NIENTE MI E’ ESTRANEO – di Paola Caridi

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tratto da: https://www.invisiblearabs.com/2021/02/23/niente-mi-e-estraneo/

Nihil ad me alienum puto. Niente mi è estraneo. L’antico detto del latino Terenzio non sarebbe questo. Lo cito nella sua forma incompleta, togliendo la parte per cui è diventato famoso. Sono un essere umano, e niente di ciò che è umano mi è estraneo. homo sum, humani nihil a me alienum puto.

Oggi, in questo tempo, togliere l’”umano” dal detto antico significa abbracciare tutto. Tutto oltre noi, gli esseri umani. Perché noi, gli esseri umani, già non dovremmo essere estranei a noi stessi, al genere umano.

Niente mi è estraneo, su questo pianeta. Niente e nessun luogo dovrebbe essermi estraneo.

Quella che sembra una riflessione tautologica, deve – a mio parere – essere il timone reale, fisico, quotidiano che ci guida.

Da giorni volevo scrivere qualche pensiero sull’atlantismo, parola in certo qual senso desueta, e per fortuna. Non perché non ci leghino e non ci continuino a legare buoni, ottimi rapporti con gli Stati Uniti. Quanto perché trovo profondamente anacronistico, per certi versi luddista, continuare a parlare di atlantismo come se nulla fosse successo al mondo in questo ultimo anno. Come se nulla, negli ultimi (tanti) anni, fosse successo a questo pianeta tanto da renderlo via via più difficile e, per molte persone, invivibile. Non solo per l’emergenza climatica, ma – assieme a essa – per la crescente frattura tra gli iper ricchi e i poverissimi, per le ingiustizie sociali, la catastrofe migratoria, la guerra mondiale a pezzi.

Trincerarsi dietro l’atlantismo, rivendicato nelle sue comunicazioni al Senato dal presidente del Consiglio Mario Draghi, significa non considerare cosa c’è oltre un braccio di oceano che congiunge l’Europa (la Fortezza Europa) agli Stati Uniti. Come se la gran parte del pianeta non ci riguardasse. Non fosse già dentro le nostre case, con i virus, i gadget, i telefonini, il coltan, il diamante-che-è-per-sempre, la manodopera sfruttata in forma schiavistica o quasi.

Questa mappa se l’è fatta inviare dall’Australia una mia amica carissima. L’ha appesa nel suo ufficio in un paesino della Sicilia, proprio di fronte al mare prospicente l’Africa. È un modo per ricordarsi dove siamo, quanto siamo piccoli, quanto è grande il mondo, quale rispetto dobbiamo a questo pezzo di cosmo.

L’Europa è piccolissima. Gli Stati Uniti sono molto più grandi di noi, ma molto più piccoli di ciò che li circonda.

E poi, di colpo, Il Kivu, Goma, la grande regione orientale della Repubblica Democratica del Congo entra nelle nostre case con i volti di due servitori dello Stato italiano, l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, uccisi in un agguato di cui sono ancora ignoti gli autori, in un territorio segnato da crisi e conflitti che si perpetuano, nella nostra totale indifferenza, da decenni. Assieme a loro è morta un’altra persona, una persona congolese, Mustapha Milambo, che guidava la macchina su cui viaggiavano.e di cui, ahimè, non so nulla o quasi. Viaggiavano in un convoglio del World Food Program, il Programma Alimentare Mondiale la cui sede non è in un Paese lontano dal nostro, ma accanto alla bretella autostradale che congiunge Roma all’aeroporto internazionale Leonardo da Vinci. Lo scalo di Fiumicino, insomma.

