NUOVO SCIOPERO DELLA FAME NELLE CARCERI ISRAELIANE?

 

I prigionieri politici palestinesi minacciano di cominciare un altro sciopero se Israele non si attiene all’accordo del 14 maggio che ha posto fine alla protesta nelle carceri israeliane. “E’ una forma di punizione contro chi ha scioperato“ denuncia il ministro degli Affari dei Prigionieri.

MARTA FORTUNATO

Beit Sahour (Cisgiordania), 04 giugno 2012, Nena News – Esattamente tre settimane fa il comitato dei Prigionieri ed Israele siglavano un patto che poneva fine allo sciopero della fame di oltre 1500 prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane. Secondo gli accordi presi, Israele prometteva di migliorare le condizioni di vita in carcere, di porre fine alla pratica dell’isolamento, di permettere alla famiglie di Gaza di far visita ai loro parenti in prigione e di restituire le salme di 100 palestinesi sepolti nel “cimitero dei numeri” nella Valle del Giordano. Inoltre l’accordo prevedeva che, nel caso in cui Israele non fosse stato in possesso di nuove informazioni, non avrebbe rinnovato l’ordine di detenzione amministrativa a 322 prigionieri politici che si trovavano in carcere senza accusa né processo. Tuttavia, come ha denunciato ieri il ministro degli Affari dei Prigionieri Issa Qaraqaa, le condizioni di vita nelle carceri israeliani rimangono gravi e i detenuti palestinesi minacciano di cominciare un altro sciopero della fame se Israele continua a violare gli accordi del patto. “Dopo nemmeno dieci giorni dalla firma dell’intesa, Israele ha rinnovato la detenzione amministrativa ad almeno 30 prigionieri” ha continuato Qaraqaa – si tratta di una forma di punizione per coloro che hanno partecipato allo sciopero e lo scopo di Israele è quello di mostrare al mondo che la loro protesta ha fallito”. Il ministro ha anche affermato che a molti detenuti che avevano rifiutato il cibo vengono ora negate le cure mediche e non viene permesso di fare acquisti nei negozi delle carceri. E fino ad ora non sono ancora state permesse le visite alle famiglie di Gaza. “Israele concederà loro il permesso ma è una procedura che richiede tempo perchè devono essere consultati diversi organi” ha dichiarato un ufficiale israeliano. Issa ha anche chiesto di investigare sulla morte del ventisettenne Raed abu Hammad che venerdì scorso è stato trovato morto a terra nella sua cella, in isolamento. “Vogliamo un’autopsia sul corpo di Raed per capire le cause della morte” ha dichiarato Issa – Israele è completamente responsabile della morte del prigioniero perché era malato e i dottori del’IPS lo sapevano”.

Intanto prosegue lo sciopero della fame di Mahmoud Sarsak e di Akram Rikhawi che rispettivamente rifiutano il cibo da 78 e da 54 giorni. Secondo quanto riferito, i due scioperanti sono in uno stato di semi-coma e il battito cardiaco è bassissimo. “Le condizioni di salute [dei due prigionieri] si stanno rapidamente deteriorando”. A lanciare l’allarme è Addameer, l’associazione per i diritti umani a sostegno dei prigionieri – nonostante la gravità della loro situazione, l’Israeli Prison Service continua a negare ai dottori dell’associazione Medici per i diritti Umani – Israele di visitare i prigionieri e si rifiuta di trasferirli in ospedali civili affinchè possano ricevere cure adeguate”.

Mahmoud Sarsak ha iniziato lo sciopero il 19 marzo dopo che il 1 marzo Israele ha rinnovato la sua detenzione per la sesta volta. Secondo quanto riferito da Addameer, durante lo sciopero della fame, a Mahmoud era stato promesso che, se avesse deciso di ricominciare a mangiare, la sua detenzione non sarebbe stata estesa nuovamente il 1 luglio. Di fronte alla sua volontà di avere un documento scritto, Israele aveva ritratto la proposta. Ciò che chiede è di essere riconosciuto come prigioniero di guerra.

Akram Rikhawi, in carcere da 8 anni (su una condanna di 9) denuncia di essere detenuto pur essendo gravemente malato. Ora si trova nell’ospedale del carcere di Ramle e le sue condizione di salute, già precarie rima dello sciopero, si stanno aggravando giorno dopo giorno. Nena News

http://nena-news.globalist.it/?p=19851

 

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