Noam Chomsky: I MOVIMENTI DI SOLIDARIETA’ SONO FONDAMENTALI PER CAMBIARE LA POLITICA DEGLI STATI UNITI IN MEDIO ORIENTE

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tratto da: https://www.invictapalestina.org/archives/41863

Noam Chomsky all’Università di Toronto, 7 aprile 2011 (Andrew Rusk / Flickr)

21/02/2021

Dal disarmo nucleare ai diritti dei palestinesi, Noam Chomsky discute della necessità di interrompere le alleanze autoritarie e il consolidamento del “Grande Israele”.

Fonte: English Version

Lilach Ben David – 17 febbraio 2021

Immagine di copertina: Noam Chomsky all’Università di Toronto, 7 aprile 2011 (Andrew Rusk / Flickr)

Il professor Noam Chomsky, linguista di fama mondiale e uno dei più importanti pensatori politici dell’ultimo mezzo secolo, avrà pure festeggiato il suo 92esimo compleanno alla fine dello scorso anno, ma la sua intelligenza e il suo acume sono più brillanti che mai. Tra le molte aree delle sinistra globale  su cui ha avuto un grande impatto, è sempre rimasto un feroce critico dell’imperialismo americano, del capitalismo globale e delle politiche di Israele nei confronti dei palestinesi.

Mi sono  incontrata con Chomsky per una conversazione su Zoom nel dicembre 2020, solo pochi mesi dopo che Israele aveva firmato gli accordi di normalizzazione con Emirati Arabi Uniti e Bahrain, e poche settimane dopo che Joe Biden aveva sconfitto Donald Trump nelle elezioni statunitensi. Abbiamo discusso degli effetti degli accordi di Abraham, di cosa Biden può fare per fermare le politiche di apartheid di Israele e della possibilità di un movimento di solidarietà diffuso a sostegno del popolo palestinese.

L’intervista è stata modificata e abbreviata per maggiore scioltezza e chiarezza. La versione più lunga è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Negli ultimi mesi dell’amministrazione Trump, abbiamo assistito ad accordi di normalizzazione tra Israele, Bahrein e Emirati Arabi Uniti, e sono previsti ulteriori accordi sia con il Sudan che con l’Arabia Saudita (il Marocco ne ha firmato uno a dicembre). Questi accordi sono, in larga misura, anche accordi relativi alle armi. Come dovremmo considerare questi accordi e i loro effetti sulle prospettive di una giusta soluzione per il popolo palestinese?

I palestinesi sono stati letteralmente scaricati. Non c’è nulla per loro in questi accordi, che stanno in realtà  facendo emergere tacite interazioni e accordi che già esistevano e sono esistiti da molto tempo.

Israele e Arabia Saudita sono tecnicamente in guerra, ma in realtà sono alleati sin dal 1967. La guerra del ’67 fu un grande regalo per l’Arabia Saudita e per gli Stati Uniti, per ragioni molto semplici: nel mondo arabo c’era un conflitto tra Islam radicale, con sede in Arabia Saudita, e nazionalismo laico, con sede in Egitto. Gli Stati Uniti sostenevano l’Islam radicale, proprio come gli inglesi avevano fatto quando erano la potenza dominante. Nessuna delle potenze imperialiste vuole il nazionalismo laico, questo è pericoloso; con l’Islam radicale invece possono convivere, e possono controllarlo.

Negli anni ’60 l’Arabia Saudita e l’Egitto erano in guerra. La grande vittoria di Israele distrusse il nazionalismo laico e lasciò al potere l’Islam radicale. Fu allora che le relazioni degli Stati Uniti con Israele cambiarono sostanzialmente nella loro forma moderna. Dopo il ’67, Israele divenne una base per il potere americano nella regione, e si spostò molto a destra.

