Norman Finkelstein a proposito della Guerra dei Sei Giorni e la sua mitologia. (1.a e 2.a parte)

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Prima parte – “Vivere o morire”. Norman Finkelstein a proposito della Guerra dei Sei Giorni e la sua mitologia.

Il 2 maggio, James North e Phil Weiss hanno discusso con Norman Finkelstein nel suo appartamento di Brooklyn della Guerra dei Sei Giorni, della sua storia, della sua mitologia e del suo impatto sulla vita degli ebrei negli Stati Uniti. Finkelstein ha poi rivisto la trascrizione di quella conversazione.

Weiss: Quanto fu importante la Guerra dei Sei giorni nel tuo quartiere quando eri un bambino?

Finkelstein: Ero nell’ottava classe. Il mio insegnante di studi sociali, Josh Abramson, era un religioso ebreo. Ricordo che nel cortile della scuola – posso rivivere la scena con gli occhi della mente – aveva una radio a transistor all’orecchio. Era palesemente preoccupato delle sorti di Israele. Pare che molti ebrei fossero preoccupati. Ho recentmente letto le memorie del Professor Chomsky. Anche lui e i suoi amici a Cambridge avevano temuto il peggio. Ma così come si diffuse, la paura passò quando vinsero.

Era l’epoca della Guerra del Vietnam e del Black Power. Andate a vedere i programmi televisivi cult: Laugh In, The Smothers Brothers, All in the Family. Non si parlava mai di Israele.

E’ revisionismo storico affermare che Israele occupava un posto prominente nella vita degli ebrei a quel tempo. Se definisci sionista qualcuno nel ’67, be’ il Sionismo all’epoca non era una questione. C’era qualche giovane idealista, alla Bernie Sanders per intenderci, che aveva idee romantiche sul socialismo e i kibbutz.

Ma pensate che personaggi come il leader della minoranza al Senato Charles Schumer – Schumer frequentò la mia stessa scuola superiore qualche anno prima di me – volessero vivere la vita dura? State scherzando! Schumer era figlio di un disinfestatore. Vivere la vita dura era l’ultima cosa che desiderava! Una volta disse che suo padre “odiava il suo lavoro” e che lui era determinato a non fare la stessa fine di suo padre.  Schumer fu scelto nella sua classe per tenere il discorso di commiato. Ottenne il punteggio perfetto di 1600 nel test SAT, un’impresa rara a quell’epoca. Voleva conquistare le vette più alte e i luoghi più sacri del potere americano, non cantare Kumbaya in un kibbutz in chissà quale zona remota.

Weiss: La migliore amica di mia madre, Golda Werman, nacque a Berlino nel 1930. Lei e il marito si trasferirono da Bloomington a Gerusalemme nel 1968. Per il mio gruppo può non avere alcuna rilevanza ma c’erano persone per le quali questo era molto importante. Bernie Avishai, MJ Rosenberg – ebbero come una chiamata a far questo, le loro vite cambiarono. Anch’io ho avuto alcuni compagni di classe che fecero l’ “aliya”. Ma io ero interessato al top della mia classe, quello dei futuri trascinatori.

North: Nel ’71, ’72, Chuck (che North ha conosciuto) avrebbe indirizzato la conversazione su Israele. Avrei detto a Chuck, “Stimo Ho Chi Minh. E tu chi stimi?”  “Devo pensarci. Non i politici americani. Sicuramente David Ben-Gurion”. Ma avete perfettamente ragione, non si sarebbe mai trasferito (in Israele).

Weiss: E la tua famiglia?

Finkelstein: Mio fratello maggiore ha vissuto in Israele per un breve periodo. Si trovava lì durante la Guerra del 1973. Era un tipo piuttosto solitario. Andò lì in cerca di una famiglia. Quando tornò discutemmo amaramente. Ma, successivamente, si rivoltò a oltranza contro Israele. Suppongo che si sentì tradito man mano che la verità veniva lentamente a galla. Ora, a confronto, sembra Alan Dershowitz.

I miei genitori giudicavano  il mondo intero  attraverso le lenti dell’Olocausto nazista. L’Armata Rossa sconfisse i Nazisti, quindi i Russi non potevano essere cattivi. Un ebreo che non supportava l’Unione Sovietica era un venduto e un traditore. Questi erano gli epiteti che usavano. Potete ridere, ma per i miei genitori non era affatto una cosa da ridere.

Israel Gutman era il direttore dello Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme. Mio padre conobbe Gutman ad Auschwitz. Erano insieme alla Marcia della morte ad Auschwiitz, e successivamente nello stesso campo profughi a Linz, in Austria. Entrambi fecero parte dell’Hashomer Hatzair, movimento giovanile sionista che al tempo era pro-Unione Sovietica. Erano molto amici. Gutman, alla fine, diventò- non si sa se per rivelazione o diffidenza – davvero anti-sovietico. Mio padre perse tutta la sua stima in lui. Secondo lui, non era null’altro che l’ennesimo venduto e traditore.

I miei genitori erano, come mia madre era solita dire, i veri McCoys. A partire dal 1970, chiunque fosse immigrato dall’Europa dopo la Guerra fingeva di essere un sopravvisuto all’Olocausto. Be’, i miei genitori erano davvero sopravvissuti all’Olocausto.

Tutti i membri della mia famiglia furono sterminati sia da parte materna che paterna. Nonni, zie, cugini… [indica le foto sul muro] Quella era la mamma di mio padre…La mamma di mia madre…Le sue due sorelle e suo fratello… Se oggi posso indicare queste foto, è perché mia madre aveva una zia negli Stati Uniti e prima della guerra, la madre di mia madre le aveva mandato queste foto.

Fotografie della famiglia Finkelstein. Suo padre è in primo piano a  sinistra. I genitori di sua madre sono nella parte alta a sinistra. Sua madre è in alto al centro. Le sue due sorelle e suo fratello sono in alto a destra.

Nessuna foto della famiglia di mio padre ha avuto scampo. Mia madre, una volta, ha intravisto da lontano la sorella di mio padre a Majdanek prima che questa venisse uccisa. Di tanto in tanto, durante gli anni in cui sono stati sposati, mio padre si sarebbe irrigidito tutto d’un tratto con un’aria solenne e meditabonda implorando mia madre : “Dimmi che aspetto aveva”.

