Non è tutta colpa di Trump – di Paola Caridi

Old City from the Mount of the Olives

Non è tutta colpa di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti poggia la sua decisione di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme su un preciso atto legislativo del Congresso americano, approvato nell’autunno del lontano 1995. Ed è dunque nel cuore della politica di Washington che vanno cercati i responsabili di una decisione improvvida, dissennata, priva di quell’equidistanza necessaria per spegnere le micce in Medio Oriente. È tutta colpa di Trump, invece, la decisione di gettare la questione di ‘Gerusalemme capitale d’Israele’ in un Medio Oriente che è già campo di battaglia. Con tutte le conseguenze che si prevedono a tavolino, e quelle che nessuno – a Washington, a Tel Aviv, a Ryadh, a Bruxelles – può prevedere o dare per scontate.

Cominciamo, però, da quello che a buon diritto possiamo definire il casus belli.

In principio fu il Jerusalem Embassy Act

Il cosiddetto Jerusalem Embassy Act ha una lunga storia, come dimostrano i passaggi della prima sezione della legge, un concentrato della politica contraddittoria degli Stati Uniti nei confronti di Israele e del conflitto israelo-palestinese. Approvato nel 1995, quando primo ministro israeliano era Ytzhak Rabin e il processo di pace di Oslo si stava già incagliando nelle secche del gradualismo, il Jerusalem Embassy Act è un difficile esercizio retorico in cui si dice, sostanzialmente, che gli Stati Uniti riconoscono de facto Gerusalemme come capitale di Israele ((16) The United States conducts official meetings and other business in the city of Jerusalem in de facto recognition of its status as the capital of Israel).  Nello stesso corpo della legge, però, i legislatori non disconoscono i negoziati in corso di un processo di pace che pochissimi anni prima aveva ricevuto la benedizione degli Stati Uniti e del suo presidente Bill Clinton ((11) The September 13, 1993, Declaration of Principles on Interim Self-Government Arrangements lays out a timetable for the resolution of ‘‘final status’’ issues, including Jerusalem. (12) The Agreement on the Gaza Strip and the Jericho Area was signed May 4, 1994, beginning the five-year transitional period laid out in the Declaration of Principles).

Il Jerusalem Embassy Act, in sostanza, è un esempio chiaro delle pressioni israeliane sul Congresso e sulla presidenza statunitense. Entrambi i pilastri del sistema istituzionale americano accettano le richieste israeliane sul riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele (capitale non riconosciuta dall’intera comunità internazionale in quanto Gerusalemme è, nel suo settore orientale, città occupata soggetta a convezioni internazionali). Allo stesso tempo, la politica americana non ha sinora messo in atto la legge, lasciando al presidente la possibilità di una sospensiva di sei mesi nello spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, nel caso vengano investiti “gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Per ben 22 anni, gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti hanno ‘spinto’ i presidenti, repubblicani e democratici senza alcuna distinzione, a firmare la sospensiva di sei mesi in sei mesi.

Una sospensiva, a dire il vero, che anche Donald Trump ha firmato. Altrimenti, l’annuncio di questa sera lo avrebbe fatto già molti mesi fa. Così come molti mesi fa avrebbe già formalmente spostato l’ambasciata di Tel Aviv nel nuovo consolato che gli Stati Uniti hanno costruito e aperto ad Arnona. Anche in questo caso, però, il luogo in cui il consolato statunitense è stato costruito ha suscitato molto imbarazzo, visto che il quartiere è una delle zone residenziali costruite da Israele a oriente della Linea Verde, in piena zona palestinese occupata, una colonia dal punto di vista delle Nazioni Unite, a poca distanza dai quartieri-villaggi palestinesi (come Jabal al Mukabber e Sur Baher) che più risentono della pressione delle autorità municipali. Demolizioni e mancate licenze edilizie, in quelle aree, sono all’ordine del giorno.

