Non luogo (a procedere)

Un autobus dovrebbe essere, come la strada, un luogo di tutti. Per tutti.
Innanzitutto un mezzo di trasporto, attraverso cui, lungo le strade, di tutti, tutti possono spostarsi dappertutto. E in quel tempo, in quel luogo diventato non luogo proprio perchè sospeso dalla quotidianità di ciascuno e dallo spazio personale in cui ciascuno si muove, ognuno può fermarsi a tirare il fiato, a parlare con il vicino, a leggere il giornale se non ha la nausea da buche e movimento. O magari farsi solo i fatti propri. Per arrivare poi ad un’altra strada, di tutti, e incamminarsi verso le proprie faccende, la propria vita.

Paola Caridi nel suo blog Invisiblearabs riflette:

“Gli autobus, insomma. I non-luoghi per eccellenza. Dove tutti, più o meno, siamo uguali. Forse è per questo che sugli autobus, in luoghi e tempi differenti, si siano giocate le partite sull’eguaglianza. Da Rosa Parks sino alla Cisgiordania, dove da lunedì scorso sono entrate in funzione linee di autobus separate. Una per i coloni israeliani che vivono negli insediamenti in Palestina, in Cisgiordania. E l’altra per i lavoratori palestinesi che ancora riescono ad avere il permesso di andare a lavorare in Israele. A chiedere le linee separate sono stati i coloni, che ne fanno un problema per la loro sicurezza, di coloni israeliani dentro la Cisgiordania. E così il ministro dei trasporti Yisrael Katz ha dato loro ragione, e ha istituito gli autobus separati. Per il bene dei lavoratori palestinesi, si è giustificato”.

In Palestina qualcuno ha trasformato questi non luoghi in luoghi suoi. Il governo israeliano, spalleggiando i coloni, ha deciso impunemente di ammantarsi di quel razzismo che ricorda autobus antichi e più recenti. Sembra che, legittimamente, senza che nessuno possa ‘procedere’ nella protesta e nella stigmatizzazione di quest’ennesimo obbrobrio, le persone che abitano nella loro terra, che hanno casa lungo le strade attraversate da autobus che attraversano i loro campi, i loro villaggi, siano obbligate a diventare non persone, perchè potrebbero turbare la vita di persone che non dovrebbero abitare in quei luoghi!
Eppure, eppure questa stessa ennesima trovata umiliante e ingiusta potrebbe dar luogo ad una presa di coscienza da parte di chi vive di là, come dice Paola:

“Haaretz parla di “segregazione razziale”, di “razzismo”. Termini che ricordano Rosa Parks, certo, ma anche lo apartheid, una parola sdoganata proprio dal vocabolario di Haaretz. “La decisione di separare i palestinesi dagli ebrei sugli autobus è un’altra componente di un approccio tipico dello apartheid”.

E allora anche la strada, altro luogo-non luogo di tutti, può rovesciare il procedere dei soprusi che gli israeliani si ostinano a perpetrare alla popolazione palestinese.
Gli autobus del Sudafrica, senza internet né facebook, diventarono subito famosi in tutto il mondo. E il mondo non stette in silenzio.
Quelli dell’apartheid di Palestina sembrano non interessare nessuno e “se qualcuno osa denunciare questa segregazione razziale -commenta amaramente Moni Ovadia- entra automaticamente nella lista degli antisemiti”

BoccheScucite

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