Quando l’industria dell’Olocausto cominciò negli anni ’70, gli autentici sopravvissuti erano molto richiesti. I miei genitori non erano indifferenti al denaro – non voglio idealizzarli – non avrebbero mai snobbato l’opportunità di farsi un gruzzoletto. Mia madre fu testimone durante il processo ad alcune guardie dei campi di concetramento nazisti a Majdanek nel 1979. I sopravvissuti alla rivolta del ghetto di Varsavia, diverse decine di migliaia, inclusi i miei genitori, forono deportati a Majdanek.

Mia madre stava per testimoniare ma – e ammettere questa cosa non mi rende felice- ad un certo punto pretese un compenso da parte del governo tedesco. L’ho trovato davvero ingiusto. Dico questo in un contesto in cui i miei genitori avrebbero potuto speculare sull’Olocausto. Come Elie Wiesel, che era un ciarlatano e un esperto imprenditore dell’Olocausto. Accumulò decine di milioni di dollari facendo finta di essere un sopravvissuto all’Olocausto.

Ma l’industria dell’Olocausto permetteva ai sopravvisuti di testimoniare solo se questi denunciavano l’Unione Sovietica. La campagna “Free Soviet Jewry” (Ebrei liberi dall’Unione Sovietica)  era molto in voga- l’emendamento Jackson Vanik etc. Per quanto i miei genitori amassero il danaro, per quanto è vero Dio, non ci sarebbe stato verso di far loro proferire una sola parola di critica nei confronti dell’Unione Sovietica. Quindi, alla fine,  non furono mai chiamati a testimoniare.

Ho sempre rispettato la loro lealtà. Continuarono ad amare Stalin anche quando il Partito Comunista non è stato più degno della sua eredità.

Mia madre era molto intelligente. Sapeva molte lingue, incluso il latino – negli ultimi anni della sua vita divorava libri ad una velocità che lasciava senza parole la bibliotecaria locale e, senza alcuno sforzo, riuscì a padroneggiare  un vocabolario ben più forbito del mio – fu eletta rappresentante di classe durante le scuole superiori e studiò matematica all’Universita’ di Varsavia. Ma non volle nemmeno riconoscere il fatto che Stalin aveva ucciso Trotsky. “E’ stata la CIA”. Bè, la CIA nemmeno esisteva all’epoca.

Potreste chiamarlo fanatismo, ma in fondo  era lealtà: per quanto impopolare possa essere, non si tradisce un amico. Forse si sbagliavano, ma i miei genitori non sono mai stati dei venduti. Hanno disprezzato Israele quando si alleò con gli Stati Uniti durante la Guerra fredda e la Guerra contro la Corea.

Fino alla Corea la situazione era ancora delicata. Era ancora poco chiaro da che parte Israele si sarebbe schierato. Mapam, il secondo più grande  partito politico israeliano era ciecamente pro-Unione Sovietica. Sostenne Stalin persino durante la Guerra del 1953.

Mia madre non riusciva nemmeno a capire la logica israeliana. Non ci vedeva nulla di salvifico nel servizio militare o nella Guerra. Diceva sempre “meglio 100 anni di evoluzione che un anno di rivoluzione”. La Guerra era l’ultimo orrore. Ma Israele era una sorta di Sparta dei giorni nostri. Dopo il ’67, Moshe Dayan giunse ad abbracciare questo spirito marziale. Hanno fatto festa in nome della morte, uccidendo.

North: A proposito di Moshe Dayan, se potessi incolpare un solo israeliano per quanto accaduto del ’67, sceglieresti qualcuno?

Finkelstein: Non sceglierei nessuno in particolare. Fu una decisione collettiva. Non puoi capire realmente i fatti del ’67 fin quando non ricordi che solo un decennio separava questi fatti dal ritiro forzato di Israele dal Sinai egiziano nel ’57 dopo che Israele l’aveva invaso nel ’56.

Israele prima provò a spodestare il presidente egiziano Nasser nel ’56, per poi conquistare anche il Sinai, Gaza e la Cisgiordania. Questo episodio si rivelò una sorta di prova  generale per i fatti del ’67. Tranne per il fatto che nel ’67, i leader israeliani erano divisi sull’attaccare o meno senza il via libera da parte di Washington.

Il primo ministro Eshkol non voleva rischiare che si ripetessero i fatti del ’57, quando il presidente Eisenhower forzò Israele a ritirarsi dal Sinai. Nel ’67, in questo risiedeva la differenza cruciale fra le cosidette colombe come Eshkol e i militanti generali.

Eshkol voleva essere certo che il sostegno di Washington non venisse meno da un momento all’altro.

North: Lo hanno imparato a proprie spese nel ’56.

Finkelstein: Sì. Ma una volta che effettivamente gli Stati Uniti diedero il via libera (con qualche riserva) a Israele verso la fine di maggio e l’inizio di giugno, Israele ripropose lo stesso scenario del ’56.  Il suo interesse principale era quello di neutralizzare Nasser, di dare il colpo di grazia a questi arabi spocchiosi e di porre fine a quello che era definito nazionalismo arabo radicale.

Il loro secondo obiettivo era quello di conquistare le terre che avevano adocchiato, ma che non riuscirono ad occupare nel ’48: Gerusalemme Est, la Cisgiordania, Gaza, il Golan. Il libro di Tom Segev ‘1967’ non è eccezionale, ma documenta in modo esaustivo i progetti di espansione territoriale di Israele alla vigilia del ’67. Il libro chiarisce inoltre che Israele aveva già deciso di conquistare la Cisgiordania a fine maggio, prima che la Giordania prendesse ufficialmente parte al conflitto. La teoria secondo cui Israele non ambisse alla Cisgiordania e avesse addirittura avvertito re Hussein di evitare di prendere parte al conflitto è una fandonia.

Re Hussein temeva che la Giordania sarebbe rimasta isolata e sarebbe diventata una facile preda una volta che Israele avesse occupato l’Egitto. Pensò bene che, in ogni caso, Israele avrebbe attaccato il suo Regno; per questo motivo pensò che fosse meglio prendere parte al conflitto quando gli arabi ancora avevano qualche speranza di fermare Israele.

North: Nessuno al di sotto dei 60 anni capirà mai l’importanza e la prominenza di Nasser, sia nell’ambito del cosidetto mondo arabo e di Israele, sia a livello internazionale. E’ ancora considerato il più famoso leader arabo ( anche se se la gioca con Saddam Hussein).

