Netanyahu, Haaretz, le parole “incomprese” e il bunga bunga

Leonard Berberi – 15 giugno 2011
Più che un’edizione speciale, un numero esplosivo. Così tanto, da avere – per qualche ora – fatto sobbalzare le cancellerie di mezzo mondo. Perché il titolo di apertura – sia nella versione ebraica, che quella inglese – non lasciava spazio ad altre interpretazioni: «Netanyahu: non c’è soluzione al conflitto israelo-palestinese». Boom! È a quel punto è scoppiata la rissa (verbale) tra redazione e staff governativo.

Ma facciamo un passo indietro. In occasione della “Settimana del libro”, un appuntamento culturale annuale che si svolge in Israele, il quotidiano di sinistra “Haaretz” ha deciso di affidare l’edizione di oggi del giornale a una cinquantina di scrittori famosi nel Paese e nel mondo. Tra questi: Sami Michael, Haim Beer, Alon Hilu, Orli Castel-Blum, Mario Vargas Llosa e Nicole Krauss.

Uno di loro, il romanziere Etgar Keret, raggiunge il premier Netanyahu a Roma, mentre è impegnato in una visita ufficiale in Italia. Chiede al primo ministro lo stato della società israeliana, lo interroga sull’avanzamento dei negoziati e poi ne trascrive il contenuto in un lungo pezzo che finisce in prima pagina. E con il titolo esplosivo.

Alle sei del mattino lo staff di “Bibi” inizia a vergare una durissima nota contro l’articolo di “Haaretz”. Al segretario del governo Zvi Hauser, quasi va di traverso la colazione. Del resto lui era lì, al momento dell’intervista. Così, in un colloquio radio Hauser cerca di correggere l’impressione pessimistica creata dal giornale. Ammette che Netanyahu ha pronunciato quelle parole, ma afferma anche che Keret non ne ha compreso il contesto. Ossia che «Netanyahu non ritiene che il conflitto sia essenzialmente di carattere territoriale e che attende piuttosto che la leadership palestinese riconosca Israele come stato del popolo ebraico». La spiegazione, a dire il vero, non ha convinto molte persone. “Haaretz”, dal canto suo, ha confermato il contenuto dell’articolo e non ha nascosto una certa irritazione.

Si vede che è proprio il Paese, quello nostro, a spingere i politici e i giornalisti a non capirsi. Alle giravolte – mediatiche – del primo ministro Berlusconi siamo abituati da tempo. Ma che un’incomprensione così evidente potesse colpire anche altri governanti, questa non l’avevamo ancora vista.

L’articolo da Roma di Keret merita di essere letto. Non solo per le frasi di Netanyahu. Ma anche per il suo inizio. Che sintetizza bene sia le attese degl’israeliani, che come il mondo vede il nostro Paese. Scrive Keret che prima di chiudere la valigia, la moglie gli si avvicina e gli chiede di dare un bigliettino di carta al premier israeliano. Sul foglio c’è scritto: «Signor Benjamin Netanyahu, la supplico di fare qualsiasi cosa in suo potere per portare la pace, per il futuro dei nostri figli e dei suoi. Grazie, Shira». Da lì ne nasce una discussione che il romanziere ripropone nel pezzo.

Poi l’autore passa a parlare del viaggio in Italia. Riporta le lamentele dei giornalisti israeliani che seguono “Bibi” sulla scomodità dell’aereo di Stato ed esalta le bellezze artistiche del nostro Paese. Quindi si concentra su Berlusconi e sulla sua battuta. «Quando hanno chiesto informazioni sul dipinto – scrive Keret – Berlusconi dopo aver dato il nome dell’artista e quando è stato realizzato, ha aggiunto che il tutto raffigura un bunga bunga party del 19esimo secolo». «In quell’istante, oltre cento giornalisti si sono messi a ridere. Grazie a Silvio potevano tornarsene con un titolone».

http://falafelcafe.wordpress.com/2011/06/15/netanyahu-haaretz-le-parole-incomprese-e-il-bunga-bunga/

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