La guerra dei sei giorni. Il ministro della Difesa Moshe Dayan, il capo di stato maggiore Yitzhak Rabin, il generale Rehavam Ze’evi (a destra) e il generale Uzi Narkiss attraversano la Città Vecchia di Gerusalemme, 7 giugno 1967 (Ilan Bruner / GPO)

Arabia Saudita, Israele e Iran, che allora era sotto lo Scià, erano considerati i tre pilastri su cui poggiava la politica degli Stati Uniti nella regione. Tecnicamente, tutti e tre erano in conflitto, ma in realtà avevano rapporti molto stretti; questo è venuto alla luce dopo la caduta dello Scià. Si scoprì che i leader laburisti (il partito politico dominante di Israele fino al 1977) e altri avevano viaggiato in Iran e avevano rapporti molto stretti con esso.

Ora che ciò è ormai noto, cosa significa? L’amministrazione Trump aveva un piano geostrategico per costruire un’ “internazionale reazionaria”:  gli stati più reazionari del mondo, controllati dalla Casa Bianca, come base del potere globale degli Stati Uniti. In Medio Oriente, questa base è rappresentata dalle dittature familiari del Golfo, in particolare il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman; l’Egitto di Abdel Fattah Al-Sisi, con la dittatura più dura nella storia dell’Egitto; e Israele, che si è spostato così a destra che è necessario un telescopio per trovarlo. Con Biden in carica, questa alleanza probabilmente si ridurrà di una certa misura, a seconda del livello di attivismo.

Quello che è successo negli Stati Uniti negli ultimi 10-15 anni è piuttosto importante. Se torniamo indietro, diciamo, di 20 anni, Israele era il beniamino dei settori liberali e istruiti. Ora ciò è cambiato. Ora il sostegno a Israele si è spostato all’estrema destra: cristiani evangelici, ultranazionalisti e militaristi. L’estrema destra del partito repubblicano è ora la principale base di appoggio per Israele. Oggi, molti liberal-democratici sostengono i diritti dei palestinesi più di Israele, specialmente i giovani, inclusi i giovani ebrei, che si stanno spostando verso il sostegno ai palestinesi.

Finora, questo non ha avuto alcun effetto sulla politica degli Stati Uniti. Ma se negli Stati Uniti i gruppi di attivisti passassero a un autentico movimento di solidarietà con i palestinesi, come è stato fatto per altri gruppi nazionalisti del Terzo mondo, potrebbe avere effetto.

Una cosa critica sono le relazioni con l’Iran. Come sapete, Elliott Abrahams, il rappresentante speciale di Trump per l’Iran, è stato in Israele cercando di rafforzare la coalizione anti-iraniana, saudita-israeliana-emiratina. Sono state annunciate nuove e dure sanzioni contro l’Iran. Questo è praticamente un atto di guerra, che equivale a un blocco. Ad esempio, l’Iran ha appena ordinato milioni di vaccini antinfluenzali, essenziali ora che con il coronavirus c’è una doppia epidemia, ma gli Stati Uniti li hanno bloccati.

Ali Khamenei e capi ufficiali del governo iraniano, 29 dicembre 2015 (sito ufficiale del leader supremo Ali Khamenei / via Wikimedia)

La base di questa politica dovrebbe essere la ricerca da parte dell’Iran di armi nucleari… Supponiamo di essere d’accordo sul fatto che le armi nucleari iraniane siano un problema. In realtà, non lo sono: l’unico problema con un Iran che sviluppasse armi nucleari sarebbe che costituirebbe un deterrente per i due stati canaglia, Stati Uniti e Israele, che vogliono scatenarsi liberamente nella regione.

Ma facciamo finta che siano un problema. La soluzione è molto semplice: istituire una zona priva di armi nucleari nella regione, con ispezioni frequenti. Israele afferma che non funzionano, ma anche i servizi segreti statunitensi concordano sul fatto che le ispezioni, ai sensi dell’accordo congiunto, hanno funzionato molto bene.

C’è un ostacolo a questa idea? Beh si. E l’ostacolo non sono gli stati arabi: lo chiedono da 30 anni. Non è l’Iran, che lo sostiene apertamente. Non è il Sud del mondo, il G-77, o circa 130 paesi, ad essere fortemente a favore. Persino l’Europa è favorevole.

