Obama a Israele: un bel discorso, un cambiamento sfortunato e non molta speranza

REDAZIONE 3 APRILE 2013

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 Di Carl Bloice

 

31 marzo 2013

Nel suo discorso tenuto la settimana scorsa agli studenti israeliani, il presidente Obama ha detto molte delle cose che è necessario siano dette. La sua descrizione della causa e delle aspirazioni del popolo palestinese è stata accurata. Il problema è che l’effetto complessivo   del suo recente viaggio in Medio Oriente ha rappresentato un passo indietro.

Penso che Philip Stephens, il principale commentatore politico del Financial Times, lo abbia riassunto molto bene: ” Barack Obama fa un bel discorso,” ha scritto. “Lo ha fatto di nuovo a Gerusalemme. Pochi possono  confrontarsi con il presidente statunitense nell’avvolgere la comprensione intelligente nei pentametri della poesia. Questo è il motivo per cui la retorica esagerata  così spesso causa delusione. La parole diventano un sostituto dell’azione, invece che un preludio a questa.”

Non guardo né ascolto i discorsi del presidente di questi giorni. Sono stato coinvolto, perfino commosso  dalle sue capacità oratorie fin troppe volte. Leggo il testo il giorno seguente e cerco di comprendere che cosa si sta realmente dicendo.

“I leader si dividono tra coloro che rispettano i parametri stabiliti del potere e della politica e quelli che li sfuggono,” ha scritto Stephens il 24 marzo. “Il Signor Obama finora ha trovato posto nella     prima categoria.  Nonostante tutta la sua eloquenza, il viaggio di questa settimana ha dimostrato i limiti dell’ambizione degli Stati Uniti. Il Medio Oriente sta bruciando. Il presidente ha concluso che non c’è molto che si possa fare.”

“I suoi funzionari  hanno detto che questo è ingiusto. Lo sforzo di riparare le relazioni con Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, e di riassicurare gli israeliani del fermo impegno dell’America per la loro sicurezza, è stato un lavoro preparatorio  vitale nello sforzo di ripristinare i colloqui di pace con i Palestinesi,” ha continuato Stephens.  “L’impegno sarà ora ripreso da John Kerry, un segretario di stato ansioso di attraversare il campo minato della diplomazia del Medio Oriente.  Va tutto benissimo, ma le buone intenzioni del Signor Kerry sono inutili se il presidente non è pronto a correre dei rischi.”

“E’ stato un discorso memorabile: Obama ha detto delle cose che gli Israeliani hanno bisogno di sentire da un presidente degli Stati Uniti,” ha scritto Michael Cohen la settimana scorsa nel quotidiano inglese Guardian. “Ma nulla che è accaduto giovedì a Gerusalemme servirà molto a rendere più probabile la realizzazione di una soluzione dei due stati. Più che mai, sia gli israeliani che i palestinesi non hanno bisogno di parole, ma di azioni da parte del presidente degli Stati Uniti. Rimane da vedere se queste saranno imminenti.”

“Obama ha posto i tipi di domande che non si chiedono più a voce alta nella maggior parte di Israele, sommersa così tanto in una corrente continua di retorica sciovinista di destra, associata così tanto con le persone che vengono rappresentate come liberali pazzoidi e come sinistroidi che odiano loro stessi, “ha commentato Chermi Shalev, un corrispondente statunitense del quotidiano israeliano Haaretz ed ex corrispondente per la rivista settimanale ebraica con base a New York, The Forward. “Obama  ha sfidato  l’opinione diffusa che il tempo è dalla nostra parte e che lo status quo sta operando in nostro favore. Ha chiesto, davvero una bestemmia, che gli israeliani tentino di guardare il mondo attraverso gli occhi dei palestinesi. Ha condotto, che cosa ironica, il tipo di campagna per la pace basata sui valori che i partiti del cosiddetto centro-sinistra temevano così tanto nella recente campagna elettorale, perché pensavano che fosse tossica.”

Nel suo discorso agli studenti israeliani della settimana scorsa, il presidente Obama ha detto un sacco delle cose che è necessario dire, e di questo gli si deve dare merito. La sua descrizione della causa e delle aspirazioni del popolo palestinese è stata precisa. Il problema è che l’effetto complessivo del suo recente viaggio in Medio Oriente ha rappresentato un passo indietro.

“Obama ritorna oggi negli Stati Uniti e ai suoi problemi, nazionali ed esteri,’ ha scritto Nahum Barnea sul giornale israeliano Yedioth Ahronoth. “Ci lascia con un meraviglioso discorso e nello  stesso vicolo cieco che esisteva prima del suo arrivo.”

