Non viaggio in Palestina: Ben Gurion, ostacolo insormontabile

Friday, 23 September 2011 07:55

Elisabetta Dini 

L’arrivo degli attivisti internazionali della Flytilla, lo scorso 8 luglio all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv: tutti deportati

 

Pubblichiamo il racconto di una giovane studentessa universitaria italiana, umiliata all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Il 6 luglio è stata deportata dalle autorità israeliane, senza che quelle italiane alzassero un dito per proteggere una propria connazionale.

Nella primavera di quest’anno ho partecipato ai corsi di formazione dello SCI (Servizio Civile Internazionale) grazie ai quali sarei potuta andare a fare un campo di lavoro ad Hebron, in Palestina con l’associazione IPYL (International Palestinian Youth League).

Il campo di lavoro sarebbe durato 15 giorni, era composto da 15 internazionali tra cui altri due ragazzi italiani oltre a me, poi sarei rimasta altri 20 giorni in più per farmi un giro tra le altre associazioni che lavorano in Palestina, incontrare persone, ascoltare i loro racconti, renderli parte di un progetto di ricerca che si sarebbe dovuto trasformare nella mia tesi di laurea magistrale.

E invece tutto questo non è stato, è stato come svegliarsi di colpo nel bel mezzo di un sogno. Sono partita per Tel Aviv la sera del 6 luglio con tanta voglia di vedere, imparare, conoscere, scoprire. Insomma, avevo tutti gli elementi utili per poter rendere il mio viaggio un’esperienza indimenticabile.

Una volta atterrata noto che al controllo passaporti sono praticamente sola, non c’era nessuno perché l’aereo era pieno di ebrei ortodossi che ovviamente non hanno problemi a passare. Sapevo già che mi avrebbero fatto un sacco di domande sul perché ero li, se conoscevo qualcuno, quanto mi sarei fermata. Infatti è stato così, ma io ho risposto tranquillamente che ero una turista, che non conoscevo nessuno ma avevo un albergo prenotato a Gerusalemme e che avevo intenzione di pianificare il mio viaggio partendo da li.

Dopo pochissimi minuti però è arrivato un signore a prendermi e mi ha portato all’ufficio del Ministero dell’Interno dove ricominciano le domande, arrivano tre, quattro persone tutte li a urlarmi contro che stavo mentendo e che sicuramente andavo dai palestinesi, io continuo a negare, tra di loro parlano in ebraico, mi sequestrano il cellulare, guardano la rubrica e le chiamate, non trovano nulla e si mettono a guardare le foto. Purtroppo avevo fotografato il foglio dove c’era scritto luogo e data dell’appuntamento con l’associazione.

Ed è stato l’episodio che ha segnato l’inizio della fine, hanno deciso che sarei stata espulsa in quanto persona “indesiderata” e potenzialmente pericolosa perché avevo tradito la loro fiducia, avevo mentito. Mi hanno fatto la foto segnaletica e preso le impronte digitali e poi mi hanno scortata ai rulli per prendere il mio zaino. Da lì sono stata portata in una stanza dove hanno iniziato a perquisirmi da capo a piedi poi sono passati alla perquisizione dello zaino, del pc, della macchina fotografica, hanno sfogliato i miei libri, svuotato il mio portafoglio, addirittura l’astuccio.

Una volta finita la perquisizione mi portano nella sala d’attesa dell’aeroporto, mi dicono che sarei tornata in Italia con il primo volo utile. In cuor mio speravo che sarebbe finita lì, avrei aspettato tre, quattro, cinque ore a sedere sorvegliata a vista ma comunque “libera”. Ma non è stato così, anzi, sono venuti a prendermi di nuovo, erano in tre, siamo usciti fuori dall’aeroporto, c’era un furgone ad attendermi, un furgone blindato, mi hanno fatto salire e poi sono partiti, non sapevo e non capivo nulla, ero confusa, impaurita. Arriviamo in un edificio che poi capisco essere il centro di immigrazione. Che ci facevo lì? Io non avevo fatto nulla. Glielo dico più volte, ma a loro sembra non importare, mi dicono solo che per tutti quelli come me (cioè filopalestinese) erano dei brutti giorni, gli chiedo ancora perché, in fondo sostenere la causa palestinese non è illegale, ma loro sono di tutt’altro avviso, ovviamente.

