Nkosi Sikelel I’South Afrika – di Ugo Tramballi

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1 giugno 2019  Ugo Tramballi

Sono passate già alcune settimane dalle elezioni sudafricane e dalla riconferma di Cyril Ramaphosa alla presidenza. La notizia non è fresca. Tuttavia ci ritorno, non tanto perché il nome di questo blog presuppone che prima di analizzarle, le notizie siano assimilate con una certa lentezza: in antitesi alla più diffusa fretta di masticarle senza digerire e poi buttarle nella discarica degli avvenimenti internazionali.

Riguardo al Sudafrica, tuttavia, c’è una ragione per me più importante della vocazione ruminante di Slow News. Chiunque abbia avuto la fortuna d’innamorarsi del proprio mestiere – io l’ho avuta eccome – viene plasmato dalle persone, i luoghi, gli avvenimenti che quel mestiere permette di conoscere. Fra guerre, invasioni, pestilenze, attentati e crisi finanziarie, ho potuto seguire anche tre vicende cariche di speranza per il mio tempo: la Perestroika di Gorbaciov, il processo di pace israelo-palestinese, la fine dell’apartheid in Sudafrica.

La Russia di Putin non è esattamente quella cui Gorby né Yeltsin pensavano. Della pace fra israeliani e palestinesi è quasi superfluo parlare: il suo fallimento sembra non interessare più nessuno. Della mia giovinezza professionale resta una sola storia di successo: il Sudafrica. Ma anche questa speranza è a serio rischio di fallimento, per quanto non immediato.

Nel 1994, alle prime elezioni multirazziali che seguii con emozione, andò a votare l’86% dei sudafricani; due settimane fa alle urne si è presentato il 46. Per la prima volta l’Anc, l’African National Congress, il partito della lotta e della liberazione dalla segregazione e di tre Nobel per la pace, è sceso sotto la soglia del 60% (il 57,5%). Nel ‘94 c’era Nelson Mandela, adesso Cyril Ramaphosa. Ma se ci fosse stato un altro a rappresentare l’Anc, molta meno gente sarebbe andata a votare e molti di meno avrebbero votato per quel partito.

Attivista della lotta all’apartheid, creatore e guida del Num, il sindacato nazionale dei minatori e poi del Cosatu, la grande confederazione dei lavoratori, paziente e determinato negoziatore della transizione verso la democrazia, nessuno quanto Ramaphosa riscuoteva la fiducia di Mandela. Nel 1999, quando Madiba decise di ritirarsi “perché a 80 anni un politico deve pensare a fare il nonno”, Ramaphosa doveva essere il successore. Ci fu uno scontro interno all’Anc, Mandela lo perse e presidente divenne Thabo Mbeki. A Ramaphosa fu affidato un altro compito: entrare nel business e aprire la strada ai neri nell’economia sudafricana interamente bianca. Personalmente ebbe un grande successo: oggi la ricchezza di Ramaphosa è valutata attorno ai 550 milioni di dollari. Ma non andò così per il resto della maggioranza nera, l’80% del paese.

E’ questo il problema principale che minaccia il miracoloso successo sudafricano: nel 1994, ancora pochi giorni prima del voto, noi giornalisti a Johannesburg eravamo convinti di dover raccontare una guerra civile, non un’elezione riuscita. Thabo Mbeki e il suo giovane ministro delle Finanze Trevor Manuel governarono bene l’economia. Si sarebbe dovuto investire di più nel sociale e soprattutto nell’educazione. Ma non c’erano molti soldi e soprattutto l’obiettivo di Mandela – far crescere progressivamente il potere economico della maggioranza nera al livello della minoranza bianca, senza l’ennesima rivoluzione fallimentare africana – richiedeva un altro miracolo o molto più tempo.

La devastazione dell’esperimento sudafricano fu provocata dal terzo presidente che ha governato per quasi due mandati, Jacob Zuma. “Il decennio perduto”, lo chiamano i sudafricani. Zuma ha confermato tutti i peggiori stereotipi del leader africano. “Il sistema clientelare e di corruzione rappresentato da Zuma è profondamente radicato nel governo e nell’Anc”, ha spiegato un ex ministro.

Richiamato in politica dalla parte ancora sana del partito, Ramaphosa era stato imposto alla vicepresidenza. Travolto dagli scandali e dalle denunce, 15 mesi fa Zuma aveva ceduto il potere al suo vice. Le ultime elezioni hanno dato a Ramaphosa la legittimità elettorale e costituzionale per governare. Ma secondo i sondaggi già godeva di un consenso superiore a quello dell’Anc.

Non so se cinque anni basteranno a Ramaphosa per salvare il partito di Mandela e soprattutto il Sudafrica. Nei suoi primi 15 mesi di potere non ha migliorato l’economia ma si è impegnato a combattere la corruzione dilagante. Ha le qualità per farcela. Penso però che al Sudafrica farebbe bene se l’Anc perdesse prima o poi un’elezione: sarebbe una grande prova di maturità nazionale. In un contesto democratico simile, gli indiani impiegarono un trentennio per negare il potere al Congress, il partito dell’indipendenza di Nehru e sua figlia Indira Gandhi.

Insieme all’economia, il problema del Sudafrica 25 anni dopo la fine dell’apartheid è che i partiti restano profondamente razziali. Pur perdendo consensi, l’Anc è la forza politica della maggioranza nera; i giovani arrabbiati dell’Economic Freedom Fighters sono ai limiti del suprematismo nero; i vecchi estremisti del Freedom Front, nostalgici di quello bianco. La Democratic Alliance, l’unica credibile opposizione, è percepita dagli elettori come il partito delle minoranze bianca, indiana e colorata, anche se il suo leader è un nero.

In quei giorni fantastici di fine aprile 1994 i sudafricani celebravano la nuova bandiera e cantavano il nuovo inno: Nkosi sikelel i’Afrika, Dio benedica l’Africa. Come prescriveva la transizione costituzionale negoziata da Cyril Ramaphosa e da un giovane come lui ma bianco, Roelf Meyer, Mandela e il vescovo Desmond Tutu imponevano alla loro gente appena liberata di cantare anche il vecchio inno dei boeri, Die Stem.

Erano i colori e le colonne musicali della Rainbow Nation che esiste ma non è ancora solida e sicura. Renderla tale è un compito delle donne e degli uomini di questo paese. Ma se Dio c’è, una benedizione divina potrebbe servire alla causa. Nkosi sikelel i’South Afrika.

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Nkosi Sikelel I’South Afrika – di Ugo Tramballi

Nkosi Sikelel I’South Afrika

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