Nostalgie gerosolimitane

admin | March 25th, 2013 – 10:17 pm

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No, non sono le mie, le nostalgie gerosolimitane. Sono di Bradley Burston, oggi su Haaretz. Parla di una Gerusalemme che io non ho mai conosciuto. Una Gerusalemme vivace, piena di speranza, per niente scura. Una città, a dire il vero, diversa non solo dall’oggi, ma anche da quella descritta da Amos Oz nei suoi testi di anni fa, da Michael Mio a Storia di amore e di tenebra. Se Oz parlava – per la Gerusalemme a cavallo del 1948 e poco oltre – di una tristezza profonda, di un disagio ancora evidente in chi, tra i nuovi israeliani, doveva fare i conti con una identità (pregressa) forte e imponente e una identità nuova, prepotente ma in fieri, Burston parla di una Gerusalemme diversa. Anche temporalmente diversa. Una Gerusalemme che forse si è trovata meno sotto i riflettori della letteratura, ma non per questo meno importante nella storia della città. È la Gerusalemme tra due guerre, tra il 1967 e il 1973. Dice Burston:

We were beyond reach. The moment we hit Jerusalem, we exchanged planets. There was promise in the air, wherever you walked. It was a work in progress, sensual, undecided about what it would be and still excited about it, curious, keen. A Chagall wedding of a city, weightless and welcoming in a way we had never experienced. East and West, old and new, the city seemed to be in a process of opening up, letting air in, allowing people of all kinds, pious and freak, Christian, Muslim and Jew, to be themselves.

Che vi sia il peso della nostalgia, in questa descrizione, è possibile. Così come è verosimile che l’autore condivida una lettura per alcuni versi stereotipata. A Gerusalemme, la pia e devota, c’è il vecchio. Il novo, il giovane è tutto a Tel Aviv. Sa bene chi ha vissuto a Gerusalemme che in parte si tratta di una lettura vera, e che però – allo stesso tempo – fa un torto alla complessità della cita tre volte santa. Gerusalemme non è vivace come alla fine degli anni Sessanta, forse. È vecchia e fanatica, come direbbe Amos Oz. Ma allo stesso tempo il nodo non è quello dell’integralismo dei suoi abitanti più devoti e ortodossi. Il nodo è il conflitto. Un conflitto che, a questo punto, non consente neanche di godere della nostalgia, sentimento caldo e confortante.

Perché le nostalgie gerosolimitane sono tante e diverse. Come quella messa in versi da Nabil Salameh, palestinese e cittadino italiano, in un brano dei Radiodervish dedicato proprio alla città, Ainaki.

Ha fuso tutti i nomi nel mio sangue
Gerusalemme, il bacio di Gerusalemme
Ora sono un pianeta errante
In un universo lontano
In un tempo strano

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