilaterale di indipendenza palestinese entro il prossimo mese di settembre.

Intenzione che lo stesso Primo Ministro palestinese Salam Fayyad si è detto pronto a confermare al meeting con i donatori europei previsto per mercoledì. Del resto da mesi si parla del riconoscimento dello Stato palestinese e anche fonti caute quali l’inviato del Quartetto Tony Blair, ha definito lo scorso lunedì questa mossa “la sola strada verso la ripresa dei negoziati”.

Ma nell’ipotesi di Netanyahu non figurerebbe ovviamente la questione degli insediamenti, e degli oltre 500.000 coloni (compresi quelli di Gerusalemme Est) che vivono illegalmente in Cisgiordania e che da sempre il governo e le istituzioni israeliane, appoggiano e finanziano. Anzi secondo l’agenzia stampa israeliana Ynet, Netanyahu avrebbe già approvato lo scorso marzo una nuova ondata di costruzioni negli insediamenti di Gush Etzion, Maale Adumim, Ariel e Kyriat Sefer. Mentre altre costruzioni, che attendono il via libera dal Ministro degli Esteri Barak, sarebbero previste nella colonia di Itamar, in seguito all’uccisione di una famiglia di coloni avvenuta lo scorso marzo, nelle cui indagini sia l’esercito che lo Shin Bet brancolano nel buio.

A detta dello stesso Netanyahu, l’ipotesi del ritiro, è stata presa in considerazione “alla luce dello stallo dei colloqui di pace”; in realtà secondo la stampa locale, il premier israeliano vuole impedire con tutti i mezzi che a settembre la Assemblea generale delle Nazioni Unite riconosca uno stato palestinese entro le linee di demarcazione che erano in vigore fino al 1967. Una ennesima offensiva diplomatica da parte di Israele, che negli ultimi mesi sta pressando le Nazioni Unite per impedire oltre alla proclamazione unilaterale di indipendenza palestinese, anche la partenza della Flotilla 2, il convoglio umanitario diretto a Gaza. In assenza anche di una vaga possibilità della ripresa di “inutili” negoziati, Israele si gioca la carta del ritiro.

Già sulle pagine di Yediot Ahronot di ieri l’analista politico Nahom Barne parlava di “una crisi tra Washington e Tel Aviv”, dovuta allo spostamento dell’amministrazione Obama: gli USA potrebbero cioé votare a favore della bozza di risoluzione all’Assemblea dell’ONU di settembre. Sarebbero però gli stessi Stati Uniti, secondo fonti sia dell’ONU che USA, ad aver sospeso e postposto l’iniziativa presa da Gran Bretagna, Francia e Germania, di riaprire le discussioni sui colloqui israelo-palestinesi in un incontro del Quartetto che era previsto il prossimo venerdì a Berlino. Un segnale  – secondo l’analista palestinese Wadei Abu Nasser – che la crisi tra Obama e Netanyahu non è poi così seria. “Israele è l’unico a beneficiare della posticipazione del meeting – afferma Abu Nasser – dal momento che nell’incontro c’era la possibilità che si approvasse una dichiarazione finale che favorisse la parte palestinese.”

Soprattutto non è chiaro come avverrebbe tale ritiro, e per ovvie ragioni. Le incursioni notturne delle forze armate israeliane continuano ad avvenire anche nella cosiddetta area A, quella cioè che secondo gli Accordi di Oslo dovrebbe essere sotto il totale controllo sia in termini di sicurezza che amministrativi dell’Autorità Palestinese.  Le limitazioni all’Autorità Palestinese da parte israeliana sono sempre avvenute: l’ultima di ieri, quando cioé Israele ha impedito al premier Salam Fayyad di recarsi nel villaggio di Awarta (Nablus) in solidarietà con i residenti sottoposti da settimane a raid, perquisizioni e arresti (in connessione con il caso “Itamar”). Secondo quanto riportato da Ha’aretz, l’ipotesi di Netanyahu potrebbe comportare una ridislocazione delle forze israeliane in Cisgiordania, con il passaggio della sicurezza in mano palestinese anche dell’Area B (attualmente gestita dall’ANP solo per l’amministrazione), mentre alcune sezioni dell’Area C potrebbero diventare Area B (ovviamente anche in questo caso sarebbero escluse grandi porzioni della Cisgiordania, tra cui la Valle del Giordano, che Israele ha sempre ribadito, manterrebbe in qualsiasi negoziato).

Il segretario del Comitato Esecutivo dell’OLP, Yasser Abed Abo, ha commentato la notizia del possibile ritiro affermando che “nulla di quello che viene pubblicato sui media israeliani, è credibile. Si tratta solo di manovre.”

La seconda ipotesi che il premier israeliano starebbe prendendo in considerazione- secondo quanto riportato da Ha’aretz –  é quella di dare vita ad una conferenza con attori internazionali, alla quale dovrebbero prendere parte sia Israele che l’Autorità Palestinese. Per riprendere negoziati, i cui termini ancora una volta sono indefiniti, poco chiari, dettati insomma da una parte sola (Israele).

E’ più probabile però che la strada da qui a settembre intrapresa dal PM Netanyahu sia quella, attuata già in più direzioni e su diversi fronti, della pressione diplomatica. Convincere cioè le potenze occidentali (USA, UE, Canada e Australia) a non appoggiare la mossa palestinese. Più di 100 stati (tra i quali molti paesi del Sud America) si sono detti a favore del riconoscimento dello Stato palestinese; ma come ha “candidamente” affermato Netanyahu “non importa la quantità ma la qualità”.

E il veto imposto dagli USA, lo scorso febbraio, in sede di Consiglio di Sicurezza ONU,  alla risoluzione di condanna alle colonie israeliane nei territori palestinesi sotto occupazione, ne è la dimostrazione. Nonostante si trattasse di una  risoluzione sponsorizzata da un’ampia schiera di paesi (oltre 120, inclusa l’Unione Europea e alcuni membri della Nato), approvata da 14 Stati e  nonostante il testo in sé ribadiva quanto detto da sempre dal diritto internazionale, cioè che le colonie israeliane sono illegali, è bastato il sostegno incondizionato degli USA a Israele, a far naufragare la risoluzione. Nena News

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