Netanyahu incita alla violenza definendo i manifestanti un chiaro e tangibile pericolo

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tratto da: http://zeitun.info/2020/08/02/netanyahu-incita-alla-violenza-definendo-i-manifestanti-un-chiaro-e-tangibile-pericolo/

Un manifestante contro Netanyahu arrestato dai poliziotti israeliani Reuters

Lily Galili da Tel Aviv, Israel

30 luglio 2020 – Middle East Eye

Nel 1995 il primo ministro provocò l’odio che portò all’assassinio di Rabin, Questa volta sta facendo in modo che gli eventi producano direttamente l’odio contro i manifestanti

Nell’aria c’è violenza, un senso di pericolo. Di fatto c’è violenza anche sul campo. Settimana dopo settimana, in manifestazioni eccezionalmente persistenti e burrascose, c’è una costante violenza. Si teme un altro tipo di violenza, che uccide non solo la democrazia, ma può davvero uccidere anche le persone.

Lo stesso primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu pone le basi per questo tipo di violenza.

Giorno dopo giorno, provoca i manifestanti e li offende. Essi sono “anarchici”, tramano un “golpe” contro di lui e contro il governo di destra. Non si fa neppure scrupoli riguardo all’argomento antisemita degli “ebrei che diffondono malattie”.

Nella versione dello Stato ebraico di Netanayhu, i dimostranti pisciano nei cortili e quindi diffondono malattie infettive. Ciò è quanto ha detto riguardo alle proteste di massa davanti alla sua residenza a Gerusalemme.

In precedenza il suo figlio alter ego, Yair, ha twittato la foto di un manifestante che urinava davanti alla residenza del primo ministro. L’unico problema è che la fotografia era stata scattata negli Stati Uniti, un esempio di una lunga lista di notizie false intenzionalmente diffuse per gettare benzina sul fuoco.

Giorno dopo giorno Netanyahu solleva la questione di un pericolo chiaro e tangibile per lui e per la sua famiglia. Egli ne scrive continuamente nei suoi molto attivi interventi sulle reti sociali e agisce su questo mobilitando misure di protezione senza precedenti fornitigli dai servizi di sicurezza israeliani.

La sua residenza ufficiale a Gerusalemme e la villa privata della sua famiglia a Cesarea, entrambi luoghi in cui si svolgono manifestazioni di massa, sembrano più che altro fortezze.

Questa è in effetti una reazione molto inusuale per gli standard israeliani. In precedenza molti ex-primi ministri e importanti politici sono stati vittime di incitamenti all’aggressione e di esplicite minacce: per citarne solo qualcuno, i primi ministri Ariel Sharon, Menachem Begin e Yitzhak Rabin, che venne effettivamente ucciso da un giovane ebreo di estrema destra.

Tutti minimizzarono le minacce, forse per orgoglio e machismo fuori luogo.

Netanayhu, tuttavia, ingigantisce ed esagera a dismisura il “pericolo incombente”. Politici del Likud sono impegnati a sollevare in ogni occasione l’argomento del “pericolo per la vita del primo ministro”.

“Non siamo spaventati dalle critiche, ma piuttosto della violenza contro il primo ministro e la sua famiglia,” ha detto durante un’intervista radiofonica Amir Ohana, ministro della Sicurezza Pubblica.

Ma quando gli è stato chiesto se la vita di Netanyahu sia realmente in pericolo, il generale di divisione in congedo Amiram Levin, ex-comandante in capo di un’unità militare d’élite ed ex- vice capo del Mossad, ha subito ribattuto: “Assolutamente no!”

“È tutta una sua invenzione per delegittimare la protesta contro di lui,” ha detto a Middle East Eye. Però Levin ha dato brutte notizie: “Nelle prossime settimane uno o due manifestanti contro Netanyahu verranno uccisi da un proiettile, una granata o una qualunque altra arma. È solo una questione di tempo, un tempo piuttosto breve.”

L’avvertimento di Levin è arrivato quando un piccolo numero di dimostranti ha subito accoltellamenti, lanci di pietre e percosse da un gruppo violento di sostenitori di destra di Netanyahu, decisi a proteggere il loro uomo.