Finkelstein: Era l’era del Movimento dei Paesi non allineati. Di grandi speranze e aspettative dopo che le ex colonie europee ottennero l’indipendenza in seguito alla seconda guerra mondiale.

I capi di questi nuovi Stati indipendenti si incontrarono a Bandung per una conferenza nel 1955.

I personaggi di maggior spicco a Bandung erano Nasser, Tito e Nehru.

North: Nasser fece un discorso lunghissimo e tutte le radio, da Casablanca a Baghdad, erano sintonizzate.

Finkelstein: Sì. Fu un oratore stimolante e ipnotizzante, che rimarcò l’aspetto delle aspirazioni popolari a una vita migliore e più dignitosa.

I sentimenti di Washington erano misti. Temeva che avrebbe spodestato le elite corrotte alla mercè dell’Occidente, in particolare i Sauditi.

Nasser e i Sauditi stavano combattendo una guerra di lunga data in Yemen prima del ’67.

Ma gli Stati Uniti speravano al contempo di poter comprare Nasser e tenerlo sotto controllo.

Fin quando non sopraggiunse l’amministrazione Kennedy. JFK, alla fine perse le speranze di poterlo corrompere: stava dando prova di essere davvero indipendente, intrattabile, imprevedibile.

In un brusco cambiamento di politica vendette missili antiaerei Hawk a Israele.

Tra l’altro, i fatti del ’67 non si sposano bene con la tesi del “cane che ubbidisce al padrone”, vale a dire il fatto che le lobby israeliane imposero a Washington una politica estera aliena agli interessi nazionali americani.

Quello che vedi giusto alla vigilia dei fatti del ’67 è questo: Walt Rostow, un consulente chiave della sicurezza nazionale, che dice al presidente Johnson che “il nazionalismo arabo radicale rappresentato da Nassar … è in discesa”. Necessita solo che gli venga servito il colpo di grazia.

Rostow fu preveggente. Era un castello di sabbia. In ultima analisi, Nasser era un pallone gonfiato. Gli israeliani ottennero cio’ che volevano nel 1967, e lo stesso fu per Washington. Entrambi volevano far fuori Nasser.

Weiss: Perché, questo non era un interesse degli Stati Uniti anche nel ’56?

Finkelstein: Infatti, il ’56 non fu diverso. Sia Eisenhower che il suo influente segretario di stato, John Foster Dulles, detestavano Nasser. Semplicemente pensavano che non fosse il momento giusto per un attacco armato, il clima non era ancora maturo. Dulles fu molto combattuto una volta che l’invasione Anglo-Franco-Israeliana ebbe inizio.

“Gli inglesi, una volta iniziato, non avrebbero dovuto fermarsi” – Dulles disse ad Eisenhower, “fino alla caduta di Nasser”.

I cosidetti Arabisti sostennero che Eisenhower fosse un modello da emulare. Ma in realtà voleva disfarsi di Nasser così come tutti gli altri.

Anche se le cose cominciarono a cambiare sotto l’amministrazione Kennedy, la vera rottura arrivò dopo la guerra del ’67. Gli Stati Uniti vedono ora Israele come una potenza militare di prima classe – una “risorsa strategica” – che potrebbe difendere i suoi interessi in aree critiche, mentre la bolla del nazionalismo arabo radicale è scoppiata, gli arabi sono in ginocchio, non bisogna nemmeno più prenderli in considerazione.

North: Cosa ne pensi degli storici che sostengono la tesi secondo cui Israele non aveva alcun piano aggressivo nel 1967 e che i rapporti all’interno della sua leadership erano tesi e conflittuali?

Finkelstein: Sì, c’era qualche tensione e conflitto. Ma, in via generale, c’era più unità di intenti. Erano tutti d’accordo sul cogliere l’opportunità della guerra per espandere i confini israeliani, qualche disaccordo c’era su quali territori conquistare e in che ordine.

Il tipo di storia a cui tu stai facendo riferimento si basa per lo più su interviste e memorie autocelebrative realizzate per l’opinione pubblica. Non sono ricerche serie. Potrebbe non piacerti Benny Morris, ma è innegabile che fino ad oggi, ha fatto una ricerca seria per quanto di parte.  E’ eloquente che Morris abbia interrotto  il suo archivio storico prima della guerra del 1967.

Secondo me – non posso provarlo, è solo un presentimento – questo avvenne perché il 1948 è una questione morta dal punto di vista politico. Come astutamente osserva Shlomo Ben-Ami, ex ministro degli esteri israeliano, in “Scars of War, Wounds of Peace”, il risultato più saliente della guerra del 1967 fu quello di legittimare i confini che Israele aveva conquistato nel 1948.

Questo per dire che, dopo la guerra del ’67, gli arabi non avevano altra scelta se non quella di riconoscere Israele come stato entro i confini pre ’67.

Quindi il ’48 era ora una questione morta. Israele vinse il ’48 nel ’67. L’unica questione ancora aperta del ’48 era quella dei profughi palestinesi. Ma dopo il ’67, la questione comincio’ ad essere manovrata diplomaticamente come risoluzione “giusta” sulla questione profughi “basata” sul dirito al ritorno e a un compenso.

Perché Benny Morris interruppe la sua storia mitica e sconvolgente con l’invasione del Sinai? Secondo me, egli rinunciò a fare del ’67 ciò che fece del ’48 e del ’56 perche’ il ’67 non era una questione morta. Il risultato cruciale della guerra del ’67 è l’occupazione. Questa non è una questione morta, al contrario è una questione molto viva.

Se Morris avesse scritto una storia attendibile del ’67 basata sui documenti di testimonianza disponibili, nolente o volente, avrebbe dovuto sfatare un sacco di miti sacri propagandistici, proprio come fece nei suoi racconti del ’48 e ’56.

North: Quindi ha preferito non farlo del tutto?

Finkelstein: Esatto. Morris, il cittadino leale, ha preferito tirarsi indietro da questa iniziativa di ricerca perché ogni luogo comune sul ’67 è una mezza verità se non una totale menzogna. La piena verità mette Israele in cattiva luce.

Il conto alla rovescia verso giugno del ’67 inizia con un combattimento aereo in Siria ad aprile.

Le forze aree israeliane abbatterono diversi aerie siriani, uno nei pressi di Damasco. Chi provocò tutto ciò? Sappiamo la risposta perché lo stesso Dayan lo ammise succesivamente.

