Nucleare Iran, altra giravolta Trump tra guerra e ridicolo

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Trump ora cerca la mediazione Svizzera. Molti suoi consiglieri (pensando a Hormuz) lo invitano alla prudenza. Anche perché il suo possibile avversario alle Presidenziali, Joe Biden, sfreccia come un fuoribordo nei sondaggi
Iran, il Presidente Rohuani vuole un referendum sul nucleare.
La crisi con gli Stati Uniti a un punto di svolta? Il peso insostenibile delle sanzioni economiche.

«Trump-diplomacy»,
bastone, carota e confusione

Nucleare Iran, altra giravolta Trump tra guerra e ridicolo
Ormai è un classico della “Trump-diplomacy”: davanti agita un nodoso bastone e dietro le quinte cerca di distribuire carote. Con l’Iran, l’atteggiamento da sindrome bipolare della Casa Bianca, in effetti, sta raggiungendo soglie da clinica neurodeliri. Roba da psichiatri, insomma, più che da raffinati specialisti di strategia e sicurezza globale. Dall’altro lato hanno colto il momento. Le sanzioni stanno mettendo in ginocchio il Paese degli ayatollah. E le rivolte potrebbero essere dietro l’angolo. Lo dicono i numeri. Così, mentre davanti alle telecamere ci si azzuffa, nel chiuso dei camerini si discute su come uscire da questo ginepraio.

Iran referendum e nucleare

Rohuani ha detto di voler dare la parola al popolo, con un referendum sul nucleare. A Teheran sanno che la vera materia del contendere non è il Trattato che Trump si è messo sotto i piedi. No. Le motivazioni che spingono gli Usa all’attacco sono altre. Così gli sciiti persiani hanno optato per una risposta diplomatica “flessibile”. Vogliono stanare gli americani e la loro strategia del piffero. In effetti, le notizie della “foreign policy” ufficiale, quella disegnata per giornali e fotografi, dicono che in Medio Oriente arriveranno altri 1.500 soldati statunitensi. In funzione dichiaratamente anti-iraniana. L’annuncio, notificato venerdì da Trump al Congresso, è stato “benedetto” (anzi, condiviso) anche dal Pentagono.

Altri 1500 soldati Usa

In effetti, la decisione è stata presa durante un briefing svoltosi il giorno prima al Ministero della Difesa Usa. Ma se il tintinnar di sciabole fa intravedere possibili disastri, nelle segrete stanze, come detto, si lavora per smussare gli spigoli. Non tutti i collaboratori dell’ex Palazzinaro che siede nello Studio Ovale impiegano il loro tempo ad affilare gli artigli. E’ opinione corrente che il Partito dei “falchi” sia capeggiato da John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Un sacco e una sporta di “advisers” invece frenano (specie i militari), mentre Mike Pompeo, Segretario di Stato, gira come una trottola per cercare di mettere d’accordo cani e gatti.

La minaccia di Hormuz

Ci risulta che gli Stati Uniti, forse consci di avere seminato troppi chiodi a tre punte sulla strada della convivenza pacifica nel Golfo Persico, stiano cercando di ammorbidire i toni senza perdere troppo la faccia. L’attacco concentrico contro il regime degli ayatollah, studiato a tavolino con Israele, Arabia Saudita e tutto l’arcipelago sunnita, in verità, ha terrorizzato gli alleati europei. I quali, vasi di coccio in mezzo a quelli di ferro, pensano con sgomento alla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz. Che sarebbe una campana a morto per l’economia del Vecchio Continente, già massacrata dalle guerre sui dazi doganali scatenate da Trump contro Pechino.

Foie del biscazziere

Gli Stati Uniti, trascinati dalle foie dell’improbabile biscazziere di Pennsylvania Avenue, stanno romopendo le scatole a tutti, senza guardare in faccia nessuno: amici, nemici, parenti e vicini di casa. Pompeo, girando come un questuante per le sette chiese degli inferociti “alleati” europei, se l’è sentito ripetere in tutte le lingue. L’offensiva contro l’Iran non ha alcun senso strategico e, soprattutto, nessuna giustificazione sul piano diplomatico. Gli ayatollah hanno scrupolosamente rispettato gli obblighi derivanti dal Trattato sul nucleare. Unilateralmente denunciato dagli Usa per fare un favore a Gerusalemme e agli sceicchi sauditi e, probabilmente, per una forma di dispettoso capriccio nei confronti di Obama. La cui politica estera in Medio Oriente era l’esatto contrario di quella di Trump.

La ‘sponda’ Svizzera

E così, attacca di qua e frena di là, adesso la Casa Bianca cerca “sponde” per uscirsene dal ginepraio in cui s’è cacciata. Nell’ansia di evitare un catastrofico confronto dalle parti di Hormuz, infatti, Trump si è rivolto alla … Svizzera. Nazione che cura gli interessi diplomatici americani in Iran e alla quale è stata chiesta una mediazione. Il Presidente della Confederazione, Ueli Maurer, si è recato recentemente (e a sorpresa) da Trump. E non certo per parlare di cioccolato, orologi e sigarette di contrabbando. Strano, vero? Ma nell’Amministrazione repubblicana crescono i distinguo e i sussurri e le grida di chi parla di una politica estera che cammina come un transatlantico senza timone: “alla giornata, e che Dio ce la mandi buona”.

Croce Rossa diplomatica

Troppo rischioso, anche per un “gambler” come Trump, abituato sì a vendere patacche, perché tanto, poi il conto lo paga Pantalone. Ma che questa volta deve stare attento, dato che nei sondaggi per le prossime Presidenziali Joe Biden solca le acque come un motoscafo spinto da una dozzina di fuoribordo. Invece l’energumeno della Casa Bianca ansima. Trafelato e “trifolato” da una critica impietosa di tutto l’establishment mediatico. Tornando alle pezze che i consiglieri di Trump stanno cercando di mettere per tappare i buchi provocati dalle foie del Presidente (tutti maledicono Twitter…) va aggiunto che, secondo voci di corridoio, sarebbe un diplomatico elvetico, Artur Henninger, il maître à penser di un team (in realtà una specie di Croce Rossa diplomatica) organizzato in fretta e furia dalla Cia, per gestire la rogna iraniana.

Cia e ritirata strategica

Ed ecco Brian Hook, l’esperto di turno in teocrazia persiana. Gli 007 di Langley non sanno più che pesci pigliare e cercano, disperatamente, di tenere i canali diplomatici aperti con il Presidente Rohuani e la Guida Suprema, Alì Khamenei. Ma Rohuani ha detto chiaro e tondo che lui non parla con nessuno. se gli puntano una pistola alla testa. In ogni caso deve sempre “rapportarsi” a Khamenei e potrebbe forse trovare uno straccio di soluzione appoggiandosi ad Alì Akhbar Salehi, chairman della Commissione iraniana per l’energia atomica. Insomma, dopo aver fatto il gradasso, Trump sta cercando (forse) una ritirata strategica, muovendosi scompostamente nella “terra di nessuno”. Mollando un colpo al cerchio e uno alla botte, nella speranza che non si martelli pure i pollici.

 

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