“Normalizzare” l’occupazione

REDAZIONE 4 SETTEMBRE 2012

 

di Amira Hass – 4 settembre 2012

La ripresa di un documentario su Gerusalemme bloccata con l’accusa di “normalizzare” l’occupazione.

 

I sostenitori palestinesi di un boicottaggio culturale di Israele hanno chiesto che un documentario su Gerusalemme venga ritirato affermando che la partecipazione di coproduttori israeliani nel film costituisce una “normalizzazione dell’occupazione“.

20 registi palestinesi, tra cui alcuni residenti in Israele, hanno ritirato la propria partecipazione dal film (tedesco) “24 ore a Gerusalemme” a causa della pressione messa in atto da varie organizzazioni palestinesi e gruppi interni ai social-network.
Le riprese, il cui inizio era previsto per il 6 settembre, sono state bloccate.
Si afferma che il film, che include dozzine di palestinesi ed israeliani residenti a Gerusalemme, tratta Israele come se fosse uno stato “normale” cancellando dunque il suo ruolo di entità occupante.
“24 ore a Gerusalemme” è un documentario basato sul film “24 ore a Berlino”.
Quest’ultima pellicola è stata girata nel corso di un singolo giorno nel settembre del 2008. Otto berlinesi sono stati ripresi nel corso di una giornata e le loro storie sono state inserite in un lungometraggio di 24 ore mandato in onda un anno dopo su Arte, un network televisivo franco-tedesco, e su altri importanti canali europei.

Il successo del documentario ha spinto la compagnia di produzione tedesca, la Zero 1, a cercare un’altra città in cui le storie dei residenti suscitassero interesse internazionale. E questo li ha portati a Gerusalemme.

Secondo la casa di produzione lo scopo era quello di “permettere ai palestinesi nella pellicola di esprimere i propri dolori, le speranze, le sofferenze e le ambizioni mostrando la loro quotidianità all’interno della città.
Zero 1 ha firmato due contratti separati: uno con Kuttab Productions Ltd., una compagnia palestinese di Gerusalemme Est guidata da Bishara Kuttab (figlio del giornalista Daoud Kuttab) ed uno con i produttori israeliani Mosh Danon e Talia Kleinhendler.
La parte palestinese è stata dunque responsabile della scelta dei registi palestinesi (dalla Cisgiordania e da Israele) e per la selezione dei cittadini palestinesi residenti a Gerusalemme che avrebbero dovuto prendere parte al progetto.
E’ stata anche responsabile per il montaggio delle riprese.

I partecipanti sono stati scelti nel corso dell’ultimo mese e sono stati inclusi attivisti da Silwan, il campo profughi Shuafat, un membro del parlamento di Hamas che Israele ha espulso da Gerusalemme oltre che un uomo la cui casa è stata divisa in due dalla “barriera di separazione”.
La troupe palestinese è stata finanziata completamente da fondazioni di sostegno alla televisione pubblica tedesca.
Tra di esse è presente anche Arte (oltre che una rete televisiva finlandese).
Alcuni dei fondi per i produttori israeliani sono arrivati dal Jerusalem Development Authority’s Jerusalem Film and Television Fund.

La campagna palestinese per il boicottaggio culturale ed accademico di Israele ha pubblicato una lettera aperta per conto “dell’organizzazione delle operazioni nazionali nella Gerusalemme Occupata” chiedendo alla Kuttab Productions di ritirarsi dal progetto.
Secondo la lettera il progetto tedesco-israelo-palestinese è parzialmente finanziato da una fondazione al servizio della “municipalità occupante”, un fatto dei quali i registi non erano inizialmente al corrente.
I critici affermano che questo progetto “nasconde” la natura dell’occupazione e suoi violenti atti di pulizia etnica dentro Gerusalemme, e questo contraddice esplicitamente i principi stabiliti dal convegno fondante del 2007 del movimento di boicottaggio di Israele.
Simili, ma ancor più feroci, critiche sono state mosse sui social-network.
La scorsa settimana diversi giornalisti e registi palestinesi a Ramallah hanno pubblicato una lettera aperta condannando il progetto e chiedendo ai partecipanti palestinesi di ritirarsi.

In risposta Daoud Kuttab ha pubblicato un articolo sul Palestine News Network lamentandosi del fatto che i critici abbiano espresso condanne senza essere a conoscenza di tutti i fatti.
Ha anche espresso rammarico per il fatto di non essere stato avvisato prima della pubblicazione della lettera.

Kuttab ha affermato che il progetto offre l’opportunità ai palestinesi di Gerusalemme di mostrare la propria esistenza sotto occupazione in un film che verrrebbe trasmesso da numerosi network televisivi. Ha aggiunto che un film su Gerusalemme non può escludere partecipanti israeliani.

Ha specificato Kuttab: “Per quanto ne so la posizione ufficiale palestinese è che la capitale del futuro stato palestinese sarà Gerusalemme Est. In altre parole nessuno cerca di cancellare l’altra parte.”
Ha accusato inoltre i critici del progetto di comportarsi come dei bulletti e di aver messo in pratica del “terrorismo intellettuale“, portando avanti minacce isteriche nei confronti di quanti potessero essere connessi con la pellicola.

Nell’articolo Kuttab ha rimarcato di aver incontrato l’Autorità Palestinese ed alti funzionari dell’OLP, rappresentanti dei sindacati dei giornalisti, dei lavoratori nei campi ed altri ancora.
E tutti hanno dichiarato di aver trovato il progetto eccellente.
In ogni caso, a domanda di uno dei registi palestinesi, il ministro palestinese della cultura ha dichiarato la propria contrarietà al documentario.

Kuttab si è chiesto: “E’ legittimo che un gruppo faccia pressione sui cittadini e li costringa a seguire la propria agenda privata?
Secondo Kuttab quelli che ci perderanno saranno i palestinesi residenti a Gerusalemme che verranno privati dell’opportunità di condividere la propria esperienza con un più ampio numero di spettatori europei.
La settimana prossima rappresentanti della Casa di Produzione tedesca visiteranno Gerusalemme nel tentativo di fermare la cancellazione del progetto.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/filming-of-jerusalem-documentary-halted-over-criticism-that-it-normalizes-the-occupation-by-amira-hass

Originale: Haaretz

Traduzione di Fabio Sallustro

Traduzione ©  2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons – CC  BY NC-SA  3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/7454

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