Israele avrebbe dispiegato carri armati nelle zone demilitarizzate lungo il confine israelo-siriano, per occupare i territori arabi. Questa ripetuta corsa alla terra da parte di Israele provocò la rappresaglia da parte della Siria. Ciò che accadde ad aprile fu solo una delle tante provocazioni da parte di Israele.

La storia ufficiale prosegue dicendo che il Cremlino diede agli arabi la falsa notizia che Israle si stava preparando ad attaccare la Siria. Ma i sovietici stavano davvero dicendo il falso?

North: No, dicevano la verità.

Finkelstein: Esatto, gli israeliani erano pronti ad attaccare. Non era ancora certa la portata dell’attacco, ma era quasi sicuro che l’attacco sarebbe stato sferrato alla Siria. Il gabinetto israeliano aveva già preso una decisione.

Lo studio migliore sul ’67 – viene raramente citato – è stato realizzato dallo storico israeliano mainstream Ami Gluska, “The Israeli Military and the Origins of the 1967 War). Egli conferma la decisione del Gabinetto israeliano. E dice: “La stima sovietica che Israele stava per attaccare la Siria, risalente a metà maggio del 1967, era corretta e fondata”.

Nasser aveva un patto di difesa con la Siria, quindi fu costretto a offrirle supporto militare.

Riposizionò le truppe egiziane nel Sinai e disse al segretario generale delle Nazioni Unite U Thant di ritirare le Forze di Emergenza delle Nazioni Unite (UNEF) che separavano l’Egitto da Israele, cosa che U Thant fece.

U Thant fu duramente condannato per aver accondisceso alla richiesta di Nasser, ma il fatto è che U Thant non aveva altra scelta dal punto di vista legale, agi’ in modo corretto. Ordinare il ritiro dell’UNEF faceva parte dei diritti di sovranità statale di Nasser. Le forze di peacekeeping delle Nazioni Unite stazionavano sul versante egiziano del confine in base a un accordo e Nasser aveva tutto il diritto di rescindere l’accordo.

Il diplomatico israeliano Abba Eban fece una battuta ormai famosa – fu molto intelligente, molto arguto – “Che senso ha un motore a scoppio se viene rimosso non appena inizia a scoppiare?”

Tutto molto divertente se non fosse per il fatto che secondo l’accordo originale del 1957 l’UNEF doveva stazionare lì.

North:  Motori a scoppio su entrambi i lati del confine israelo –egiziano.

Finkelstein: Sì, su entrambi i lati. Ma Israele a quel tempo rifiutò. Se avesse temuto un attacco egiziano nel ’67 e avesse creduto che l’UNEF avrebbe agito da deterrente, Israele avrebbe chiesto lo schieramento di queste forze di peacekeeping sul lato israeliano del confine…

Dopo che le truppe egiziane entrarono nel Sinai e le forze dell’UNEF furono ritirate, Nasser annunciò la chiusura dello Stretto di Tiran. Israele dichiarò ufficialmente che questo fu il casus belli.

Ma di fatto, non lo fu dal punto di vista legale. Ma il punto principale è che Nasser non chiuse davvero lo Stretto. La chiusura durò solo qualche giorno. Una volta ho avuto modo di parlare con l’allora capo dell’UNEF .

North: Intendi il norvegese Odd Bull? Ricordo che a quel tempo ho pensato che fosse un nome perfetto per un uomo.

Finkelstein: No, Bull era il capo staff delle Forze ONU in Medio Oriente. Ho parlato con Indar Jit Rikhye, che comandava l’UNEF. Ridendo, mi disse: “Personalmente sono passato, lo Stretto non era chiuso”.

North:  MI ricordo quella volta, avevo 15 anni, ricordo che ho pensato che avrebbero bloccato Israele. Poi ho letto la tua ricerca che solo il 5% della merce importata entrava attraverso quel porto.

Finkelstein: La merce principale che Israele importava attraverso lo Stretto era il petrolio. Ma Israele aveva abbastanza riserve, abbastanza da durare diversi mesi. Nasser poi pensò: “Portiamo la questione dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia”. Infatti, il diritto di passaggio nello Stretto pose questioni legali complesse e irrisolte.  Ma Israele si rifiutò di essere giudicato dalla Corte.

[Prende un libro da uno scaffale]

Ecco il volume sul ’67 della collana Relazioni Estere degli Stati Uniti pubblicata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Gli editori del volume non dissero che lo Stretto era bloccato. Furono molto cauti e parlarono piuttosto di rivendicazione egiziana a bloccare lo stretto.

Tutti gli storici seri  concordano. Nasser non voleva attaccare. C’è qualche disputa sul fatto che il potente ministro egiziano della difesa stesse pianificando o meno un attacco preventivo, l’Operazione Dawn, alla fine di maggio.

La leggenda vuole che Nasser avesse bocciato l’iniziativa all’ultimo momento. In ogni caso, non è rilevante. La settimana precedente al primo attacco di Israele, l’Egitto non stava per attaccare e i leader israeliani lo sapevano.

A inizio giugno, il general maggiore israeliano Meir Amit, alla guida del Mossad, venne a Washington. Israele  stava inviando diversi emissari per capire come gli Stati Uniti avrebbero reagito a un eventuale attacco di Israele. Amit, il primo giugno, parlando agli ufficiali americani di livello più elevato, affermò che “non c’era alcuna differenza fra gli Stati Uniti e Israele dal punto di vista dell’intelligence militare e della sua interpretazione”.

Le conclusioni chiave di diverse agenzie americane di intelligence furono che: Nasser non stava per attaccare

North:  E  che Israele lo avrebbe annientato se avesse attaccato.

Finkelstein:  Esattamente. Il presidente Johnson, alla fine di maggio, disse ad Israele: “A nostro avviso, non c’è alcun pericolo che Israele subisca un attacco imminente”, e anche se, contro ogni previsione, gli stati arabi vicini dovessero attaccare, li distruggereste “

Amit confermò durante il suo primo viaggio all’inizio di giugno a Washington che l’intelligence israeliana era pienamente d’accordo.

North: Nel frattempo, stavo guardando la TV: Israele sopravviverà? E i rabbini si stanno tutti preparando.