Contrariamente all’impressione trasmessa dalla maggior parte dei più importanti mezzi di informazione di questo paese, gli israeliani non erano proprio unanimi nel loro apprezzamento delle osservazioni del presidente degli Stati Uniti, certamente non i membri del governo del primo ministro Netanyahu.

Mentre il Ministro della giustizia,Tzipi Livni, del partito Hatnua, ha definito le osservazioni di Obama “importanti e stimolanti,” il membro della Knesset, Miri Regev, del partito di Netanyahu, il Likud, ha definito il discorso di Obama “offensivo per Netanyahu”. “Credevo che Obama arrivasse con maggiore comprensione del processo diplomatico tra noi e i palestinesi, ma vedo che non ha cambiato le sue posizioni, né sulla costruzione degli insediamenti e non sui due stati per due nazioni, e ha deciso che i giovani devono influenzare i loro capi per esercitare pressione pubblica sul governo, in modo esso realizzi il programma [di Obama],”  ha detto la Livni.

Un altro rappresentante del Likud al parlamento, Moshe Feiglin, ha detto che il discorso di Obama conteneva “un sacco di porcherie.”

Il Ministro del commercio e dell’economia, Naftali  Bennett, ha fatto obiezioni riguardo  alle critiche di Obama  sulla costruzione di insediamenti ebraici in Cisgiordania e alla sua difesa della     Palestina. “Uno stato palestinese non è il modo giusto,” ha detto. “E’ arrivato il momento per esprimere nuove idee e creatività per risolvere il conflitto in Medio Oriente.”

“Comunque, una nazione non occupa la sua stessa terra,” ha aggiunto Bennett.

Bennett sarà a New York il mese prossimo per la Conferenza annuale del giornale di destra Jerusalem Post,condividendo  con un altro    dell’occupazione, Caroline Glick, vice caporedattrice     del giornale,  ex vice consigliere per la politica estera di Netanyahu , e  il falco dei falchi statunitensi ed ex ambasciatore all’ONU John Bolton, dove discuteranno il tema: Due stati per due popoli?

Ayelet Shaked del Partito della Casa Ebraica ha commentato: “Alla fine della giornata avremmo dovuto assorbire i tragici risultati distruttivi della formazione di uno stato palestinese. Questo è il motivo per cui la nazione ha scelto un governo che non include il sostegno a una soluzione  dei due stati nei suoi criteri, e il presidente degli Stati Uniti per il quale la democrazia è un principio guida, deve rispettare questa situazione.”

La costruzione degli insediamenti “continuerà in conformità con quella che è stata la politica del governo finora,” ha detto il Ministro per gli alloggi Uri Ariel, un colono e membro del Partito della Casa, a dei telespettatori, alla vigilia dell’arrivo di Obama. Ha detto che la costruzione sarebbe continuata nella Cisgiordania occupata “più o meno come si è fatto in precedenza. Non vedo alcuna ragione di cambiare le cose.”

Come rendono molto chiaro queste affermazioni, c’è tutt’altro che un consenso riguardo alla “soluzione dei due stati” nei circoli dominanti  di Israele. Stephen ha osservato che Netanyahu “maschera molto poco il suo disdegno per un accordo sui due stati” e che l’espansione degli insediamenti illegali “è destinata a creare cose concrete che bloccano  lo stato palestinese che il Signor Obama giudica essenziale per una pace duratura.”

Come concepito dai sostenitori della “soluzione dei due stati” – con l’appoggio della maggior parte dei governi del mondo – un nuovo stato palestinese avrebbe inizio in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme est, aree occupate da Israele nel 1967. Oggi quell’area è stata colonizzata da oltre mezzo milione di Israeliani, 60.000 dei quali dal giorno dell’insediamento di Obama.

Obama “sembra che giovedì si sia avvicinato alla posizione di Israele riguardo alla ripresa dei colloqui di pace con i palestinesi, da lungo tempo in stallo,  non arrivando a insistere per un’interruzione dell’espansione come aveva fatto in precedenza, nel suo primo mandato,” ha scritto Mark Landler il 21 marzo sul New York Times. “Il signor Netanyahu potrebbe trovare conforto nel fatto che il Signor Obama si è avvicinato alla sua posizione che i palestinesi dovrebbero negoziare  senza prima estorcere un’interruzione a tutta l’attività per gli insediamenti,” ha scritto Landler da Amman due giorni dopo.”

La promessa che il suo segretario di stato impiegherà tempo ed energia per aiutare gli israeliani e i palestinesi ad avvicinarsi è il minimo, praticamente una pura cortesia,” ha detto il giornale tedesco di destra Frankfurter Allgemeine Zeitung. “Altrimenti, a parte poche dubbi irrisolti, Obama ha completamente adottato il corso di Netanuyahu.”

