Obama getta la spugna ma la responsabilità del fallimento è sua

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Obama non ha voluto andare oltre la “sacra­lità” dell’alleanza con Israele, sem­pre e comun­que, anche quando le poli­ti­che di occu­pa­zione, la nega­zione del diritto dei pale­sti­nesi ad essere liberi dan­neg­giano gli inte­ressi ame­ri­cani

Barack-Obama

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 07 novembre 2015, Nena News – Barack Obama getta la spu­gna. Prima dell’incontro che avrà la pros­sima set­ti­mana alla Casa Bianca con il pre­mier israe­liano Neta­nyahu, ha fatto sapere, attra­verso i suoi col­la­bo­ra­tori, che un accordo israelo-palestinese non sarà a por­tata di mano negli ultimi mesi del suo man­dato. Il pre­si­dente, hanno spie­gato fonti della Ammi­ni­stra­zione Usa, ha ela­bo­rato «una valu­ta­zione rea­li­stica» della situa­zione in Medio Oriente. È l’ammissione di una scon­fitta dopo i ten­ta­tivi inu­tili dell’Amministrazione di avvi­ci­nare Neta­nyahu e il pre­si­dente pale­sti­nese Abu Mazen. L’ultimo, tra il 2013 e l’anno scorso, ha avuto come pro­ta­go­ni­sta il Segre­ta­rio di Stato John Kerry. Di fatto è l’annuncio che da oggi fino all’elezione del nuovo pre­si­dente, gli Stati Uniti non met­te­ranno in campo altre ini­zia­tive per por­tare israe­liani e pale­sti­nesi al tavolo delle trattative.

Più tutto però è il rico­no­sci­mento di un fal­li­mento, del quale è respon­sa­bile in prima per­sona lo stesso Obama che, pur aven­done le pos­si­bi­lità, non ha voluto andare oltre la “sacra­lità” dell’alleanza con Israele, sem­pre e comun­que, anche quando le poli­ti­che di occu­pa­zione, la nega­zione del diritto dei pale­sti­nesi ad essere liberi e la linea del pugno di ferro degli ultimi tre governi israe­liani gui­dati da Neta­nyahu dan­neg­giano gli inte­ressi ame­ri­cani. Ha scelto di non andare oltre il con­flitto per­so­nale, in alcuni periodi molto acceso, avuto in que­sti anni con il pre­mier israe­liano al quale non ha impo­sto il rispetto delle leggi inter­na­zio­nali, spe­cie sulla que­stione della colo­niz­za­zione dei Ter­ri­tori pale­sti­nesi occu­pati. Obama non ha rea­gito nep­pure quando Neta­nyahu, lo scorso 3 marzo, lo aveva umi­liato inter­ve­nendo davanti al Con­gresso Usa con­tro l’accordo sul nucleare ira­niano che l’Amministrazione Usa si accin­geva a siglare con Tehran.

A conti fatti la voce grossa Obama ha saputo farla solo con i pale­sti­nesi, in più di un’occasione, smen­tendo il con­te­nuto del suo discorso all’Università del Cairo che aveva lasciato imma­gi­nare non uno stra­vol­gi­mento ma almeno un cam­bia­mento par­ziale della poli­tica sta­tu­ni­tense nella regione. Giunto all’ultimo scor­cio del suo secondo man­dato, il pre­si­dente Usa sem­bra inte­res­sato solo a uscire dalla Casa Bianca certo di non aver rotto nep­pure un bic­chiere quando si è dovuto occu­pare di Medio Oriente. Il suo incon­tro con Neta­nyahu, lunedì alla Casa Bianca, ricorda quello di un padre che chiede di com­por­tarsi bene al figlio ben sapendo che le sue rac­co­man­da­zioni cadranno nel vuoto. Il con­si­gliere per la sicu­rezza nazio­nale Usa, Ben Rho­des, ha spie­gato che al pre­mier israe­liano sarà chie­sto di rin­no­vare l’impegno per la “solu­zione dei due Stati”, ossia per l’indipendenza pale­sti­nese. «È nostra con­vin­zione – ha detto Rho­des — che la solu­zione dei sue stati sia l’unica via per risol­vere il con­flitto israelo-palestinese. Per rag­giun­gere una pace e una sicu­rezza che durino nel tempo, dando ai popoli israe­liano e pale­sti­nese quella dignità che meri­tano». Le solite frasi scon­tate che mai risol­ve­ranno la que­stione pale­sti­nese che, invece, richiede solo l’applicazione del diritto internazionale.

Da parte sua Neta­nyahu a Washing­ton darà qual­che vaga assi­cu­ra­zione – sul ter­reno comun­que il suo governo pro­cede in un’altra dire­zione – e Obama lo ricom­pen­serà ras­si­cu­ran­dolo su Siria e Iran. Il pre­si­dente Usa pren­derà in con­si­de­ra­zione anche la richie­sta israe­liana per un pac­chetto di aiuti mili­tari sta­tu­ni­tensi pro­lun­gato nel tempo per cin­que miliardi di dol­lari l’anno, quasi il dop­pio di quello abi­tuale. E Obama, per dimo­strare a fine man­dato che la sua poli­tica non è mai stata anti-israeliana, come lo accu­sano i Repub­bli­cani e una parte delle forze poli­ti­che in Israele, potrebbe dare il suo pieno appog­gio all’approvazione del Con­gresso, peral­tro scon­tata, per un aumento dell’aiuto annuale.

Neta­nyahu in ogni caso festeg­gia. Obama tra un anno sarà fuori gioco e al suo posto potrebbe ritro­vare una grande amica di Israele, la demo­cra­tica Hil­lary Clin­ton. Ancora meglio andreb­bero le cose, se a vin­cere le pre­si­den­ziali Usa sarà uno dei can­di­dati repub­bli­cani che fanno a gara nel dichia­rarsi alleati fedeli di Israele. Uno dei favo­riti a vin­cere le pri­ma­rie, Donald Trump, un paio di giorni fa, lan­ciando un’offensiva senza pre­ce­denti in cam­pa­gna elet­to­rale, ha assi­cu­rato che in poli­tica estera «Pro­teg­gerà Israele e taglierà la testa all’Isis».

Sull’incontro alla Casa non pese­ranno le affer­ma­zioni fatte su Face­book da Ran Baratz, in attesa di diven­tare respon­sa­bile per conto del governo Neta­nyahu delle rela­zioni con i media, che descri­vono Obama come un anti­se­mita e insul­tano John Kerry. «Quelle frasi sono total­mente inac­cet­ta­bili e non riflet­tono le mie posi­zioni o le poli­ti­che del governo di Israele», ha assi­cu­rato Netanyahu. Nena News

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