A quel punto capisco che non c’era nulla da fare a parte pretendere con tutte le mie forze di chiamare l’ambasciata italiana, era il mio unico diritto in quel momento e non me lo potevano negare, mi rispondono dicendomi che mi avrebbero fatto chiamare ma che era troppo presto e non mi avrebbe risposto nessuno, saranno state le 5 o le 6 del mattino, non avevo la forza di replicare a questa risposta, mi stavano pure prendendo in giro, sapevano bene quanto me che le ambasciate mettono a disposizione dei numeri di emergenza che sono attivi 24 h su 24. Mi fanno prendere il mio portafoglio, il cellulare e un libro dallo zaino che rimane in una stanza al pian terreno. Il cellulare me lo sequestrano di nuovo una volta saliti al piano di sopra e io vengo rinchiusa in una cella, come una criminale, senza diritti e senza libertà.

Sono stata privata della mia libertà dalla “più grande democrazia del Medio Oriente”. Non so quanto tempo passa, so solo che la rabbia sta avendo il sopravvento. Comincio a bussare alla porta a urlare per farmi chiamare l’ambasciata. Per un po’ c’è solo il silenzio, io insisto, continuo ad urlare e finalmente mi aprono. Mi fanno chiamare, la signora dell’ambasciata per niente sorpresa e tanto meno sconvolta da quella chiamata disperata mi dice che la decisione di Israele era irrevocabile, loro si dovevano solo attenere a tale decisione. Mi spiega che il servizio di sicurezza era in massima allerta perché era previsto per l’8 luglio l’arrivo degli attivisti della Fly-tilla e anche se io non ne facevo parte per loro non cambiava nulla.

Ritorno in cella sempre più amareggiata, ero stata espulsa senza aver fatto nulla e la mia ambasciata si limitava a dirmi che andava tutto bene, Israele decide e tutto il resto non conta. Aspetto, non mi rimane nient’altro da fare. Di nuovo quella porta si apre, mi riconsegnano il cellulare e scopre che sono le 2 del pomeriggio, mi portano a prendere il mio zaino, salgo sul furgone, destinazione aeroporto. Mi scortano fino alla pista, consegnano il mio passaporto al personale di bordo e una volta atterrati a Fiumicino trovo due poliziotti ad aspettarmi proprio all’inizio del tunnel dell’aereo. Mi fanno salire sull’auto della polizia e mi conducono al commissariato dell’aeroporto. Ancora domande, ma questa volta colgo un po’ di sbalordimento per quello che mi era successo, mi ridanno il passaporto timbrato, timbro che mi impedirà di andare in Siria, Libano, Egitto oltre all’allontanamento forzato di almeno tre anni da Israele e quindi dalla Palestina.

La mattina dopo invio una mail all’associazione ad Hebron spiegando cosa era successo, mi rispondono che purtroppo altri 5 ragazzi sono stati bloccati all’aeroporto e rispediti nei loro paesi. I due ragazzi italiani invece son partiti tre giorni dopo di me e sono passati ai controlli. Il “pericolo” attivisti pro Palestina era stato ormai scongiurato anche grazie alla collaborazione degli altri stati europei che di fatto hanno impedito di partire a coloro che, secondo i servizi segreti israeliani rappresentavano una minaccia alla pace e alla loro sicurezza.

Questo è tutto ciò che posso raccontare, avevo messo in conto che l’aeroporto sarebbe stato forse l’ostacolo più difficile tra me e la Palestina, ma non credevo che sarebbero arrivati al punto di trattarmi come una terrorista solo perché andavo a portare la mia solidarietà ad un popolo che loro hanno costretto a “vivere” in totale assenza di libertà e di diritti.

Sono perciò sempre più convinta che non ci sarà pace finché i palestinesi non saranno liberi di vivere, liberi di scegliere, liberi di muoversi nella loro terra, liberi dall’oppressione di Israele con la complicità della comunità internazionale che troppe volte è stata ferma a guardare. Le speranze ora sono riposte a settembre, quando ci sarà l’assemblea dell’Onu. La delegazione palestinese chiederà di riconoscere lo Stato Palestinese, libero, indipendente e sovrano.

Solo allora potremmo sapere se la pace in Palestina è un’utopia o forse una bellissima realtà.

 

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