Come ha scritto Jonathan Tobin sulla rivista neo-conservatrice statunitense Commentary, Obama ha detto che gli insediamenti non erano il problema fondamentale al centro del conflitto e che, se tutti gli altri fattori che dividono le due parti fossero risolti, gli insediamenti non impedirebbero la pace. Cosa, ancora più importante, ha sottolineato che nessuna delle due  parti  dovrebbe porre pre-condizioni prima che si possano riprendere i negoziati di pace.”

Avendo apparentemente visto la luce, e concluso che una continuazione dello status quo non può portare a nulla di buono, l’opinionista del New York Times, Thomas Friedman, domenica scorsa ha scritto che i palestinesi “hanno necessità di far cadere tutte le loro precondizioni e di entrare nei negoziati” e che gli israeliani devono “interrompere gli insediamenti.” Questo è semplicemente sciocco. Se i palestinesi abbandonano la loro insistenza che l’espansione degli insediamenti si ferma, non ci sarà bisogno che questo accada. Se gli israeliani  arrestano l’accaparramento di terra, non ci sono più precondizioni. Fino a quando la valanga coloniale israeliana continua a rotolare, non c’è  probabilità  di un accordo, e una continuazione di un “processo di pace”, concederà soltanto più tempo di creare più”fatti sul terreno” che è proprio quello che vogliono gli israeliani favorevoli all’espansione.

“Non è soltanto la nostra percezione che gli insediamenti sono illegali,” ha detto il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas che ha detto:”E’ una prospettiva globale. Ognuno vede gli insediamenti non come un ostacolo, ma più che un ostacolo per una soluzione dei due stati.”.”Non chiediamo nulla, a parte la legittimazione internazionale. E’responsabilità del governo di Israele di fermare le attività di insediamento, in modo che possiamo finalmente parlare. Speriamo che il governo di Israele lo capisca,” ha detto. “Speriamo che ascoltino le molte opinioni che ci sono anche proprio dentro in Israele che parlano dell’illegalità degli insediamenti.”

“Dovremmo notare che i missili sono stati lanciati da Gaza verso la parte meridionale di Israele giovedì – un atto  incauto e provocatorio – mentre gli israeliani hanno dimostrato la loro buona fede evitando il genere di atti sprezzanti, come l’annuncio di nuovi insediamenti, che in passato hanno    rovinato le visite americane,”  ha detto  il Consiglio di redazione  del new York Times, il 21 marzo.

Ebbene, non esattamente. Mentre Obama era ancora nella regione e citava l’attacco con i missili – eseguito da un oscuro gruppo legato ad al-Qaida in conflitto con il governo di Hamas a Gaza – come giustificazione, il governo di Israele ha tagliato a metà la porzione del mare dove permetterà ai palestinesi di Gaza di pescare, mettendo a rischio i mezzi di sostentamento di circa 3.000 palestinesi che dipendono dal mare per vivere. “Non c’è nulla da pescare entro tre miglia dalla riva,” ha detto un pescatore di 62 anni, Talal Shweikh, al giornale Ahram, “Tutto il pesce che vedete oggi al mercato è arrivato dall’Egitto.”

In base ai termini dell’accordo di Oslo del 1993, ai palestinesi era permesso di pescare fino a circa 32 km. dalla costa. Tuttavia questo limite è stato ridotto a circa 5 km. Secondo un rapporto, le restrizioni applicate dalla marina israeliana, hanno causato la riduzione del numero di pescatori attivi da circa 10.000 dell’anno 2000, ai circa 3.500 di oggi.

Le autorità di Israele hanno anche chiuso Kerem Shalom, l’unico valico commerciale tra Israele e Gaza.

Se c’è quiete, i processi che facilitano la vita degli abitanti di Gaza continueranno. E se ci sono lanci di Katyusha (missili), allora queste mosse saranno rallentate e perfino fermate, se necessario, e perfino capovolte,” hanno  detto in una trasmissione ufficiale della radio dell’esercito. “Non intendiamo rinunciare al nostro diritto di reagire  a quello che accade a Gaza a causa dell’accordo con i turchi.”

Il 22 marzo, cioè il giorno che il presidente Obama ha lasciato Israele, il Consiglio delle Nazioni unite per i Diritti umani, ha approvato cinque risoluzioni, criticando Israele per la costruzione degli insediamenti e per i maltrattamenti commessi contro i civili palestinesi. Gli stati Uniti sono stati l’unico paese del consiglio formato da 47 nazioni che ha votato contro queste misure. Naturalmente, la maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa degli Stati Uniti non si sono presi la pena di informare dell’azione dell’ONU.