Lontana è Goma, lontano è il Kivu segnato da una guerra civile che, però, coinvolge non solo la popolazione congolese, ma i principali Stati confinanti, Ruanda in testa, in una crisi regionale – quella dei Grandi Laghi – di cui forse si hanno vaghi ricordi per il genocidio della minoranza tutsi, e degli hutu che li hanno protetti. Era il 1994. E’ passato un quarto di secolo. Lontana è Goma, ma poi quanto? Ormai lo sappiamo tutti che il coltan che serve per le batterie dei nostri smartphone, lo stagno, l’oro vengono anche da lì, che una parte della popolazione congolese va a lavorare nelle cosiddette miniere artigianali, senza o quasi protezione, per poter sopravvivere e sbarcare il magrissimo lunario. E che il traffico di materie prime pregiate è una fonte di guadagno a cui non si rinuncia, anche perché foraggia milizie locali o straniere. Siamo tutti coinvolti in una situazione complessa come quella del Kivu: c’è una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite e un bel numero di agenzie dell’Onu e ong di dimensioni internazionali che nella regione operano o della regione si preoccupano.

Solo quando muore uno di noi, muore un italiano, riusciamo ad allargare la visione e a comprendere quanti italiani siano nel mondo. Oltre le migrazioni storiche. Non solo i ragazzi che in numero sempre più consistente vanno a studiare e a lavorare in Europa, in Asia, nelle Americhe, in Australia. Non solo i cervelli che non sono fuga, ma semmai abbiamo cacciato attraverso il nostro modo di selezionare tecnici e professionisti e studiosi. Ci sono i diplomatici, i funzionari, i medici, i cooperanti, i giornalisti: sono solo alcune delle professioni che mi vengono in mente, a caldo, se ripenso ai dodici anni da italiana all’estero. Una comunità ampia che ha deciso di vivere oltre il raccordo anulare di Roma e dentro quel vasto mondo che, a guardare bene la “mappa capovolta”, ci interroga su ciò che facciamo e pensiamo. È Italia anche questa Italia che non cede all’idea che il mondo in cui siamo, cresciamo e navighiamo politicamente possa essere racchiuso nell’atlantismo. L’atlantismo come barra del timone, e il resto come luogo di interessi italiani (Libia e Mediterraneo orientale, ha detto il presidente del consiglio Mario Draghi).

È finito quel tempo. E’ finito sia l’atlantismo storico (quello dei primi anni del secondo dopoguerra) che poggiava soprattutto sugli schieramenti della guerra fredda e sulla presenza militare statunitense in Italia e in Europa, sia l’atlantismo che si è retto sulla finanziarizzazione dell’economia e sui piani stilati dal Fondo Monetario per il resto del mondo. Senza riguardo per il contratto sociale, per lo sviluppo sostenibile, per i diritti umani e la dignità di popolazioni sotto il tallone di regimi autocratici o “democrature”, sostenute senza guardar troppo per il sottile dalle principali istituzioni finanziarie internazionali.

È finito quel tempo, ed è tempo non già di concentrarsi sulle sicurezze del passato, ma di avere quella visione larga, immaginifica, che ci possa consentire di riparare il riparabile di questo mondo che abbiamo semi-distrutto. Parafrasando proprio il presidente del consiglio Draghi, che ha detto che prevenire è meglio di riparare, non possiamo più prevenire nulla. Possiamo solo riparare un pianeta che abbiamo contribuito a rendere meno stabile e più pericoloso. Un pianeta che con il neoliberismo (dappertutto, anche nella lontana Africa dei Grandi Laghi e delle miniere a cielo aperto) sta segnando il suo triste destino.

Devo fare un ringraziamento particolare. A Hermione Dikuku, studentessa dell’università di Palermo, che dal natìo Congo ha scelto di studiare in Italia, a Palermo appunto, e di conseguire la laurea magistrale in Cooperazione Sviluppo e Migrazioni. Una laurea di cui si dovrebbe sapere di più, perché forma studentesse e studenti alle professioni della cooperazione e della dimensione internazionale. Sono stata la  relatrice di Hermione. Argomento della sua tesi: il lungo conflitto del Kivu, i costi umani e sociali, la piaga delle miniere informali e del traffico di minerali. Lei ci ha consentito, a me e ai suoi colleghi di corso, di stravolgere lo sguardo e capovolgere la mappa del mondo.

 

 

Niente mi è estraneo

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