Obama e le vecchie ricette

admin | May 20th, 2011 – 1:20 pm

Alla fine, in ritardo, il discorso di Barack Obama sulle rivoluzioni arabe me lo sono letto tutto, parola per parola. Era necessario. Premetto anche che molto è cambiato,  nella mia percezione, dal discorso del Cairo, giugno 2009. Non solo per le rivoluzioni arabe del 2011, ma perché quella schizofrenia che avevo colto all’inizio nell’amministrazione Obama, riguardo alla politica estera, si è risolta pochi giorni fa con la vittoria della linea molto più vicina a Israele e la sconfitta della strategia impersonificata da George Mitchell. George Mitchell, insomma, si è dimesso da inviato speciale per il Medio Oriente della Casa Bianca, e le fonti palestinesi si sono affrettate a dire (credo con più di una ragione) che il senatore se n’era andato sbattendo la porta perché a vincere – in questa tenzone sulla pelle del Medio Oriente – era stato Dennis Ross.

Bene. Questo era lo stato delle cose quando è stato annunciato il discorso di Obama su di un Medio Oriente travolto dalle rivoluzioni, e su di una politica estera americana stravolta da quello che molti intellettuali arabi definiscono il Secondo Risveglio Arabo. E’ arrivato il discorso, sul quale non nutrivo – a dire il vero – grandi speranze. Il discorso di ieri, però, è riuscito persino a deludere quelle poche aspettative che avevo. Perché? Anzitutto per il pacchetto economico. Un nuovo Piano Marshall per il mondo arabo. Salvo che non siamo all’indomani di una guerra mondiale, non abbiamo l’orso sovietico di fronte a noi, e soprattutto non è più il caso di considerare gli altri come un salvadanaio in cui mettere i soldi dell’America per continuare ad averceli amici. Investimenti e non più assistenza, commercio, questo ha detto Obama per convincere gli arabi che gli aiuti economici non sono più quelli di prima. Quelli con i quali, per decenni, gli USA hanno sostenuto i dittatori arabi. Poi, tutto d’un tratto quando un ambulante tunisino, col suo sacrificio ricordato in una parte kennedyana del discorso di Obama, cambia le carte in tavola, Washington decide di rivedere la sua politica di assistenza economica in Medio Oriente… Un minimo di scetticismo è d’obbligo, e con tale scetticismo il discorso è stato per esempio accolto al Cairo (ecco il link con un articolo su Al Ahram Online che mette insieme le reazioni molto, molto scettiche degli economisti egiziani), dove si rimprovera agli americani di continuare a non essere neutrali in termini economici, perché si tenta di influenzare il più possibile il corso degli eventi decidendo quali investimenti vanno bene e quali non vanno bene. Tutto come prima, insomma, direbbe il Gattopardo.

Obama reagisce a un terremoto di proporzioni incredibili proponendo, dunque, una ricetta vecchia. Non credo ci si potesse attendere altro dai suoi consiglieri, che mi sembrano decisamente legati a un modo vecchio e molto poco creativo di guardare al Medio Oriente e soprattutto al mondo arabo. I tentativi, nel discorso, di cambiare passo e di far vedere che Washington ha capito la lezione mi sono sembrati tardivi, troppo prudenti, e legati a un modo vecchio di far politica estera. E a conferma dell’anacronismo della politica estera americana è arrivato il lungo brano del discorso dedicato a Israele e Palestina. Due Stati, due popoli, i confini del 1967 (quelli sì, finalmente rimessi dentro il discorso di un presidente degli Stati Uniti). Buone parole, persino qualche coraggiosa critica a Israele sulle colonie (salvo il fatto che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu proprio sulle colonie non è passata per il veto americano…). Ma dov’è la sostanza? Dove la novità? Dove il cambio di passo? La Palestina non può essere Stato, a settembre all’Onu. Niente da fare, non passerà. Israele deve fare passi seri verso la pace, dice Obama, in un passo del discorso dedicato evidentemente a Netanyahu e alla sua coalizione di governo. E allora? Di nuovo, dov’è la novità? A Gerusalemme, a Gerusalemme ovest ma soprattutto a Gerusalemme est, di parole se ne sono sentite tante, per decenni. Ora non le si ascolta neanche più. Il discorso di Obama non cambia nulla nella geometria politica israelo-palestinese. Quella che è invece cambiata è la geografia politica, le sue categorie e le richieste che vengono dal basso, soprattutto da parte dei palestinesi, che non sono fuori dal contesto delle rivoluzioni arabe.

E’ da lì, dalla nuova geografia politica, che credo sia necessario ricominciare. Noi analisti, gli europei, e pure Obama e il suo staff che farebbe meglio a sciacquare i panni nel Nilo e nei pochi fiumi che percorrono il Medio Oriente e il Nord Africa. La geografia politica palestinese, per esempio, è tanto cambiata da aver posto – paradossalmente – non lo Stato di Palestina (quello che forse verrà votato dall’Assemblea dell’Onu a settembre) al centro della discussione. Quanto i palestinesi. Tutti i palestinesi. Quelli di Cisgiordania, Gaza, e Gerusalemme est. Quelli del 1948, dentro Israele. Quelli dei campi profughi. Quelli della diaspora. A loro, alla loro richiesta di identità collettiva che va oltre i confini e i nazionalismi geografici, cosa si risponde? E’ qui, in questo, che il discorso di Obama è stato deficitario. Vecchi modelli, vecchia politica, vecchie risposte ormai inutili perché deficitarie.

A proposito di Palestina e palestinesi, grazie a invictapalestina su YouTube ci sono lunghi brani dell’incontro che ho moderato al Salone del Libro di Torino con Sari Nusseibeh, Ilan Pappe e Jamil Hilal. Prima, seconda, e terza parte. Grazie a Rosario.

http://invisiblearabs.com/?p=3187

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