I dettagli, dunque, sono importanti. Determinanti, a Gerusalemme. Lo è anche il dettaglio che concerne il luogo in cui sarà costruita l’ambasciata. Di cui si sa praticamente tutto. Per chi vuole approfondire la questione, il consiglio è quello di leggere il saggio di Walid Khalidi pubblicato sul Palestine Studies nel 2000. L’area su cui dovrebbe essere costruita l’ambasciata è quella in cui si trovavano gli acquartieramenti dei militari britannici durante il Mandato internazionale, le cosiddette Allenby Barracks. Gli Stati Uniti hanno sottoscritto un contratto d’affitto del terreno con Israele al prezzo di un dollaro all’anno per 99 anni. Da parte palestinese, però, si contesta l’intesa in quanto la proprietà del terreno è proprietà del waqf (patrimonio immobiliare religioso) o di palestinesi rifugiati, espropriato da Israele dopo il 1948. Un imbarazzo nell’imbarazzo, per Washington. Secondo Walid Khalidi, infatti,

“For the United States to build its embassy in Jerusalem on confiscated refugee land has implications far beyond the embassy site itself. It impinges on four major aspects of the final status negotiations: Jerusalem, the settlements, refugees, and the size of an eventual Palestinian state. On Jerusalem, the transfer of the embassy to what the Jerusalem Embassy Relocation Act calls “undivided” and “reunited” Jerusalem endorses Israeli sovereignty over West and East Jerusalem. On settlements, it legitimizes the ones Israel has built there. On refugees, it retroactively endorses the wholesale confiscation of Palestinian refugee property throughout Israel since 1948. Finally, it contributes to predetermining the size of a future Palestinian entity by implicitly endorsing Israel’s ever-expanding delineations of Greater and Metropolitan Jerusalem at the expense of West Bank territory. For these reasons, the embassy move gravely undermines the integrity of the American role in the Middle East peace process, especially since it contradicts and repudiates the commitments and assurances of all previous U.S. administrations.”

Perché ora, e perché Gerusalemme

Gerusalemme è il cuore politico della questione, più e oltre quello religioso. Gerusalemme è un campo di battaglia politico, una roccaforte da conquistare e consolidare. Gerusalemme è stata messa dentro un cassetto, perché era troppo difficile e complesso occuparsene negli ormai 25 anni di processo di pace (fallito) di Oslo.

Gerusalemme è soprattutto un argomento di cui non parlare, perché il pubblico europeo e americano sia in questo modo preparato a una normalizzazione. Nel linguaggio diffuso, Gerusalemme è già solo israeliana e unificata, anche se nei fatti e nel diritto internazionale non lo è. Donald Trump, i suoi alleati interni (la destra cristiano-evangelica, in questo caso), buona parte del suo consenso elettorale più conservatore non capirà, dunque, come mai un pezzo consistente del mondo sia così indignato per la decisione di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Qual è il problema? Si chiederanno in molti. Ma perché, Gerusalemme non è già la capitale di Israele?

No, Gerusalemme non è una capitale riconosciuta di Israele. Israele ha deciso con un atto unilaterale di considerarla capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele. Così come per i palestinesi, unilateralmente, Gerusalemme è la capitale dello Stato di Palestina. Chi ha ragione? Verrebbe da dire: nessuno dei due. Gerusalemme è Gerusalemme. Nessuno ha la proprietà di una città che, nel piano di partizione del 1947, l’Onu non considerava in nessuno dei due stati che aveva ‘previsto’. Gerusalemme era corpus separatum.

La città è però, allo stesso tempo, una buona moneta di scambio. Su molti piani. Sul piano interno israeliano. Sul piano interno americano. Nei contatti più o meno segreti tra Israele, Arabia Saudita, Stati Uniti. È un sasso lanciato nello stagno già agitato del Medio Oriente. È un diversivo, per spostare l’asse dell’attenzione e della narrazione.

E allora, analizziamo un caso alla volta. Sul piano interno israeliano, il primo ministro Benjamin Netanyahu incassa un risultato che attendeva sin dall’elezione di Donald Trump, che ha il sostegno della destra evangelica, simboleggiata a Gerusalemme dalla International Christian Embassy. Nella sostanza, gruppi protestanti che sostengono in tutto e per tutto la destra israeliana, soprattutto la destra (complessa al suo interno) legata alla lobby dei coloni. Netanyahu risente della pressione sempre più forte della magistratura israeliana, per indagini che lo coinvolgono e che potrebbero portare a una sua incriminazione per casi di corruzione. Il primo ministro risente anche della pressione dei coloni proprio a Gerusalemme, soprattutto per l’area della Spianata delle Moschee, dove vanno in visita con sempre più frequenza i gruppi più radicali (sostenuti anche da alcuni dei suoi ministri), con l’obiettivo di rompere lo status quo e ottenere una presenza continua sulla Spianata. L’idea, evidente, è quella di ripetere la situazione –incresciosa – di Hebron, dove la divisione a metà della Tomba dei Patriarchi sta emarginando sempre di più la presenza musulmana nella moschea di Ibrahim.