Perché questa idea è ferma? Perché ogni volta che viene presentata in una riunione internazionale, gli Stati Uniti vi pongono il veto. L’ultimo presidente a farlo è stato Barack Obama nel 2015. Perché? Non vuole che le armi nucleari israeliane vengano ispezionate. In effetti, gli Stati Uniti non riconoscono nemmeno ufficialmente che Israele abbia armi nucleari, perché se lo facesse, occorrerebbe applicare la legge statunitense in vigore, quella legge che vieta aiuti economici e militari ai paesi che hanno sviluppato armi nucleari al di fuori del quadro del regime internazionale di controllo degli armamenti, esattamente come ha fatto Israele.

Né i Democratici né i Repubblicani vogliono aprire quella porta. Ma se ci fosse un movimento di solidarietà negli Stati Uniti, allora sì potrebbe essere aperta. Se gli americani sapessero che stiamo affrontando una potenziale guerra per proteggere le armi nucleari israeliane, sarebbero infuriati. Questo sarebbe il lavoro di un movimento di solidarietà, se esistesse. Sfortunatamente non è così, ma è una possibilità reale.

In quella nota, lei ha menzionato sia lo spostamento estremo e senza precedenti di Israele a destra, sia la possibilità di un movimento di solidarietà all’interno degli Stati Uniti, che includa non solo palestinesi esiliati ma anche ebrei americani, che sono prevalentemente liberali e che  ormai da decenni hanno cessato di essere  innamorati di Israele. Ha anche menzionato nei suoi scritti la totale dipendenza di Israele dal supporto degli Stati Uniti, come esemplificato dall’affare  dei caccia F-16 Falcons. 

Dati questi tre fatti, la società israeliana è una causa persa? Gli attivisti israeliani dovrebbero rinunciare a cercare di far cambiare idea agli altri israeliani e  adoperarsi  invece per una pressione internazionale contro Israele?

Penso che la prima cosa che dovrebbero fare sia prestare attenzione a quello che è successo. A metà degli anni ’70 Israele, sotto il governo laburista, prese una decisione fatale: aveva una scelta molto chiara tra pace e integrazione nella regione, o espansione. C’erano forti opportunità per un accordo politico: l’Egitto stava spingendo molto per ottenerlo, e Siria e Giordania vi si unirono. L’OLP aveva posizioni contrastanti: in sottofondo lo chiedeva, ma non lo diceva pubblicamente.

Veduta dell’insediamento ebraico di Efrat, a Gush Etzion, West Bank. 6 gennaio 2020 (Hadas Parush / Flash90)

Questo è venuto alla luce più volte. Uno dei momenti più importanti, quasi cancellato dalla storia, è stato nel gennaio 1976. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite discusse una risoluzione che chiedeva un accordo a due stati sulla linea verde, il confine riconosciuto a livello internazionale, e qui sto citando: “Con garanzie per il diritto di ogni stato di esistere in pace e sicurezza, entro confini sicuri e riconosciuti.”

Israele era furioso. Si rifiutò di partecipare alla sessione. Yitzhak Rabin, il primo ministro, denunciò la proposta e  disse che non avrebbe  mai discusso nulla con nessun palestinese e che uno stato palestinese non sarebbe mai esistito. Chaim Herzog, il rappresentante delle Nazioni Unite, in seguito affermò, falsamente, che la risoluzione era stata proposta dall’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) nel tentativo di distruggere Israele. Queste  erano le “colombe”. Non volevano averci niente a che fare.

Gli Stati Uniti posero il veto alla risoluzione. E quando gli Stati Uniti pongono il veto a una risoluzione, si tratta di un doppio veto: la risoluzione viene bloccata e viene cancellata dalla storia. Succede ancora e ancora.

C’erano altre opportunità dello stesso tipo e la posta in gioco per il partito laburista (Mapai) era principalmente l’espansione nel Sinai. Stavano seguendo i protocolli della Galilea, costruendo la città tutta ebraica di Yamit, distruggendo villaggi e città beduini, creando kibbutzim e altri insediamenti nel Sinai. Il presidente egiziano Anwar Sadat  disse molto chiaramente che costruire Yamit significava guerra. Questo fu lo sfondo della guerra del Yom Kippur del 1973. Ma Israele continuò.