Finkelstein: Gli israeliani e gli ebrei americani erano tutti spaventati. Ma non i leader. Nella sua biografia del culturista siriano Hafez al-Assad, lo storico Patrick Seale intitolò il capitolo sulla guerra del ’67 “La passeggiata dei sei giorni”. E questo è quello che fu, una passeggiata.

trad. Rossella Tisci – Invictapalestina

Fonte: http://mondoweiss.net/2017/06/six-day-war-finkelstein/

Prima parte – “Vivere o morire”. Norman Finkelstein a proposito della Guerra dei Sei Giorni e la sua mitologia.

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Seconda parte – “Vivere o morire”. Norman Finkelstein a proposito della Guerra dei Sei Giorni e la sua mitologia.

Finkelstein: Gli Israeliani e gli Ebrei Americani erano tutti spaventati. Ma non I leader. Nella sua biografia del culturista siriano Hafez al-Assad, lo storico Patrick Seale intitolo’ il capitolo sulla guerra del ’67 “La passeggiata dei sei giorni”. E questo e’ quello che fu, una passeggiata.

Infatti la guerra non duro’ nemmeno sei giorni; duro’ piu’ o meno sei minuti. Una volta che gli aerei israeliani in una guerra lampo a sorpresa misero ko le forze aeree egiziane ancora a terra, la guerra si concluse. Rostow, successivamente, l’avrebbe chiamata la “caccia al tacchino”. Se la guerra duro’ di piu’, e’ solo perche’ Israele voleva conquistare il Sinai Egiziano, la parte giordana della Cisgiordania, e le Alture siriane del Golan.

La storia officiale e’ che Israele attaccò la Siria perche’ questa stava bombardando la parte bassa di Israele dalle montagne, e a causa dei raid da parte dei commando palestinesi supportati dalla Siria. Ma se la Siria effettivamente bombardò occasionalmente Israele dalle Alture del Golan e supporto’ i raid dei commando, fu in risposta alla corsa israeliana alle terre nelle zone demilitariizate (DMZs).

Tra l’altro, la storia dei raid da parte del commando palestinese era poco più che una barzelletta. Il capo dell’intelligence israeliana Yehoshaphat Harkabi, dopo la guerra, li valutò  come “del tutto irrilevanti”.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) pubblicizzo’ centinaia di operazioni di commando di successo, ma i Palestinesi ridevano ogni volta che un auto saltava in aria a Tel Aviv e questa o quella fazione della OLP rivendicava l’attentato.

Quando la moglie di Yasir Arafat, Suha, rimase incinta, la barzelletta del momento fu che quattro fazioni palestinesi ne avevano rivendicato la responsabilita’. Ad ogni modo, è chiaro che Israele conquistò il Golan perchè ambiva alle sorgenti della Giordania e a una terra preziosa dal punto di vista agricolo.

La spinta maggiore dietro l’attacco israeliano del ’67 era quella di ristabilire la sua capacità di deterrenza – vale a dire la paura nei suoi confronti del mondo arabo.

North: Non puoi lasciare che Nasser chiuda lo Stretto, anche se egli non lo chiuse.

Finkelstein: Esattamente. Nasser stava mettendo in subbuglio il cosiddetto quartiere arabo.

Quando Nasser dichiarò lo Stretto chiuso, attraversò una linea rossa israeliana. Fu il punto di non ritorno. Il generale israeliano Ariel Sharon avvisò il gabinetto che Israele stave perdendo la sua “capacita’ di deterrenza”. .. la nostra arma principale- la paura verso di noi.

Weiss: Perche’ gli Ebrei chiamavano Nasser il bastardo?

Finkelstein: In Occidente veniva chiamato Hitler del Nilo.

Weiss: Ma perche’?

Finkelstein: Vi ho fatto cenno prima; era l’era dell’antimperialismo esaltante del dopo guerra, il Terzomondismo. Nasser era una figura emblematica. Certamente, tutto si risolse in un disastro. Non riesco a pensare a nulla di buono che venne fuori di lì. Come il mio amico Paul Sweezy, economista marxista, usava dire “ Ahime’, solo illusioni”.

NorthNasser portò scienziati nazisti in Egitto.

Finkelstein: Si, l’Egitto acquistò servizi dagli scienziati nazisti. E cosi fecero gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Tutti li stavano reclutando. Quando si trattava di uccisioni di massa, sapevano il fatto loro.

Weiss: Ma alcune vignette nella stampa araba, a Damasco e a Il Cairo, mostravano degli Ebrei che venivano gettati a mare. Prima della guerra.

Finkelstein: Si, il capo dell’OLP, Ahmed Shukeiri, fece dei discorsi stupidi in cui diceva di voler annientare Israele.

WeissQuesto non e’ irrilevante.

Finkelstein: No, ma i leader israeliani sapevano che era solo una buffoneria. Non si sentivano intimoriti. Il “panico” israeliano era tutta una messa in scena. Eban, all’ONU, era il direttore di scena e sceneggiatore. Intitolò il capitolo della sua autobiografia sul ’67, “Vivere o morire”. Un bel tocco. Egli affermo’ una volta che la “propaganda è l’arte di convincere gli altri di qualcosa di cui nemmeno tu sei convinto”. Eban era un virtuoso dell’arte della propaganda.

WeissCosa vogliono dire queste vignette? Erano racconti di villaggio, sentimento popolare?

Finkelstein: Si, ma devi contestualizzarle. Nel suo studio illuminante, “Le guerre di confine di Israele”, Benny Morris dimostra che, una volta al potere nel 1952, Nasser non voleva entrare in guerra con Israele. Era un nazionalista, voleva modernizzare l’Egitto. Secondo Morris, fu Israele – in particolare nelle figure del primo ministro Ben-Gurion e di Dayan – che inizio’ a tramare e a provocare all’inizio degli anni ’50. Non sopportavano l’idea di un Egitto che non fosse arretrato. Non avrebbero tollerato un Egitto moderno.

North: Ma stavi dicendo che la propaganda, la mania della guerra, arrivò al pubblico israeliano. Quando rispose alla chiamata, Yassi Israel temeva davvero che stave per essere gettato a mare.

Finkelstein: Definitivamente.

Finkelstein: Erano convinti che gli Israeliani avrebbero dato se stessi se si fossero sentiti con le spalle al muro. Da una parte i leader furono colpevoli due volte: provocarono la crisi e lanciarono un attacco che non fu provocato.

Dall’altra, non si puo’ dire che quello che accadde – almeno fino al momento in cui Nasser dicharo’ la chiusura degli Stretti – fu un preludio precalcolato e precalibrato della resa dei conti.

