Non chiuderemo occhio, piccolo Ihab

Al Kalil-Hebron,

Carissimo Ihab,

non ho chiuso occhio stanotte. Ti avevo dato la buona notte sorseggiando il the che mamma ci aveva preparato con cura ieri sera, prima di mostrarci orgogliosa il suo tesoro più prezioso: la videocamera di B’Tselem.
Anche stavolta con i Pellegrini di Giustizia abbiamo fatto il possibile per venire a dormire almeno una notte nelle vostre famiglie di Suhada Street, vergogna di un apartheid che sembra non interessare il mondo e stamattina, quando ti sei infilato il grembiule pulito per correre a scuola, ti ho salutato ancora, ma non sono riuscito a tirar fuori più di un gesto e un arrivederci.
La tua casa, come tutte le altre abitazioni palestinesi stritolate dalla violenza dei coloni israeliani che occupano il centro di Hebron, mi sembrava perfino bella, come il tramonto che ieri sera colorava di rosso le colline tutt’attorno.
Ma non mi posso aggrappare alla poesia per descrivere l’assurdità di quello che guardo e riguardo: si tratta di un video girato pochi giorni fa proprio davanti a casa tua, dove mi trovo ora con altri Pellegrini di Giustizia.
http://www.youtube.com/watch?v=FZrlKo_PGMI&feature=player_embedded

Resto sconvolto per quella violenza che i militari scaricano su voi bambini. E mi sembra incredibile distinguere perfettamente la terrazza su cui ieri sera abbiamo chiacchierato con la tua mamma e il tuo papà.

E ripenso al tuo amichetto Wadi, di 5 anni, che neanche un mese fa aveva subito la stessa violenza. Tra le lacrime e le grida era stato incredibilmente catturato, arrestato e rinchiuso nella jeep militare. Anche lui, piccolo piccolo che se non ci fossero questi preziosi video non ci crederebbe nessuno.
http://www.youtube.com/watch?v=dl6YGt7O9eM&feature=player_embedded

Ma allora, carissimo Ihab, cosa potevo aggiungerti di più del mio sgomento, stamattina quando ti ho salutato mentre partivi per la scuola? Posso solo assicurarti che non dimenticherò non solo la vostra squisita ospitalità, ma tutte le immagini che della tua città-fantasma si sono impresse in me, i fotogrammi dell’umiliazione collettiva che subite 24 ore su 24. Pochi in Italia sanno che ogni anno vengono arrestati 700 ragazzi e ragazze palestinesi tra i 12 e i 17 anni, la maggioranza per il lancio di pietre, un reato “grave” secondo il Codice militare israeliano. Così accade che un ragazzo di Silwan, Tareq (17 anni), sia stato condannato a 38 mesi di carcere per “lancio di pietre” contro un insediamento.
Manderò in replay quelle immagini a tutti quelli che incontrerò in Italia e soprattutto, carissimo, non chiuderemo occhio.
Come la videocamera della tua mamma, le nostre coscienze di testimoni continueranno a fremere di sdegno, a denunciare, a convincere altri a partire.

abuna Nandino

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