Il governo israeliano, la cosiddetta “sinistra” all’epoca, preferì l’espansione alla sicurezza. E quella fu una decisione fatale: una volta presa, divennero completamente dipendenti dagli Stati Uniti. Negli anni ’70 era chiaro che questo avrebbe trasformato Israele in uno stato di paria. Prima o poi, l’opinione mondiale si sarebbe rivoltata contro la politica di espansione, violenza, aggressione e terrore nei territori occupati. E negli anni è successo … Era tutto inevitabile.

E poi arriva quello di cui lei stava parlando. Ogni volta che gli Stati Uniti battono il pugno e dicono: “Devi farlo”, Israele lo fa, non importa quanto siano contrari. Ogni singolo presidente degli Stati Uniti, Reagan, il primo Bush, Clinton, il secondo Bush, ha imposto forti vincoli a Israele. A Israele non piaceva, ma doveva essere all’altezza. Il primo presidente degli Stati Uniti che non ha mai chiesto nulla a Israele è stato Obama: prima di Trump, è stato il presidente più filo-israeliano della storia, Eppure per Israele, non era abbastanza schierato.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu incontra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama alla Casa Bianca a Washington D.C., 1 settembre 2010. (Moshe Milner / GPO)

In effetti, ciò che ha fatto Obama è piuttosto notevole. Di solito, i veti statunitensi non vengono mai segnalati, ma uno lo è stato: nel febbraio 2011, Obama pose il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva l’attuazione della politica ufficiale degli Stati Uniti, ovvero la fine dell’espansione degli insediamenti. Il vero problema non è l’espansione, sono gli insediamenti; ma anche su quel piccolo punto, Obama pose il veto. L’amministrazione Trump è stata ancora più estrema.

Biden probabilmente tornerà alle politiche di Obama. Potrebbe andare a sinistra  se i movimenti di attivisti si organizzassero, premendo sulla questione delle armi nucleari, riducendo e di fatto ponendo fine alle minacciose prospettive di una guerra in Medio Oriente.

Ma c’è di più. La legge Leahy (così chiamata dal nome del senatore del Vermont Patrick Leahy) vieta gli aiuti militari statunitensi alle unità di qualsiasi Paese coinvolte in abusi sistematici dei diritti umani. Nessuno vuole aprire quella porta; ma un movimento attivista potrebbe farlo. Anche la minaccia o la discussione sull’eliminazione degli aiuti economici e militari avrebbe un’influenza significativa, soprattutto da quando Israele ha preso la decisione, anni fa, di essere completamente subordinato agli Stati Uniti.

Vorrei sottolineare un altro punto sulla normale discussione sul Medio Oriente. Su Israele-Palestina, ci vengono di solito presentate due opzioni. La prima è il consenso internazionale di lunga data su una soluzione a due stati; l’altra è l’opzione di un solo stato, in cui Israele assumerebbe il controllo della Cisgiordania, e per la quale forse ci sarebbe una lotta anti-apartheid a favore dei palestinesi. Ma quelle non sono due opzioni, un unico stato non è un’opzione, perché Israele non accetterà mai di diventare uno stato a maggioranza palestinese con una minoranza ebraica.

La seconda opzione, a parte i due stati, è quella che abbiamo visto svilupparsi sotto i nostri occhi per 50 anni: il Grande Israele. Israele prende tutto ciò che vuole nei territori occupati, ma non nei centri abitati; Israele non vuole Nablus o Tulkarem. Ha diviso le altre aree in quasi duecento enclavi circondate da soldati, posti di blocco, oltre a escogitare vari modi per rendere la vita dei palestinesi ancor più miserabile. Quando nessuno sta guardando, distrugge un altro villaggio, come è appena successo nella Valle del Giordano sotto la copertura delle elezioni americane: passo dopo passo, dunam dopo dunam, in modo che i goy non se ne accorgano o fingano di non accorgersene. Poi mette una torre di guardia, poi un recinto, poi un paio di capre e ben presto ci sarà un insediamento. Questa è la storia del sionismo.