C’è poi da ricordare che Netanyahu, su Gerusalemme, ha subito una pesante sconfitta politica e di immagine nello scorso luglio. La protesta popolare dei gerosolimitani palestinesi, contro l’alterazione dello status quo da parte degli israeliani, è stata una protesta pacifica e di successo. E per il premier israeliano è stato un vero e proprio boomerang mediatico che lo ha costretto a ritornare sui suoi passi. Incassare lo spostamento, sempre promesso e mai realizzato, dell’ambasciata americana a Gerusalemme significa molto, per Netanyahu. Significa per l’ennesima volta rimanere in sella, a guida di una coalizione che lo sta portando sempre più a destra.

Cosa si aspetta Donald Trump da questa mossa? Anzitutto, come Netanyahu, spera che di cambiare l’asse della narrazione. Da Washington a Gerusalemme. In particolare in questi giorni, in cui la figura controversa di suo genero, Jared Kushner, è sotto l’occhio dei riflettori giudiziari e mediatici. Jared Kushner non è un mediatore imparziale, in Medio Oriente. Non lo è per niente su Gerusalemme, come dimostrano le pressioni (divenute di dominio pubblico) perché i russi non sostenessero la risoluzione ONU contro le colonie israeliane, l’ultimo atto della presidenza Obama nel dicembre del 2016. Trump vuole incassare il sostegno totale del governo israeliano, in una fase delicatissima (l’ennesima) della sua amministrazione.

C’è poi il canestro pieno di serpenti del Medio Oriente. Molto, moltissimo è stato scritto in queste 24 ore. Il caso Gerusalemme potrebbe essere un sasso nello stagno gettato proprio per scatenare reazioni violente. Le reazioni palestinesi, per esempio. Le reazioni durissime di Turchia e Iran, e magari libanesi, ora che Saad Hariri ha detto di essersi sbagliato e di essere di nuovo premier. Le reazioni saudite ed egiziane potrebbero essere più di facciata. Quello che però non si tiene in considerazione, in questa accensione della miccia attraverso il ‘caso Gerusalemme’ è che una miccia accesa in Medio Oriente non è detto che vada nella direzione auspicata. Le reazioni a catena, nell’area, possono essere dei più diversi tipi. Il sostegno di fatto che Hosni Mubarak diede all’Operazione Piombo Fuso israeliana contro Gaza, tra 2008 e 2009, fu il primo passo verso la destituzione di Mubarak, e la reazione preoccupata di Abdel Fattah al Sisi dice che la memoria di quell’errore è ben presente dentro il regime egiziano. Né si può pensare che l’opinione pubblica araba (non solo musulmana, non solo devota, anche laica) possa digerire la perdita di Gerusalemme senza covare una reazione. Anche dentro l’Arabia Saudita, per esempio.

Se si pensa, attraverso Gerusalemme, di poter scatenare un ‘tanto peggio tanto meglio’ in Medio Oriente, e arrivare ai minimi termini contro l’Iran e i suoi alleati, non è detto che tutto riesca come si pensa a tavolino. Le reazioni a catena sul terreno sono in genere diverse, e il rischio di un altro boomerang è dietro l’angolo.

Il primo effetto c’è già. Per la prima volta dopo anni e anni, l’opinione pubblica si chiede cosa sta succedendo a Gerusalemme. E scopre, udite udite, che Gerusalemme è ancora per metà occupata.

 


Paola Caridi, scrittrice e giornalista. Da oltre un decennio si occupa di Medio Oriente e Nord Africa, in particolare di islam politico in Palestina ed Egitto. Ha pubblicato, per Feltrinelli, Arabi Invisibili, Hamas, Gerusalemme senza Dio. Ha scritto un testo teatrale, Cafè Jerusalem

 

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