La sua fosca previsione è profondamente radicata nella storia delle proteste in Israele: la pallottola, o la granata, è sempre lanciata dalla destra contro la sinistra. Non ci sono precedenti di un proiettile sparato in direzione contraria.

È ancora più temibile ora, quando un super propagatore di incitamenti all’odio come Netanayhu sta giocando un ruolo da protagonista in questo pericoloso processo. È quello che fece 25 anni fa, partecipando attivamente all’istigazione che terminò con l’assassinio di Rabin.

Fortunatamente per lui, non c’è un Netanayhu che inciti contro Bibi [diminutivo dello stesso Netanayhu, ndtr.].

Un’atmosfera analoga

Amiram Goldblum, da moltissimi anni attivista per la pace ed ex-capo del movimento Peace Now [Pace Subito, movimento israeliano per la fine dell’occupazione e la pace con i palestinesi, ndtr.], ha ricordato che in precedenza importanti dirigenti e primi ministri hanno chiaramente evitato questo comportamento.

“Al contrario di oggi, ai tempi della nostra protesta dell’‘83, l’incitamento venne dalla base del Likud, mai dallo stesso Begin,” dice, in riferimento ad una serie di manifestazioni di massa contro la prima guerra del Libano.

In modo più specifico, si riferisce alla manifestazione del 10 febbraio 1983 a Gerusalemme, dove uno dei dimostranti, Emil Grunzweig, venne ucciso da una granata lanciata contro il raduno per la pace da Yonah Avrushmi. L’assassino era l’esatto prototipo degli autoproclamati mercenari di destra, imbevuti di odio, che agiscono oggi contro le proteste.

Goldblum stava marciando accanto a Grunzweig quando esplose la granata. “L’atmosfera è molto simile a quella di decenni fa,” dice Goldblum a MEE.

“Di fatto si tratta di un’altra fase della guerra civile iniziata con l’assassinio di Rabin e ora l’odio è molto più tangibile. Non ho paura, ma sicuramente quando partecipo alle manifestazioni cerco di fare attenzione. Li posso riconoscere da lontano e alcuni di loro mi possono riconoscere.”

Il parallelo finisce qui. Le proteste del 1983 erano concentrate su un problema: la guerra in Libano. Il corteo del 1995 era in appoggio alla democrazia e agli accordi di Oslo. Le dimostrazioni del 2020 sono invece uno scoppio di rabbia, frustrazione e sconforto avvertiti da almeno tre generazioni, che sono disperate per quello che è diventato il loro Paese e per quello che il loro Paese ha fatto a loro.

Proprio come un terremoto mette in luce tutto quello che è nascosto sotto le rovine, la pandemia da coronavirus ha scoperto tutta la decadenza sottostante. Un primo ministro imputato per corruzione c’era già, come l’erosione sistematica della democrazia.

Entrambi avevano già spinto gli israeliani in piazza con rabbia, ma solo in pochi.

C’è voluto un terribile virus perché molti israeliani si rendessero conto che il sistema non era solo corrotto, ma anche totalmente inefficiente, cinico e slegato dalla vita quotidiana dei cittadini di cui dovrebbe essere al servizio.

Di fatto questa è una delle pochissime occasioni in cui lo scoppio della rabbia che ha occupato le strade praticamente ogni giorno può essere fatto risalire a una serie di avvenimenti.

In primo luogo ci sono state le foto di Netanyahu che festeggiava la tradizionale cena del Seder della Pasqua ebraica con il suo figlio adulto, mentre a milioni di israeliani sottoposti al blocco totale veniva ordinato di passare in totale solitudine la serata [da passare] in famiglia. Soli, tristi e senza lavoro.

Poi c’è stata la riunione della commissione finanze del parlamento per discutere (ed approvare) la richiesta del primo ministro di retrodatare i rimborsi fiscali sulle spese nella sua villa privata a Cesarea. Durante la discussione il parlamentare del Likud [il partito di Netanyahu, ndtr.] Miki Zohar ha sostenuto che le tasse avrebbero lasciato Netanyahu “finanziariamente in ginocchio”. Netanyahu è multimilionario.