Guardia della polizia di frontiera israeliana mentre i coloni si trovano su un tetto nel quartiere ebraico di Netiv HaAvot a Gush Etzion, 12 giugno 2018 (Yonatan Sindel / Flash90)

Ora, Israele ha quasi completato il Grande Israele… Questa è la seconda opzione, ed è di questo che dovremmo parlare. Questo progetto del Grande Israele risolverà il famoso “problema demografico”: troppi non ebrei in uno stato ebraico. Le aree integrate con Israele non avranno molti palestinesi, ma avranno molti coloni. E quando quel progetto verrà stabilito e formalizzato, ci sarà uno stato ebraico a larga maggioranza. Questo è ciò che si sta sviluppando davanti ai nostri occhi, visibilmente, ed è di questo che dovremmo parlare, non l’illusione di un unico stato. Penso che potrebbe essere un’ottima idea, ma non è una scelta.

Per concludere forse con una nota più leggera: lo scorso anno ha segnato il 20° anniversario del ritiro dell’occupazione indonesiana da Timor Est. Nel suo libro “Una nuova generazione traccia la linea”, sostiene che la fine dell’occupazione di Suharto di Timor Est è arrivata prima come risultato di una nuova ondata di massacri contro i civili, poi con il presidente Bill Clinton che sostanzialmente annunciò a Suharto che stava per porre fine all’occupazione sostenuta dagli Stati Uniti.

Considerando che Israele è almeno altrettanto, se non molto di più, dipendente dal sostegno degli Stati Uniti nella sua continua occupazione della Cisgiordania e nel suo assedio della Striscia di Gaza, vede un futuro in cui un movimento di solidarietà negli Stati Uniti potrebbe portare a una tale fine dell’occupazione della Palestina?

Questa è un’analogia molto interessante. Dopo la seconda guerra mondiale Timor Est è stato il Paese dove si è andati più vicino a un vero genocidio: orribili atrocità, gran parte della popolazione spazzata via da una  vera e propria aggressione indonesiana. Gli Stati Uniti sostennero fortemente Suharto fino al settembre 1999. Un paio di settimane dopo, Clinton ordinò silenziosamente il ritiro dell’esercito indonesiano, che si ritirò immediatamente. Questo è ciò che viene chiamato potere. Il sistema internazionale  e gli studiosi amano scrivere belle parole al riguardo, ma è fondamentalmente come la mafia: il Padrino ti dice cosa fare, e tu lo fai.

Lo abbiamo appena visto in modo drammatico al Consiglio di Sicurezza un paio di settimane fa (fine 2020). Gli Stati Uniti volevano che il Consiglio di Sicurezza ripristinasse le sanzioni contro l’Iran. Il Consiglio di Sicurezza si rifiutava; non un solo alleato degli Stati Uniti era d’accordo. Allora, cos’è successo? Il Segretario di Stato Mike Pompeo è andato al Consiglio e ha detto loro: “Spiacente,  ma dovete ripristinare le sanzioni”. E lo hanno fatto. È così che funziona il mondo.

Il caso Indonesia-Timor è stato molto eclatante. È stata una lunga lotta, 25 anni di duro lavoro, soprattutto in Australia e negli Stati Uniti. Nessuno aveva mai sentito parlare di Timor Est: la stampa non ne parlava, né mentiva, e così via. Alla fine, ha sfondato. Poi Clinton, con una sola  parola, disse tranquillamente ai militari indonesiani: “Su, il gioco è finito“.

Non credo che sarebbe esattamente così in Israele, ma qualcosa del genere potrebbe essere possibile. Qualcosa del genere accadde quando George W. Bush disse ai massimi ufficiali militari israeliani: “Non vi sarà permesso entrare negli Stati Uniti finché non farete quello che diciamo, e non vi sarete scusati“, e naturalmente lo fecero… Non appena gli Stati Uniti dissero loro ”È finita“, fecero marcia indietro. Quelle sono relazioni di potere.

Quindi potrebbe succedere. Non esattamente in questo modo, ma qualcosa di simile. Di nuovo, penso che ciò che si sta muovendo sia un movimento di solidarietà congiunto USA-Israele che lavora per questi fini. Potrebbe fare la differenza.

 

Lilach Ben-David è un’attivista transgender e femminista residente ad Haifa.

 

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” –Invictapalestina.org

 

Noam Chomsky: i movimenti di solidarietà sono fondamentali per cambiare la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente

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