“Il Signor Obama correrà il rischio che sarà necessario per essere un mediatore credibile  e spingerà avanti le parti?” ha scritto il New York Times la settimana scorsa. “Il suo nuovo Segretario di stato, John Kerry, è ansioso di iniziare e sarà a Israele questo fine settimana, ma avrà il tempo di condurre una vera diplomazia? E  c’è un senso di urgenza da parte di qualcuno? In anni recenti Israele ha costruito così tanti insediamenti che le opzioni per trovare una soluzione per i due stati si stanno riducendo.”

Il Signor Obama ha trascorso 4 anni  mettendo a punto i suoi rapporti con Israele. Giovedì ha detto: “La pace è possibile.” Il problema è: Quanto investiranno Obama, il Primo ministro Benjamin Netanyahu di Israele e il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas  per fare la pace si realizzi?”

“Le richieste di Obama sono state assenti”, ha scritto l’opinionista del Washington Post, Dana Milbank, quando Obama stava ritornando in aereo a Washington. “Le sue nobili ambizioni sono state soffocate: E le aspettative erano assenti,  tra coloro che lo hanno ascoltato e tra il pubblico americano, che avrebbe raggiunto una svolta per la pace. E’ stata una tacita ammissione di fallimento, tuttavia, tutti sembravano più contenti delle aspirazioni ridotte.” Domenica Mondoweiss, la pagina di commenti on line dedicata al  Medio Oriente, ha replicato. “Dana crede seriamente che i palestinesi siano stati più contenti di ‘aspirazioni ridotte’ che l’occupazione resti così come è?”

Il quotidiano israeliano Hareetz ha posto il problema in questo modo, il 21 marzo:”Qui sta il pericolo fondamentale della visita. Il governo e il pubblico israeliano potrebbero concludere, basandosi sul tono gentile del presidente e sulla mancanza di una minaccia o di una pressione dimostrativa, che Israele è ora esente dal dover iniziare a fare passi verso la ripesa del processo di pace.”

“Questa sarebbe un’orribile conclusione,” ha continuato Haaretz. “Obama e gli Stati Uniti non sono una parte nel conflitto israelo-palestinese. Il presidente degli Stati Uniti non quello che deve vivere in una società che si sta trasformando a causa dell’occupazione e che è spinta ai margini della comunità internazionale. Netanyahu è corretto quando dice che, come aveva chiarito Washington molte volte,  che gli Stati Uniti non possono volere la pace più delle parti stesse. Però la debolezza che hanno finora  dimostrato gli Americani in ogni modo riguardo al processo di pace, in realtà dimostra che è Israele che deve offrire nuovi piani e proposte e fare avanzare la realizzazione della formula concordata dei  due stati.

“Obama può e deve chiarire a Israele come continuare a occupare potrebbe influenzare le relazioni bilaterali, danneggiare la posizione degli Stati Uniti nella regione, e minare l’appoggio del pubblico americano nei confronti di Israele. Obama lo deve a Israele e ai cittadini della sua nazione. Netanyahu, da parte sua,  non può arrivare a un accordo per “sopravvivere” alla visita  o per reciproche pacche sulle spalle. E’ responsabile del ripristino  dei negoziati con i Palestinesi.

“Il presidente degli Stati Uniti, naturalmente, ha il potere di confondere gli scettici,” ha scritto Stephens sul Financial Times. “Ha ricordato al regime iraniano che è pronto a dislocare la potenza militare americana per impedire che Tehran costruisca una bomba nucleare. Ogni conversazione che ho avuto con coloro che gli stanno vicino, mi ha fatto capire che non sta bluffando. Ma c’è un enigma. Come potrebbe un presidente con sufficiente risolutezza, se necessaria, per iniziare una guerra contro l’Iran, non riuscire a usare il potere e il prestigio della sua carica per la causa della pace in Medio Oriente?

Membro del Consiglio di redazione di Black.Commentaor.com e opinionista, Carl Bloice è uno scrittore di San Francisco, membro del Comitato Nazionale di Coordinamento dei comitati di corrispondenza per la democrazia e il socialismo. Ha lavorato per un sindacato sanitario. Bloice è uno dei moderatori di Portside. Altri testi di Carl Bloice si possono trovare su leftmargin.wordpress.com

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/obama-in-israel-a-fine-speech-an-unfortunate-change-and-not-much-hope-by-carl-bloice

Originale: Black Commentator

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/10321

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