La situazione continuo’ ad inasprirsi, benche’ Israele se avesse volute avrebbe potuto mettere un punto in qualsiasi momento. Avrebbe potuto riposizionare l’UNEF sul lato del confine, si sarebbe potuto rivolgere alla Corte Internazionale di Giustizia per quanto concerne gli Stretti. U Thant, nella sua biografia, affermo’ che furono diverse le opportunità di porre fine alla crisi che Israele ebbe e rifiuto’.

North: Ti viene in mente qualche episodio storico relativamente recente in cui la versione popolare e’ totalmente diversa da quella del consenso degli storici? Qualcosa di simile alle discrepanze del’67?

FinkelsteinNel caso del Vietnam, la versione popolare era abbastanza simile a quella accademica su molti (ma non tutti) punti focali. Avemmo dibattiti, media alternativi, accademici attivisti, divulgatori esperti, fu un vero e proprio movimento. Ma la propaganda di Israele e’ stata notevolmente forte nel ’67. Nell’immaginario pubblico, è  ancora “vivere o morire”.

Weiss: Ancora oggi?

Finkelstein: Si. Scommetto che le retrospettive in occasione del cinquantesimo anniversario riproporranno la tiritera sentita e risentita: i Sovietici dichiararono falsamente che Israele stave pianificando un attacco, Nasser chiuse gli Stretti paralizzando Israele, Israele attacco’ perche’ si senti’ minacciato nella sua stessa esistenza, Israele non voleva conquistare la Cisgiordania, etc. etc. E’ tutto cosi dolorosamente prevedibile.

Weiss: Anche il New York Times fara’ lo stesso?

Finkelstein: Ho I miei dubbi che qualcuno del comitato editoriale del Time’s abbia la piu’ pallida idea di cio’ che avvenne realmente. Cio’ che avvenne realmente e’ stato completamente seppellito dalla valanga della propaganda israeliana.

North: Secondo te il libro di Michael Oren sul ’67 e’ un libro serio?

Finkelstein: No, e’ inutile. C’e’ un accademico eccellente chiamato Nathan Brown, e’ al Carnegie Endowment for International Peace. Una volta, presi parte a una conferenza in cui criticai pesantemente il libro di Oren. Brown, che conosceva Oren di persona, si trovava alla conferenza. Dopo la mia presentazione, Brown disse: “Ho letto il tuo articolo. Sono d’accordo con molte delle cose che dici. Oren va fuori dai binari quando comincia a parlare dell’Operazione Dawn. Ma perche’ sei cosi aggressivo? Perche’ usi un tono cosi’ ostile?”

“Perche’ non si tratta di uno studio qui”- risposi. “Si tratta di propaganda di stato”. Questo accadde prima che Oren diventasse ufficilamente un burocrate israeliano. Stava ancora giocando a fare lo storico. “Se fosse stato uno storico serio, avrei adottato un tono diverso”.

Diversi anni fa, ho analizzato l’influente studio di Benny Morris sui rifugiati palestinesi. Vero, fui molto critico, ma fui anche rispettoso. Oren, invece, non meritiva rispetto; e’ sempre stato un dilettante e un bugiardo. Quando Oren si rivelo’ per quello che era, non appena divento’ portavoce ufficiale di Netanyahu, mi sono sentito vendicato a ritroso per quello scambio di battute che ebbi con Brown.

Weiss: Cosa ne pensi dell’idea secondo cui questo fu il piu’ grande errore israeliano dal punto di vista strategico? Portò all’occupazione, che sta delegittimando Israele.

North: Be’, ha funzionato per 50 anni.

FinkelsteinSono d’accordo con James. Una volta ho presenziato a un funerale di un ex membra del Weather Undeground. Fu rilasciata in anticipo perche’ stave morendo di cancro. Quando lei e un’altra donna furono arrestate, furono rinchiuse in celle adiacenti. L’altra donna continuava a strillare. La donna al cui funerale stavo presenziando  le urlo’ attraverso il muro e le disse: “Smettila! Abbiamo avuto una grande corsa rivoluzionaria”.

Avevano lanciato dei petardi in un paio di uffici postali. “Abbiamo avuto una grande corsa rivoluzionaria!”. Purtroppo, con qualche delusione.

Ma come dice James, 50 anni non e’ una corsa da poco. Giudicando il tutto a partire dagli obiettivi fissati, il primo attacco israeliano fu un successo sbalorditivo. Riusci’ a disfarsi di Nasser? Si. Riusci’ a sotterrare il nazionalismo arabo radicale? Si. Riusci’ a infliggere una profonda ferita al mondo arabo? Si.

North: E questo ha mantenuto l’occupazione con successo.

Finkelstein: Si. L’unica cosa che Israele non anticipo’ fu la rinasicta del nazionalismo arabo radicale sottoforma di fondamentalismo islamico radicale. Ma chi avrebbe potuto prevedere una cosa del genere?

North: Cosa pensi accadde alla USS Liberty?

Finkelstein: Sono in contatto con uno dei membri dell’equipaggio ancora in vita, James Ennis, che scrisse un libro sull’attacco incriminando Israele. Il suo racconto era totalmente affidabile.

Per esempio, una bandiera Americana 1,5m x 2,5 m issata sulla Liberty fluttuava nel vento in una giornata cristallina d’estate. Ennis ricorda che prima dell’assalto, un pilota israeliano volava su di loro talmente basso che riuscirono persino a salutarsi. Com’e’ possibile che I piloti israeliani non videro la bandiera?

E’ originale – o meglio esilarante – il modo in cui Oren spiega l’inconveniente. Dice, “Ma I piloti israeliani non stavano guardando alla Liberty ma piuttosto stavano cercando sottomarini egiziani”. In altre parole, I piloti non videro cio’ che si trovava dinanzi a loro in acqua perche’ stavano cercando un’imbarcazione sott’acqua. Questa spiegazione deve aver impressionato profondamente il Los Angeles Times, che gli riconobbe il premio per il miglior annuario del giornale nella catergoria “storia”.

North: la ragione per l’attacco?

Finkelstein: Nessuna delle spiegazioni ufficiali regge. Ho il mio punto di vista ma devo prontamente ammettere che e’ altamente congetturale e non ortodosso.

WeissLa teoria convenzionale vuole che la Liberty aveva una sorveglianza radio e che abbattendo la Liberty Israele avrebbe potuto continuare la guerra un altro paio di giorni.