Questo dibattito tragicomico ha avuto luogo alla fine di giugno, all’inizio della seconda ondata della pandemia da coronavirus, con un milione di israeliani disoccupati e ormai migliaia alla fame. Ciò ha fatto colpo sugli israeliani perplessi, persino ardenti sostenitori di Netanyahu.

Poi c’è stata la farsa dei “finestrini aperti”. Il governo che doveva occuparsi del contagio ha elaborato una soluzione per il trasporto pubblico ed ha escogitato una soluzione veramente sensata: alla maggior parte delle linee degli autobus sarebbe stato consentito di riprendere a circolare con i finestrini aperti, per evitare la diffusione del virus.

Ha senso? Per niente. Da circa un decennio gli autobus in Israele non hanno finestrini che si aprono. Ma i parlamentari da oltre dieci anni non sono saliti su un autobus, quindi, come potevano saperlo?

Cos’altro non sanno della vita delle persone di cui si devono occupare? Di fatto, molto di più. Pochi giorni dopo il governo ha deciso di chiudere tutti i ristoranti a cui avevano consentito di riaprire solo qualche giorno prima. Ristoratori obbedienti e sul lastrico hanno buttato via tutti i prodotti che avevano comprato e annullato tutte le prenotazioni, solo per venire a sapere poche ore dopo che di fatto i ristoranti potevano rimanere aperti. Da allora la maggior parte di loro non ha più seguito le decisioni del parlamento.

Nel pieno della seconda ondata e dell’inizio delle dimostrazioni di massa, Netanyahu ha convocato un’altra conferenza stampa e ha orgogliosamente promesso un corona bonus universale per ogni cittadino, che secondo lui sarebbe arrivato sui conti bancari in pochi giorni. Ciò il 15 luglio. Non ci sono ancora soldi in banca.

Offesi, disillusi, arrabbiati

Potrebbe sembrare una volgare litania di piccoli problemi nel bel mezzo di una pandemia mondiale. Non lo è. È il vero scontro tra gli israeliani, i loro dirigenti e il regime. Hanno imparato che il sistema sanitario non funziona: c’è una carenza di letti e di personale sanitario negli ospedali.

Hanno appreso che il sistema di welfare non funziona: nel bel mezzo della crisi sanitaria ed economica, quando i più deboli avevano bisogno di aiuto e di sostegno, gli operatori sociali sottopagati hanno fatto un lungo sciopero. Ci sono volute settimane prima che il governo prestasse attenzione e raggiungesse un accordo con loro.

Soprattutto, gli israeliani vedono i loro politici autoreferenziali, slegati dalla vita quotidiana dei loro elettori, come se vivessero su un altro pianeta.

È stato allora che sono scesi in piazza. Grandi folle con un’energia e una resilienza senza precedenti. Offesi, disillusi e arrabbiati, profondamente preoccupati per il loro futuro.

La forza e la debolezza di questa protesta è nella sua diversità. Alcuni protestano contro la corruzione di Netanyahu e vogliono che se ne vada. Dato che egli si è vantato di tutto quello che ha funzionato nei primi mesi della pandemia, è a lui che va data la colpa quando le cose vanno male. Altri sono scesi in piazza per salvare la democrazia israeliana; altri ancora sono terrorizzati per il loro futuro economico. Tutte queste persone hanno perso fiducia nella classe politica del Paese.

Molti non sono neppure sicuri che gli ultimi “incidenti per la sicurezza con Hezbollah” sul confine settentrionale non siano altro che un evento mediatico per distrarre l’attenzione. Ogni tanto compare tra la folla persino un manifestante contro l’annessione.

La buona notizia è la riapparizione della giovane generazione nelle manifestazioni di massa. Per anni israeliani di mezz’età o anche anziani si sono costantemente guardati intorno alla ricerca della giovane generazione che guidasse la protesta. Oggi le organizzazioni studentesche hanno annunciato che si uniranno alle manifestazioni.

Si sentono abbandonati. Finalmente sono lì, gli unici che possano determinare il cambiamento indispensabile.

Nel frattempo la minaccia di una quarta tornata elettorale minaccia gli israeliani. Netanyahu non sta governando il Paese. Nelle ultime settimane sta facendo una campagna elettorale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

Netanyahu incita alla violenza definendo i manifestanti un chiaro e tangibile pericolo

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