Finkelstein: Si presume che alla Liberty fosse sopraggiunta qualche avvisaglia della volonta’ di Israele di occupare le alture del Golan. Ma questa teoria non si basa su un’indagine condotta da vicino.

La mia ipotesi e’ la seguente: questo e’ il grande momento di Israele, l’apice degli Ebrei, un parossistico orgasmo collettivo. Tutti i servizi armati vogliono avere la loro parte. L’aeronautica, l’esercito, la marina… La marina non aveva avuto ancora modo di intraprendere un combattimento reale. Dal momento che la guerra andava verso la conclusione, probabilmente, erano in ansia di poter avere anche loro una parte attiva in questo glorioso capitolo. Poter avere una parte nella vendetta del popolo ebraico sui non ebraici.

Ricorda, gli Israeliani non odiano solo gli Arabi. Sono in guerra eterna con tutti I non Ebrei. Tutti i non Ebrei vogliono gli Ebrei morti. Leggi Daniel Goldhagen se hai qualche dubbio. Gli Americani sono non Ebrei. Hanno rifiutato di accogliere gli Ebrei che fuggivano dall’Olocausto; non hanno bombardato la ferrovia che conduceva a Auschwitz; anche loro volevano tutti gli Ebrei morti.

Ora stanno ficcando il naso nella nostra guerra, inviando una nave spia nelle nostre acque, provando a fermarci nel nostro momento di Gloria. Fanculo gli Americani! Fanculo i non Ebrei! Lunga vita agli Ebrei! Oltre all’attacco aereo israeliano alla USS Liberty, la marina israeliana siluro’ l’imbaracazione.

Giusto per condividere le finte prodezze e la vendetta per la sofferenza millenaria degli Ebrei. Tutti ebbero i loro 15 minuti di sangue schizzante, in memoria dei martiri Ebrei.

Sono io il primo ad ammettre che ci sono delle falle nella mia ipotesi ma probabilmente si avvicina piu’ questa alla realta’ che qualsiasi altro motive razionale.

North: Come fu archiviato l’attacco?

Finkelstein: Ragione di stato. Certamente il president Johnson sapeva quello che era accaduto. Ma Israele, ora, era la “risorsa strategica” degli Stati Uniti nel Medio Oriente, quindi Johnson lascio’ stare la cosa.

Weiss: La comunita’ ebraica sta andando verso un momento di riflessione, per Alan Solow. Ci sara’ ricerca delle anime, e I gruppi lobbistici israeliani dovranno presentarsi con un’ottima narrativa. Credi che ci sara’ una sorta di valutazione ragionata della guerra e avra’ qualche conseguenza, non solo a livello storico, ma anche sull’immagine di Israele?

FinkelsteinBenche’ I fatti reali che portarono al primo attacco israeliano verranno consegnati al vuoto di memoria di Orwell, gli effetti dannosi della guerra sulla societa’ israeliana probabilmente saranno oggetto di riflessione. E’ discutibile che Israele divento’ un posto diverso dopo il 1967. Come il giornalista Gideon Levy ha osservato di recente, prima del 1967 Israele era ben lontano dall’essere un bel posto, ma non mancava di virtu’.

Odio l’aggettivo “sfumato”, odio l’aggettivo “complesso” – piu’ spesso che no, questi aggettivi sono scappatoie morali – ma, comunque, bisogna dire che, a parte I crimini che furono inflitti sulla popolazione locale, c’erano – cosi come qui negli Stati Uniti, sui quali pesa il proprio “peccato originale” – sfaccettature di redenzione nell’esperimento Israele pre 1967.

Non si puo’ altrimenti spiegare perche’ molte persone decenti, progressiste, solidamente ancorate alla Sinistra, trovarono molto da ammirare li. La moglie del Prof. Chomsky, Carol, che era molto intelligente, sensibile, semplice – voleva restare. Le piacquero le persone e la vita nei kibbutz. Leggiamo anche i saggi di ammirazione verso Isarele pre 1967 dello storico marxista Isaac Deutscher.

Tra l’altro, l’unica valutazione accorta di dove Israele stava andando dopo la guerra fu quella di Deutscher in un’intervista del 1968 rilasciata per la New Left Review.

Si tratta di un ritratto illuminante per esempio del nuovo re consacrato per gli Ebrei, Moshe Dayan – “ eroe e salvatore, con la mentalita’ politica di un sergente maggiore di reggimento, che andava farneticando a proposito di annessioni e sfoggiava un’aspra insensibilita’ quando parlava del destino degli Arabi nei territori conquistati”. Ma se leggiamo Deutscher fino a prima del 1967, molte cose di cui egli stesso fu testimone durante le sue numerose visite in Israele trovavano il suo appoggio.

Moshe Dayan

Quel posto ispiro’ molti giovani idealisti. Era un posto egalitario, semplice, austero, comunitario, pieno di speranze. I suoi leader erano relativamente estranei alla corruttibilita’ ed erano animati da un ideale comune.

Il bestseller di Ari Shavit, La mia Terra Promessa, e’ sicuramente sdolcinato ma la rappresentazione che da di quei giorni contiene un fondo di verita’.

La guerra del ’67 mise in atto una serie di sviluppi che trasformarono Israele in un posto davvero squallido. Si, puo’ farsi vanto di un settore high-tech impressionante, ma niente di piu’.

Weiss: Direi che ora stai rispecchiando il senso comune. Quello che stai dicendo – che penso potrebbe accadere a ridosso dell’anniversario – e’ che seppelliremo il bello, il sogno, il miracolo, la fioritura del deserto. Dici che quella illusione poteva essere mantenuta sino al ’67. Be, penso che in questo caso la disillusione sia ora il senso comune e diventera’ ancora piu’ solida durante questo anniversario. Non stai facendo chissa’ quale profezia.

Finkelstein: Non mi faccio illusioni su Israele prima del ’67. Ma sarebbe sbagliato negare che il Paese e’ cambiato in peggio. Mentre prima il Paese praticava un’uguaglianza spartana, oggi la disguaglianza di reddito in Israele e’ fra le piu’ elevate fra I Paesi dell’OCSE. Un altro indizio rivelatore: Yitzhak Rabin fu costretto a dimettersi nel 1977 solo perche’ sua moglie aveva aperto un conto in banca negli Stati Uniti. Fai un confronto con quello che accade oggi, ogni settimana c’e’ un membro dell’elite politica israeliana convolto in un grande scandalo finanziario. E’ difficile negare che e’ un posto diverso.

North: Entrambi potreste aver ragione. Phil ha ragione nell’aver capito che Israele non era quello che le persone pensavano che fosse, e’ in continua espansione. Ma questo potrebbe non emergere durante la commemorazione dei 50 anni.

FinkelsteinNon abbocco al concetto del “peccato originale” inevitabile. Cose terribili accaddero nel 1948. Ma Israele non e’ diventato cio’ che e’ a causa di un destino teleologico. Sono state fatte delle scelte lungo il percorso. Senza dubbio le scelte furono condizionate fa fattori ideologici e materiali. Ma comunque furono scelte.

Noi Americani abbiamo I nostri peccati originali. L’espulsione e lo sterminio della popolazione indigena praticamente non si possono dimenticare. Ma il rapimento e la resa in schiavitu’ degli Africani Americani, be’, la situazione attuale e’ lungi dall’essere perfetta – la scala di Jacob ha molti gradini – ma, anche se questo puo’ sembrare un cliché, c’e’ stato un miglioramento.

C’e’ una parola tedesca, aufgebung. Hegeliani e Marxisti l’hanno usata. La parola viene tradotta allo stesso tempo in “abolire”, “preservare” e “superare”. Come tutti gli altri paesi, Israele avrebbe potuto abolire, preservare e superare il suo peccato originale. Ma dopo il ’67, Israele si e’ lasciato prendere la mano, si e’ lasciato inebriare dalla sete di potere. Ora e’ un posto folle.

Se non a livello qualitativo, c’e’ stata perlomeno una trasformazione a livello quantitiativo nel 1967. Tuttavia, forse non e’ ancora troppo tardi per Israele per riparare alcuni dei danni compiuti contro la popolazione locale e contro se stesso. Guardiamo alla Germania e al Giappone. Nella prima meta’ del Ventesimo secolo, erano forse gli stati piu’ razzisti ed espansionisti del Pianeta. Ora, I sondaggi d’opinione li collocano ai primi posti della classifica degli Stati piu’ pacifici. O guardiamo all’improvviso cambiamento di rotta del Sud Africa.

North: Direi lo stesso del Sud Africa. Ho lasciato il Sud Africa nel 1982. Nessuno avrebbe scommesso che nel giro di dieci anni Mandela sarebbe uscito di prigione. Tutti avevamo pensato che in qualche modo avremo vinto. Ma pensavano di metterci almeno il doppio degli anni. E che sarebbero morte piu’ persone. Tutti pensavamo che Mandela sarebbe morto in carcere, solo perche’ il regime era davvero forte. C’erano diversi fattori, Cuba, l’Africa Sud Occidentale. Ma si, il fatto che io fossi li quando Mandela usci’ dal carcere nel 1990 fu qualcosa di sorprendente per me.

Weiss: Mi ricordo quando era alla sesta classe, JR Krevans corse verso di me per dirmi che avevano messo a tappeto le forze aree egiziane. Ora e’ un medico, le questioni ebraiche non gli importano piu’, ma ebbe un senso di solidarieta’ reale.

Finkelstein: Fino al ’67, l’immagine che avevamo di noi stessi era scarna, da sfigati, quella dei tipici personaggi alla Woody Allen insomma. Ma dopo la guerra, gli Ebrei potevano farsi vanto delle loro prodezze marziali.

North: “Porta Bring Mshe Dayan qui, mandala in Vietnam e conduci la nostra guerra li”. Fu il grande eroe.

FinkelsteinDayan portava una benda ed era un donnaiolo. Un ebreo che era mezzo pirata e mezzo Casanova! Era eccitante.

Immagine di un soldato israeliano durante la guerra dei Sei Giorni sulla rivista Life.

Weiss: Un mio amico bianco anglosassone protestante considero’ eccitante anche l’immagine dei soldati ebrei abbronzati nel deserto riportata in copertina dalla rivista Life. L’esatto contrario dell’immagine degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale; e tutti se ne innamorarono.

Finkelstein: E’ vero. Si tende a dimenticare che per la mia generazione era quasi un marchio di vergogna essere un sopravvissuto all’Olocausto. Il mantra era che gli Ebrei si comportarono come pecore al macello.

NorthAnche se non e’ vero.

Finkelstein: Ma questo e’ come la cosa veniva vissuta. Gli Ebrei si sentivano in imbarazzo, provavano vergogna. Erano dei deboli, dei codardi.

Ho detto prima che mia madre testimonio’ in un processo contro le guardie naziste del campo di concetramento di Majdanek. L’accompagnai. Mia madre fu scioccata quando vide le guardie camminare a piede libero nel tribunale. Comincio’ a strillare: “Perche’ non sono nelle gabbie? Sono animali!”.

Una notte, mentre stavamo uscendo dal tribunal, la guardia piu’ feroce, Birgitta, mi sorpasso’ da un lato mentre mia madre camminava sull’altro lato. Fui sorpreso, stupito, sconcertato…

Aspettai che Birgitta fosse lontana almeno 100 passi da noi. Poi chiesi a mia madre: “Sai chi e’ quella?”

Strizzo’ gli occhi e comincio’ a tremare in tutto il corpo: “Birgitta?”

“Si! Cosa vuoi che faccia?”

“Prendila! Prendila! Pensano che siamo pecore! Prendila!” (Norman Finkelstein gesticola verso James North, riproponendo I movimenti che sua madre fece quando vide Birgitta. 2 Maggio 2017).

Mia madre era la classica madre ebrea super protettiva. Ma in quel momento, non gliene importo’ un bel niente di quello che mi sarebbe potuto accadere. Pensava solo a strillare “Prendila! Prendila! Pensano che siamo pecore! Prendila!”

E’ una terribile ironia che dopo la guerra del ’67, gli Ebrei Americani si strinsero in difesa di Israele come a voler dar prova di virilita’ e coraggio e vendicarono il proprio onore colpendo indirettamente Arabi per lo piu’ indifesi.

 

trad. Rossella Tisci – Invictapalestina

Fonte: http://mondoweiss.net/2017/06/six-day-war-finkelstein/

Seconda parte – “Vivere o morire”. Norman Finkelstein a proposito della Guerra dei Sei Giorni e la sua mitologia.

Seconda parte – “Vivere o morire”. Norman Finkelstein a proposito della Guerra dei Sei Giorni e la sua mitologia.

 

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